venerdì 8 marzo 2013

Cosa dobbiamo festeggiare?


Lasciate le mimose sull'albero, perché noi donne non le vogliamo, non abbiamo nulla da festeggiare, nulla di cui essere felici.
Oggi è la “Giornata Internazionale della Donna” comunemente definita “Festa della Donna”.
Questa giornata, vale la pena di ricordare, non nasce così a caso. Non è una giornata stabilita per dare alle donne la possibilità di emanciparsi per un solo giorno facendo quello che durante gli altri 364 giorni l'anno non l'è concesso. Tuttavia, ormai è proprio questo il senso di questa giornata, poiché è stato perso il suo vero significato.
L’8 Marzo è un giorno della memoria, è una data che vuole ricordare 129 operaie dell’industria tessile Cotton di New York morte, nel 1908, a causa di un incendio scoppiato nella fabbrica presso la quale lavoravano in condizioni pessime, condizioni che le avevano portate a protestare e scioperare. Fu in ricordo di questa tragedia che Rosa Luxemburg propose di istituire questa data come giornata di lotta internazionale a favore delle donne.
Facendo una ricerca su Wikipedia scopriamo che l’otto marzo nel tempo è sempre stata una data per scendere in piazza e ricordare i diritti che molto spesso qualcuno, comprese noi donne, dimentichiamo che ci appartengono, ad esempio:

  • L’8 marzo 1972 la manifestazione della festa della donna si tenne a Roma in piazza Campo de’ Fiori: vi partecipò anche l’attrice americana Jane Fonda, che pronunciò un breve discorso di adesione, mentre un folto reparto di polizia era schierato intorno alla piazza nella quale poche decine di manifestanti inalberavano cartelli con scritte dove chiedevano la legalizzazione dell’aborto, la liberazione omosessuale e che fosse la donna ad avere il diritto di amministrare l’intero processo della maternità. Ma chissà perché quelle scritte non furono ben viste dalla polizia che caricò, manganellò e disperse le manifestanti.
  • Il 1975 fu designato come “Anno Internazionale delle Donne” dalle Nazioni Unite e l’8 marzo le organizzazioni femminili celebrarono in tutto il mondo proprio la giornata internazionale della donna, con manifestazioni che onoravano gli avanzamenti della donna e ricordavano la necessità di una continua vigilanza per assicurare che la loro uguaglianza fosse ottenuta e mantenuta in tutti gli aspetti della vita civile. A partire da quell'anno anche le Nazioni Unite riconobbero nell’8 marzo la giornata dedicata alla donna.
  • Due anni dopo, nel dicembre 1977, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite adottò una risoluzione proclamando una «giornata delle Nazioni Unite per i diritti della donna e la pace internazionale» da osservare dagli stati membri in un qualsiasi giorno dell’anno, in accordo con le tradizioni storiche e nazionali di ogni stato. Adottando questa risoluzione, l’Assemblea riconobbe il ruolo della donna negli sforzi di pace e riconobbe l’urgenza di porre fine a ogni discriminazione e di aumentare gli appoggi a una piena e paritaria partecipazione delle donne alla vita civile e sociale del loro paese.
  • A San Pietroburgo, l’8 marzo 1917, le donne hanno manifestato per chiedere la fine della guerra. In seguito, durante la Seconda conferenza internazionale delle donne comuniste, che si è svolta a Mosca il 14 giugno 1921, è stato scelto l’8 marzo come Giornata internazionale dell’operaia.
La festa delle donne nasce con l'obiettivo di ricordare quanto la donna abbia lottato per raggiungere l'uguaglianza dei diritti tra uomo e donna, e quanto ancora oggi questa lotta non ha fine e quanto ancora tanta strada si deve percorrere.
Perché festeggiare quando è difficilissimo in questo mondo essere donna?
Nel lavoro siamo sotto pagate o disoccupate, licenziate perché incinte e oggetto di violenza. Non è la libertà di una sera che ci renderà veramente libere, o le attenzioni del nostro uomo che ci porterà la mimosa che ci renderà rispettate.

Eppure io oggi voglio fare un augurio a tutte le donne del mondo, da quelle che lottano fino alla morte a quelle che impassibili e passive accettano semplicemente questa situazione. 
Voglio augurarmi che questa giornata diventi un momento di profonda riflessione, che sia un giorno di rivalsa per le donne che nella vita hanno conosciuto solo la violenza, che sia una giornata dove gli uomini decidano di rispettare noi donne, smettendola di alimentare il sessismo con gesti discriminatori o pregiudizi squallidi, che sia un giorno di gioia, di passione e di consapevolezza che essere donne non è una disgrazia, ma una fortuna immensa.
Che sia una giornata in cui facciamo sentire la nostra voce ancora, ancora e ancora.
Questo è l'unico 8 Marzo che noi donne vogliamo!



domenica 27 gennaio 2013

Per non dimenticare la Shoah: Irena Sendler

Il 27 gennaio 2012 si celebra in Italia come in tanti altri Paesi del mondo, il Giorno della Memoria per non dimenticare la Shoah.
Un evento che assume ogni anno un significato particolare poiché col passare degli anni le persone che hanno vissuto quella terribile esperienza non potranno più raccontarla e noi potremmo dimenticarla. Invece, la memoria di questa terribile pagina della nostra storia ci deve aiutare a costruire un futuro migliore.
Il proposito distruttivo dei Lager nazisti costituisce la loro particolarità, unica nella storia: quella di eliminare interamente un pezzo del genere umano. Alla distruzione fisica fu aggiunta la degradazione morale, fu inflitta sofferenza gratuita. I pochi superstiti dei campi sono portatori di un'esperienza collettiva assolutamente sconvolgente. La loro memoria finirà con la loro morte ma una domanda deve continuare a tormentare la nostra cultura: com'è stato possibile?
La Shoah si colloca ai confini di ciò che può essere spiegato o dimenticato e più gli anni passano più vediamo come l'uomo e la donna continuano a ricadere sempre negli stessi errori: odio per l'altro, razzismo, violenza contro donne, omosessuali e interi popoli. Ne deriva che si insinua in noi la tragica consapevolezza che ciò che è avvenuto una volta potrebbe avvenire ancora!
Non dobbiamo fare di questo giorno una fiera della ipocrisia, ma al contrario deve spingerci a riflettere e ad impegnarci tutti i giorni della nostra vita. Quando sentiamo episodi di omofobia, misoginia e razzismo non dobbiamo voltare la testa dall'altra parte perché non serve a nulla riempire le bacheche dei Social Network di link che ricordano l'Olocausto se poi siamo indifferenti durante gli altri 364 giorni dell'anno.
Credo fermamente che l'educazione delle nuove generazioni possa cambiare le cose ecco perché è importante far conoscere anche quelle persone che hanno pagato di persona nella speranza di un mondo migliore; Riporto la storia di una donna meravigliosa Irena Sendler che è riuscita a salvare, insieme con una ventina di altri membri della Resistenza polacca, circa 2.500 bambini ebrei, facendoli uscire di nascosto dal ghetto di Varsavia, fornendo loro falsi documenti e trovando rifugio per loro in case al di fuori del ghetto.


Nasce a Varsavia nel 1910 da una famiglia di tradizione socialista. Fin da piccola trascorre molto tempo con i suoi coetanei di origine ebrea, e a 5 anni è in grado di parlare yddish. Il padre è medico e fra i suoi pazienti ci sono molti ebrei poveri di cui si prende cura gratuitamente. Alla sua morte nel 1917, la comunità ebraica offre un sussidio alla famiglia in segno di gratitudine. Da ragazza Irena entra nel movimento scout e durante gli anni universitari si oppone apertamente alla discriminazione degli studenti ebrei. Entra nell'Associazione della Gioventù Polacca Democratica e nel Partito Socialista Polacco. Quando scoppia la Seconda Guerra Mondiale, ha 29 anni e lavora come assistente sociale per l’amministrazione comunale, dove, con il supporto del direttore del dipartimento (che per questo verrà deportato ad Auschwitz), soccorre gli ebrei oggetto di ogni tipo di discriminazione da parte dell’autorità nazista occupante. Nell'autunno del 1940, a Varsavia, viene recintato il ghetto e quasi 400.000 ebrei sono trasferiti al suo interno in condizioni igieniche precarie, aggravate dalla mancanza di cibo e medicine: si moltiplicano le epidemie e il tasso di mortalità è altissimo. In veste di infermiera, Irena riesce ad ottenere un lasciapassare: ufficialmente entra per la disinfestazione, in realtà organizza una rete di soccorso procurando cibo, generi di conforto, vestiti. Quando è nel ghetto porta la stella di David, non solo per confondersi fra la folla, ma anche in segno di solidarietà. Nel 1942 nasce l’organizzazione segreta “Consiglio per l’aiuto agli ebrei” (Zegota) e Irena ne diventa subito una tra le principali attiviste come responsabile del dipartimento infantile di Zegota con il nome in codice di Jolanta. Alla decisione dei tedeschi di liquidare il ghetto inizia a trasferire i bambini, vestita da infermiera, nascondendoli nelle ambulanze.  Spesso i piccoli vengono addormentati con i sonniferi e rinchiusi in un sacco o in una cassa per passare nella parte ariana, facendo credere agli uomini della gestapo che si tratta di morti per tifo. Dopo l’uscita dal ghetto i bambini sono raccolti in centri di assistenza, dove imparano ad adattarsi al nuovo ambiente, e poi assegnati a famiglie, orfanotrofi o conventi.

Nell’ottobre 1943 la Sendler venne arrestata dalla Gestapo: fu sottoposta a pesanti torture (le vennero spezzate gambe e braccia, tanto che rimase inferma a vita), ma non rivelò il proprio segreto. Condannata a morte, venne salvata dalla rete della resistenza polacca, che riuscì a corrompere con denaro i soldati tedeschi che avrebbero dovuto condurla all'esecuzione. Il suo nome venne così registrato insieme con quello dei giustiziati, e per i mesi rimanenti della guerra visse nell'anonimato, continuando però a organizzare i tentativi di salvataggio di bambini ebrei.
Terminata la guerra e l'occupazione tedesca, i nomi dei bambini vennero consegnati ad un Comitato Ebraico, che riuscì a rintracciare circa 2.000 bambini, anche se gran parte delle loro famiglie erano state sterminate a Treblinka e negli altri lager.

 Vogliamo che non succeda "mai più"? Saremo in grado di riconoscere i segni di un futuro più spaventoso olocausto? Oggi dipende da ciascuno di noi


"Se capire è impossibile, conoscere è necessario" (Primo Levi).





mercoledì 9 gennaio 2013

Io sono stata ferita, non il mio onore


(“I Was Wounded; My Honor Wasn’t”, di Sohaila Abdulali per The New York Times, 7.1.2013, trad. Maria G. Di Rienzo.)



Trentadue anni fa, quando avevo 17 anni e vivevo a Bombay, ho subito uno stupro di gruppo e sono stata quasi uccisa. Tre anni più tardi, oltraggiata dal silenzio e dalle false credenze sullo stupro, scrissi un veemente saggio, firmandolo con il mio nome, in cui descrivevo la mia esperienza, per una rivista indiana delle donne. Creò dibattito nel movimento delle donne (e nella mia famiglia) e poi scomparve quietamente. La scorsa settimana ho dato un’occhiata alla mia posta elettronica ed era là. Come parte delle manifestazioni dell’oltraggio pubblico, dopo lo stupro e la morte di una giovane donna a Delhi, qualcuno aveva postato l’articolo online ed esso era diventato “virale”. Da allora, ho ricevuto un diluvio di messaggi che mi esprimono sostegno.
Non è esattamente piacevole essere un simbolo di stupro. Non sono un’esperta, ne’ rappresento tutte le vittime di violenza sessuale. Tutto ciò che posso offrire, a differenza della giovane che è morta in dicembre dopo aver subito un brutale stupro di gruppo e di molte altre, è che la mia storia non è finita, e che io posso continuare a raccontarla. Quando ho lottato per sopravvivere, quella notte, a stento sapevo per cosa stavo lottando. Un amico ed io eravamo andati a passeggiare sulla montagna, accanto a casa mia. Quattro uomini armati ci catturarono, ci costrinsero a scalare sino a raggiungere un punto appartato, dove mi stuprarono per ore ed ore e picchiarono entrambi. Discussero fra loro se ucciderci o no, e infine ci lasciarono andare.
A 17 anni, ero solo una ragazzina. La vita mi ha ricompensato riccamente per essere sopravvissuta. Ho zoppicato sino a casa, ferita e traumatizzata, dove mi aspettava una famiglia favolosa. Avendola al mio fianco, molto altro è arrivato a me. Ho trovato un amore vero. Ho scritto libri. Ho visto un canguro nel suo ambiente naturale. Ho preso autobus e ho perso treni. Ho avuto una splendida bambina. Il secolo è cambiato. Il mio primo capello grigio è apparso. Troppe altre non faranno mai queste esperienze. Non vedranno mai miglioramenti, non vedranno il giorno in cui quell’episodio non è più il punto centrale della tua esistenza. Un giorno scopri che non ti guardi più alle spalle, temendo che ogni gruppo di uomini ti aggredisca. Un giorno ti metti una sciarpa attorno al collo senza che spunti il ricordo di essere stata stretta alla gola. Un giorno non hai più paura.
Lo stupro è orribile. Ma non è orribile per tutte le ragioni che sono state conficcate nelle teste delle donne indiane. E’ orribile perché sei violata, sei terrorizzata, perché qualcun altro prende il controllo del tuo corpo e ti ferisce nel più profondo dei modi. Non è orribile perché hai perduto la tua “virtù”. Non è orribile perché tuo padre e tuo fratello sono disonorati. Io rigetto la nozione che la mia virtù risieda nella mia vagina, così come rigetto la nozione che il cervello di un uomo stia nei suoi genitali. Se togliessimo l’onore dall’equazione, lo stupro resterebbe certo orribile, ma sarebbe un orrore personale, non di gruppo, e noi saremmo in grado di dare alle donne che sono state assalite ciò di cui hanno davvero bisogno: l’empatia necessaria ad andare oltre un tremendo trauma, non il mucchio di stupidaggini sul provare colpa e vergogna. La settimana dopo che ero stata aggredita, udii la storia di una donna che era stata violentata in un sobborgo vicino. Andò a casa, entrò in cucina, si diede fuoco e morì. La persona che mi raccontò la storia era piena di ammirazione per questa donna, perché non era stata “egoista” e aveva preservato l’onore di suo marito. Grazie ai miei genitori, io questo non l’ho mai capito.
La legge deve fornire pene reali per gli stupratori e protezione per le vittime, ma solo le famiglie e le comunità possono dare empatia e sostegno. Come può un’adolescente perseguire legalmente il suo stupratore se la sua famiglia non è dietro di lei? Come può una moglie denunciare il suo assalitore, se suo marito pensa che l’aggressione sia più un affronto per lui, che una violazione per lei? Quando avevo 17 anni, pensavo che essere ferita ed umiliata in modo così doloroso fosse la cosa più spaventosa che poteva accadermi. Adesso che ne ho 49, so che mi sbagliavo: la cosa più spaventosa è immaginare sia ferita ed umiliata la mia bambina di 11 anni. Non per l’onore della famiglia, ma perché lei ha fiducia nel mondo e mi fa infinitamente male pensare che possa perdere questa fiducia. Se guardo indietro, non è la me stessa diciassettenne che voglio confortare, ma i miei genitori: quelli che hanno fatto il duro lavoro di raccogliere i pezzi.
Ecco dove sta il lavoro che dobbiamo fare, noi che stiamo crescendo la prossima generazione. Dobbiamo insegnare ai nostri figli e alle nostre figlie a diventare persone adulte libere e rispettose, consapevoli che gli uomini che feriscono le donne stanno facendo una scelta, e devono essere puniti. Quando avevo 17 anni non potevo neppure immaginare che migliaia di persone manifestassero contro lo stupro in India, ma questo abbiamo visto nelle settimane passate. Pure, c’è ancora molto da fare. Abbiamo speso generazioni a costruire elaborati sistemi patriarcali, diseguaglianze di casta, sociali, e di genere, che permettono all’abuso di fiorire. Lo stupro non è inevitabile come il tempo atmosferico. Dobbiamo buttar via tutto il chiacchierio sull’onore, la virtù, e “lei lo ha provocato” e “lui non ha potuto trattenersi”. Dobbiamo dare la responsabilità a chi ce l’ha: gli uomini che violano le donne e tutti quelli di noi che li scusano puntando i loro indici accusatori sulle vittime.


lunedì 31 dicembre 2012

Addio al premio Nobel Rita Levi Montalcini

Si è spenta oggi, una tra le donne più preziose di cui ha disposto il genere umano: Rita Levi Montalcini, scienziata, neurologa, senatrice a vita e Premio Nobel per la medicina. Come afferma la nipote "si è spento un faro di vita".



E' stata una donna che ha dedicato la sua esistenza per gli altri, facendo scoperte di primaria importanza per l’umanità:

Dico ai giovani: non pensate a voi stessi, pensate agli altri. Pensate al futuro che vi aspetta, pensate a quello che potete fare, e non temete niente. Non temete le difficoltà: io ne ho passate molte, e le ho attraversate senza paura, con totale indifferenza alla mia persona.
Negli anni Cinquanta le sue ricerche la portarono alla scoperta e all'identificazione del fattore di accrescimento della fibra nervosa o NGF, scoperta per la quale è stata insignita nel 1986 del premio Nobel per la medicina. Insignita anche di altri premi, è stata la prima donna a essere ammessa alla Pontificia Accademia delle Scienze. Il 1º agosto 2001 è stata nominata senatrice a vita «per aver illustrato la Patria con altissimi meriti nel campo scientifico e sociale». Era socia nazionale dell'Accademia dei Lincei per la classe delle scienze fisiche e tra i soci fondatori della Fondazione Idis-Città della Scienza.

E' stata sempre molto attiva in campagne di interesse sociale, per esempio contro le mine anti-uomo o per la responsabilità degli scienziati nei confronti della società e anche particolarmente sensibile anche nei confronti dei temi della difesa dell'ambiente e dello sviluppo sostenibile.
Inoltre nel 1992 ha istituito, assieme alla sorella gemella Paola, la Fondazione Levi Montalcini, in memoria del padre, rivolta alla formazione e all'educazione dei giovani, nonché al conferimento di borse di studio a giovani studentesse africane a livello universitario, con l'obiettivo di creare una classe di giovani donne che svolgano un ruolo di leadership nella vita scientifica e sociale del loro paese.

Rita Levi Montalcini è stata sicuramente una donna emancipata, forte e determinata che seppur provenisse da una famiglia con abitudini fortemente conservatrici, con chiare imposizioni sociali e ruoli ben definiti tra uomini e donne, e con un padre che la osteggiò non poco, convinto che una carriera professionale avesse interferito con i doveri di una moglie e di una madre, decise di iscriversi a medicina all'università di Torino e questa sua grande forza di volontà le ha permesso di diventare ciò che per noi donne è oggi: modello e fonte di ispirazione.

Grazie Rita Levi Montalcini, noi ti ricorderemo così:

"Geneticamente uomo e donna sono identici. Non lo sono dal punto di vista epigenetico, di formazione cioè, perchè lo sviluppo della donna è stato volontariamente bloccato" 

giovedì 27 dicembre 2012

Il folle discorso di Natale

Qualche giorno fa ho letto un articolo di Bruno Volpe sul blog Pontifex, pericolosissimo poiché offriva una giustificazione al fenomeno della violenza sulle donne, scaricando le colpe sulla libertà che oggi godono le donne e promuovendo l'importanza del ritorno di queste al proprio ruolo di madri e mogli. 

"Possibile che in un sol colpo gli uomini siano impazziti e che il cervello sia partito? Non lo crediamo. Il nodo sta nel fatto che le donne sempre più spesso provocano, cadono nell'arroganza, si credono autosufficienti e finiscono con esasperare le tensioni esistenti.
Bambini abbandonati a loro stessi, case sporche, piatti in tavola freddi e da fast food, vestiti sudici e da portare in lavanderia, eccetera... Dunque se una famiglia finisce a ramengo e si arriva al delitto (FORMA DI VIOLENZA DA CONDANNARE E PUNIRE CON FERMEZZA), spesso le responsabilità sono condivise.
Quante volte vediamo ragazze e anche signore mature circolare per la strada in vestiti provocanti e succinti?
Quanti tradimenti si consumano sui luoghi di lavoro, nelle palestre, nei cinema, eccetera?
Potrebbero farne a meno. Costoro provocano gli istinti peggiori e se poi si arriva anche alla violenza o all'abuso sessuale (lo ribadiamo: roba da mascalzoni), facciano un sano esame di coscienza: <<forse questo ce lo siamo cercate anche noi?>>"

Naturalmente queste tesi non sono passate inosservate tanto che qualche giorno dopo un parroco di San Terenzio, piccolo paese ligure, si è ispirato proprio alle parole del Pontifex esponendo sulla bacheca della chiesa un articolo dal titolo "Le donne e il femminicidio, facciano sana autocritica. Quante volte provocano?"
Il volantino, in sostanza, scarica le responsabilità della violenza sulle donne, al comportamento delle donne; il volantino 'accusa' le donne di meritarsi il peggio per essersi allontanate dalla virtù e dalla famiglia
Ovviamente, e per fortuna, neanche l'azione di Don Corsi è passata inosservata, facendo scoppiare una vera e propria bufera che ha spinto il parroco a chiedere pubbliche scuse, dopo avere definito le sue (a nostro parere) idee folli come "imprudente provocazione".

La reazione più accesa alle parole del sacerdote viene dal presidente di Telefono Rosa Maria Gabriella Carnieri Moscatelli: "Intervenga subito il Papa e il vescovo di La Spezia e sia rimossa quella dannata lettera". "Questo messaggio è una vera e propria istigazione a un comportamento violento nei confronti delle donne perché si offre un'inaudita motivazione ad atti criminali contro di esse. In Italia, che è il Paese con il maggior numero di femminicidi d'Europa e ha un altissimo numero di violenze consumate all'interno delle mura domestiche, un episodio come questo non è piu tollerabile".
Anche il vescovo ha sottolineato il suo sdegno: «In nessun modo - aggiunge il vescovo - può essere messo in diretta correlazione qualunque deprecabile fenomeno di violenza sulle donne con qualsivoglia altra motivazione, nè tantomeno tentare di darne una inconsistente giustificazione»
Nella bufera che travolge il prete, l'unica voce a favore è proprio quella di Pontifex.it, nel quale troviamo un articolo in cui Volpe si complimenta con quest’ultimo: 

La tesi di Volpe, che tempo fa fu arrestato per stalking e molestie sessuali contro una giovane donna di cui si era invaghito, a cui si ispira don Corsi e ampiamente sostenuta da quest’ultimo, è stata pubblicata nel giorno di Natale, dove alle donne che sono andate a messa non hanno ricevuto calorosi auguri ma sono state accusate di essersi allontanate dalla famiglia, di aver perso la loro dignità e di meritare dunque le violenze di cui sono vittime.  
"Finalmente un parroco che parla chiaro, che non si tira indietro, che non nega le sue responsabilità. Parliamo di Don Piero Corsi, parroco a Lerici, vicino Genova. Sul trito tema del femminicidio (una assurda leggenda nera messa in giro da femministe senza scrupoli) il Parroco si chiede in un messaggio affisso alla bacheca della chiesa: “è colpa della donna che provoca con abiti succinti. Le donne facciano autocritica, quante volte provocano, cadono nell’arroganza e si sentono indipendenti? Se lo sono andate a cercare”. Fatta la tara di una certa esuberanza, il parroco conforta, come fanno in molti e come le cronache ci insegnano, le tesi esposte da Pontifex e dal buon senso comune. La storiella del femminicidio non regge, fa acqua da tutte le parti.”

Tuttavia Don Piero nonostante le polemiche oggi non ha fatto marcia indietro. Intervistato da Paolo Poggio del Gr2, ha continuato ad attaccare le donne ed ha dato dell'omosessuale al giornalista . "Lei ha scritto che le donne devono fare autocritica perché provocano, o non lo ha scritto?", ha chiesto il giornalista Rai. "Lei capisce che se una frase la sgancia dal prima e dal dopo, può far dire molte cose diverse da quel che sta dicendo" risponde il sacerdote, che poi attacca: "Cioè scusi, quando lei vede una donna nuda, cosa prova? Quali sentimenti prova, quali reazioni prova? Non so se è un frocio anche lei o meno, cosa prova quando vede una donna nuda? Non è violenza da parte di una donna mostrarsi in quel modo lì?"

E' quindi del tutto evidente che le scuse date dal parroco siano del tutto false e non sentite, ma d'altronde poco ci importa. Le scuse di un uomo con simile idee non servono davvero a nulla, perché Don Corsi non è neanche degno di parlare di noi donne.

Dopo tutta questa vicenda mi è venuto in mente un film molto interessante che cade a pennello in questo momento. "Sotto Accusa" è un film drammatico del 1988 diretto da Jonathan Kaplan con protagoniste Jodie Foster e Kelly McGillis. La Foster vinse per la sua interpretazione un Oscar e un Golden Globe come miglior attrice. Il film, che include una sequenza traumatizzante e realistica della violenza a Sarah Tobias su di un flipper, è stato uno dei primi lavori di Hollywood a testimoniare così esplicitamente il tema dello stupro.

Ispirato a un fatto autentico avvenuto in un bar di New Bedgord, Massachusetts, nel 1983, il film racconta la storia di Sarah Tobias, cameriera in un bar con una pessima reputazione, che viene violentata una sera nel locale da tre ragazzi tra l'incitamento generale degli avventori. Il procuratore Kathryn Murphy si occupa del caso e accetta un patteggiamento per lesioni colpose (escludendo così lo stupro) per i tre aggressori. Spinta dalla vittima però, con la quale instaura pian piano un rapporto di solidarietà, si rende conto di aver condotto superficialmente il caso e decide di portare in tribunale anche tutti gli uomini che hanno istigato i tre alla violenza. Paradossalmente sotto accusa sarà anche la giovane protagonista per averli provocati.
La protagonista non è presentata come una persona perfetta, virtuosa e casta, ma come una donna i cui atteggiamenti possono non piacere, eppure si dimostrerà una donna dalla fortissima personalità.
Scrive il Morandini: 
  1. Lo stupro è l’unico crimine in cui la parola della vittima è per sistema messa in dubbio; 
  2. I suoi autori – e i loro familiari – non si sentono colpevoli, considerandolo spesso una prova di virilità;  
  3. Si tende a rimproverare alle donne “di essere andate a cercarlo”.
Troppe donne sono morte quest'anno e troppe ancora ne moriranno se continuiamo ad ignorare il problema o ad attribuire colpe a chi invece non ne ha. Facciamo in modo che la violenza sulle donne cessi di essere l'unico crimine in cui la vittima deve dimostrare la sua innocenza.

Il femminicidio è una vera disgrazia per poter ignorare!



domenica 23 dicembre 2012

La bambola a transistor: Un augurio di Natale e di felice anno nuovo, speciale

Anche quest'anno è giunto al termine e non possiamo di certo affermare che per noi donne sia stato un anno felice o ricco di soddisfazioni. Più di 100 donne uccise per mano di mariti o ex. Vale la pena continuare a sperare in anni migliori o in qualche cambiamento? Nonostante la triste la realtà la risposta deve essere si e la speranza deve tramutarsi in un impegno costante e quotidiano sia di uomini che di donne.
Ecco perché sento di fare gli auguri a tutti: uomini, bambini/e, credenti e non credenti, ma soprattutto il mio augurio di buon Natale e in particolar modo di buon anno è rivolto a tutte le donne.
A tutte le donne tenaci, che continuano a lottare per far diventar il mondo un mondo anche per donne.
A tutte le donne che continuano a guardare lontano e con i loro gesti quotidiani cercano di realizzare una maggiore libertà e pienezza femminile;
Auguri alle donne che stanno per diventare mamme;
Auguri a tutte le donne lavoratrici che sgomitano in un mondo di maschi;
Auguri alle donne che non si sottomettono al sistema ma continuano ad essere sia lavoratrici che madri;
Auguri alle donne che non vogliono essere un oggetto appagante per i sensi maschili, ma che riconoscono la propria dignità e competenze;
Auguri alle donne che si impegnano per cambiare la nostra società;
Auguri a tutte le donne vittime di violenza in Italia e nel mondo, per far sapere loro che non sono sole.
Auguri a tutte le donne che ancora non hanno aperto gli occhi e continuano a trattare se stesse come oggetto, credendo che il loro apparire sia l'unica cosa che conta.

Un augurio speciale va alle lettrici e lettori di questo blog e per farlo mi è venuta in mente una divertente novella di Rodari nella quale si parla di una bambola modernissima (con lavatrice incorporata) che viene regalata a Natale ad una bimba di nome Enrica. Questa bambola, manomessa da uno zio mago e burlone, impazzisce: manda all'aria il servizio da tè della sua padroncina, si taglia i capelli, si arrampica sull'albero di Natale distruggendolo e facendo persino sopra la pipi. Poi fa una dichiarazione “femminista”, una sorta di “testamento”, prima di essere disattivata dai preoccupati genitori della bimba e di ritornare ad essere una brava ed educata bambola che fa il bucato. Lo spunto a questa novella Rodari lo ebbe pensando a quei giocattoli che contribuiscono a condizionare i bambini per adattarli, fin da piccoli, ai loro ruoli sessuali. La bambola è un giocattolo antichissimo e meraviglioso, ricco di significati e di simboli. Sarebbe veramente bello se tutte le mamme o future mamme traessero spunto da questa novella per comprendere come i bambini e le bambine devono essere liberi/e di sfogare la propria fantasia come meglio credono e che non ci suono ruoli stereotipati nei quali essere inseriti.

Buona lettura:



Allora, - domanda il signor Fulvio alla signora Lisa, sua moglie e al signor Remo, suo cognato, - che cosa regaliamo a Enrica per Natale?
Un bel tamburo, - risponde prontamente il cognato Remo.
Cosa?!
Ma si, una bella grancassa. Con la mazza per picchiarci sopra. Bum! Bum!
Dai, Remo! - dice la signora Lisa (per la quale però il signor Remo non è un cognato, ma un fratello). - Una grancassa tiene troppo posto. E poi, chi sa cosa direbbe la moglie del macellaio. .
Sono sicuro, - continua il signor Remo, - che a Enrica piacerebbe moltissimo un portacenere di ceramica colorata a
forma di cavallo, con intorno tanti portacenerini piccini piccini, anche loro di ceramica colorata, ma a forma di caciocavallo
Enrica non fuma, - osserva severamente il signor Fulvio. 
Ha appena sette anni.
Un teschio d'argento, - propone allora il signor Remo, - un portalucertole d'ottone, un apritartarughe a forma di angioletto, uno spruzzatore di fagioli a forma d'ombrello.
Dai, Remo, - dice la signora Lisa, - parliamo sul serio.
Va bene. Sul serio. Due tamburi: uno in do e uno in sol.
So io, - dice la signora Lisa, - quello che ci vuole per Enrica. 
Una bella bambola elettronica a transistor, con la lavatrice incorporata: una di quelle bambole che camminano, parlano,
cantano, controllano le conversazioni telefoniche, captano le trasmissioni in stereofonia e fanno pipi.
D'accordo, - proclama il signor Fulvio, nella sua qualità di capofamiglia.
lo me ne infischio, - questo è il signor Remo, - e .vado a letto a dormire tra due guanciali.
Ed ecco, dopo pochi giorni, il Santo Natale, con tanti bei prosciutti appesi fuori dei negozi e tanti magnifici portacenere a forma di Piccolo Scrivano Fiorentino nelle vetrine e tanti zampognari, veri e falsi, per le strade. 
Neve sull'arco alpino e nebbia in VaI Padana.
La bambola nuova è già li che aspetta Enrica sotto l'albero di Natale. Lo zio Remo (si tratta sempre dello stesso Remo,
il quale per il signor Fulvio è un cognato, per la signora Lisa un fratello, per la portiera un ragioniere, per il giornalaio un
cliente, per il vigile urbano un pedone e per Enrica, giustappunto, uno zio: quante mai cose può essere una sola persona!), dunque, lo zio Remo osserva la bambola con un sogghigno.
Bisogna sapere, di nascosto da tutti, che egli compie severi studi di magia: può spaccare un portacenere di travertino con una semplice occhiata, tanto per fare un esempio. Egli tocca la bambola in due o tre punti, sposta qualche transistor, sogghigna di nuovo e infine se ne va al caffè, mentre arriva di corsa Enrica, lanciando grida di gioia, che i genitori ascoltano con delizia dietro la porta chiusa.
Bella, bella, - dichiara Enrica, al colmo dell'entusiasmo. 
Ti preparo subito colazione.
Rovistando febbrilmente nell'angolo dei giocattoli, essa ne cavatI un ricco apparato di chicchere, piattini, bicchierini,
vasetti, bottigliette, eccetera, che dispone sul tavolinetto delle bambole. Fa camminare la bambola nuova fino al suo posto, la fa chiamare «mamma» e «papà» due o tre volte, le allaccia il tovagliolo al collo e si prepara a imboccarla. 
Ma la bambola, appena lei si volta un momentino, spara un paio di calci che mandano all'aria tutto l'apparecchio. 
Piattini che vanno in pezzi. Chicchere che rotolano sul pavimento del condominio e vanno a sfracellarsi contro il termosifone. Cocci.
Naturalmente accorre la signora Lisa, pensando che Enrica si sia fatta male. Arriva, crede a quello che vede e senza perder tempo sgrida per bene la figlia, chiamandola «brutta cattiva» ed aggiungendo: - Ecco, proprio il giorno di Natale mi devi combinare disastri. Guarda che se non stai attenta ti porto via la bambola e non la vedi più.
Poi va in bagno.

Enrica, rimasta sola, acchiappa la bambola, le dà un paio di sculacciate, la chiama «brutta cattiva» e la rimprovera di combinare disastri proprio il giorno di Natale: - Guarda che se non fai la brava, ti chiudo nell'armadio e non esci più.
 Perché? - domanda la bambola.
Perché hai rotto i piattini.
Non mi piace giocare con quelle cretinate li, - dichiara la bambola. - Fammi giocare con le automobiline.
Te le do io le automobiline! - annuncia Enrica, e le rilascia altri sculaccioni. La bambola non s'impressiona e le tira i 
capelli. 
Ahi! Ma, perché mi picchi?
Legittima difesa, - dice la bambola. - Sei tu che mi hai insegnato a picchiare, picchiandomi per la prima. lo non avrei saputo come fare.
Bè, - dice Enrica, per sviare il discorso, - giocheremo alla scuola. lo ero la maestra e tu la scolara.
Questo era il quaderno. Tu sbagliavi tutto il dettato e io ti mettevo quattro.
Cosa c'entra il numero quattro? .
C'entra, si. È cosi che fa la maestra a scuola. A chi fa bene, dieci; a chi fa male, quattro.
Perché?
Perché  così  impara. 
MI fai rIdere. 
Naturale, - dice la bambola. - Rifletti. Ci sai andare in bicicletta?
Certo!
E quando stavi imparando e cascavi, ti davano un quattro, oppure ti mettevano un cerotto?
Enrica tace, perplessa. La bambola incalza: - Pensaci un momento, su. 
Quando imparavi a camminare e facevi un capitombolo, forse la mamma ti scriveva quattro sul sedere?
No.
Ma a camminare hai imparato, a parlare, a cantare, a mangiare da sola, ad allacciarti i bottoni e le scarpe, a lavarti i denti e le orecchie, ad aprire e chiudere le porte, a usare il telefono, il giradischi e la televisione, a salire e scendere le scale, a lanciare la palla contro il muro e riprenderla, a distinguere uno zio da un cugino, un cane da un gatto, un frigorifero da un portacenere, un fucile da un cacciavite, il parmigiano dal gorgonzola, la verità dalle bugie, l'acqua dal fuoco. Senza voti, né belli né brutti. Giusto?
Enrica lascia cadere il punto interrogativo e propone: - Allora ti lavo la testa.
Sei matta? Il giorno di Natale - Ma io mi ci diverto, a lavarti la testa.
Tu ti ci diverti, ma a me mi va il sapone negli occhi.
Insomma, sei la mia bambola e con te posso fare quello che voglio io. Capito? 
Questo «capito» fa parte del vocabolario del signor Fulvio.
Anche la signora Lisa, qualche volta, conclude i suoi discorsi con un bel «capito»? Adesso tocca a lei, a Enrica, far valere la propria autorità padronale.  Ma la bambola, a quanto pare, se ne infischia. Essa si arrampica in cima all'albero di Natale, facendo scoppiare svariate lampadine di diversi colori. Quando è in cima fa pipi, bagnando altre lampadine a forma di Biancaneve e dei Sette Nani.
Enrica, per non litigare, va alla finestra. In cortile i bambini giocano al pallone. Hanno monopattini, tricicli, archi e frecce.
Anche i birilli. - Perché non vai in cortile a giocare con gli altri bambini? - domanda la bambola, mettendosi le dita nel naso per sottolineare la propria indipendenza.
Sono tutti maschi, - dice Enrica, mortificata. - Fanno giochi da maschi. Le bambine debbono giocare con le bambole.
Debbono imparare a fare le brave mammine e le brave padrone di casa, che sanno mettere a posto i piattini e le chiccherine, fare il bucato e lucidare le scarpe della famiglia.
La mia mamma lucida sempre le scarpe del mio papà. Gliele lucida di sopra e di sotto.
Poveretto!
Chi?
 Il tuo papà. Si vede che è senza braccia e senza mani..
Enrica decide che è il momento di dare due schiaffi alla bambola. 
Per raggiungerla, però, deve arrampicarsi sull'albero! di Natale. L'albero, da quel vero 'incapace che è, ne approfitta
per crollare a terra. Vanno in frantumi le lampadine e gli angeli di vetro: un cataclisma.
La bambola è finita sotto una sedia e pensa bene di mettersi a sghignazzare. 
Però è la prima a tirarsi su e corre a vedere se Enrica si è fatta male.
Ti sei fatta male?
Non dovrei neanche risponderti, - dice Enrica. - È tutta colpa tua. Sei una bambola maleducata. Non ti voglio piu.
Finalmente! - dice la bambola. - Spero che adesso giocherai con le automobiline.
Neanche per sogno, - annuncia Enrica. - Prenderò la mia vecchia bambola di pezza e giocherò con quella.
Davvero!? - dice la bambola nuova. Si guarda intorno, vede la bambola di pezza, l'acchiappa e la butta dalla finestra senza nemmeno aprire i vetri.
Giocherò con il mio orsacchiotto di pelo, - insiste Enrica.
La bambola nuova cerca l'orsacchiotto di pelo, lo trova, lo butta nel bidone delle immondizie. 
Enrica scoppia in pianto.
I genitori odono e accorrono, giusto in tempo per vedere la bambola nuova che si è impadronita delle forbici e sta tagliuzzando tutti i vestiti del guardaroba delle bambole.
Ma questo è puro vandalismo! - esclama il signor Fulvio.
Povera me, - aggiunge la signora Lisa. - Credevo di aver comprato una bambola e invece ho comprato una strega!
Entrambi si gettano sulla piccola Enrica, la prendono in braccio a turno, l'accarezzano e la coccolano, la sbaciucchiano.
Puah! - dice la bambola dall'alto dell'armadio su cui si è rifugiata per tagliarsi i capelli, che per i suoi gusti sono troppo
lunghi.

Ma senti, - inorridisce il signor Fulvio. - Dice anche: Puah!
Questa può avergliela insegnata solo tuo fratello.
Il signor Remo compare sulla porta, come se lo avessero mandato a chiamare. Gli basta un'occhiata per capire la situazione. La bambola gli strizza l'occhio.
Cosa succede? -domanda lo zio, fingendo di cadere da una nuvola rosa. .
Quella li, - singhiozza la povera Enrica, - non vuole fare la bambola! Chi sa cosa si crede di essere.
Voglio andare in cortile a giocare ai birilli, - dichiara la bambola, facendo volare ciocche di capelli da tutte le parti.
Voglio una grancassa, voglio un prato, un bosco, una montagna e il monopattino. Voglio fare la scienziata atomica, il
ferroviere e la pediatra. Anche l'idraulico. E se avrò una figlia, la manderò al campeggio. E quando la sentirò dire:
«Mamma, voglio fare la casalinga come te e lucidare le scarpe di mio marito, di sopra e di sotto», la metterò in castigo in piscina e per penitenza la porterò a teatro.
Ma' è proprio matta! ~ osserva il signor Fulvio. - Forse le si è guastato qualche transistor.
Dài, Remo, - prega la signora Lisa, - dalle un'occhiata, tu che te ne intendi.
Il signor Remo non si fa pregare a lungo. E nemmeno la bambola. Essa gli vola addirittura in testa, dove si mette a fare i salti mortali.
Il signor Remo la' tocca qui e là, in punti diversi e in altri ancora. La bambola diventa un microscopio.
Hai sbagliato, - dice la signora Lisa.
Il signor Remo tocca ancora. La bambola diventa una lanterna magica, un telescopio, un paio di pattini a rotelle, un tavolo da ping-pong.
Ma cosa fai? - chiede il signor Fulvio al cognato. - Adesso la rovini del tutto. S'è mai vista una bambola che sembra un
tavolo?
Il signor Remo sospira. Tocca di nuovo. La bambola ridiventa una bambola. Ha di nuovo i capelli lunghi e la lavatrice incorporata.
Mamma, - dice, ma stavolta con voce da bambola. -Voglio fare il bucato.
Oh, finalmente! - esclama la signora Lisa. - Questo si che si chiama parlare. Su, Enrica, gioca con la tua bambola. 
Sei in tempo a fare un bel bucatino prima di pranzo.
Ma Enrica, che tutto questo è stata a vedere e ascoltare, ora sembra incerta sul da farsi. 
Guarda la bambola, guarda lo zio Remo, guarda i genitori. Finalmente caccia un sospirone e dice: - No, voglio andare in cortile a giocare a birilli con gli altri bambini. E forse farò anche il salto mortale.

domenica 25 novembre 2012

25 Novembre: perché questo sia un mondo per donne




Oggi 25 Novembre, come ogni anno da quando nel 1999 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite designò questa data come la Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne, in tutto il mondo sono state organizzate manifestazioni, fiaccolate, dibattiti, mostre fotografiche ed eventi di ogni sorta per sensibilizzare l’opinione pubblica e dire di NO alla violenza sulla donne, che è e rimane una piaga che ancora la società non è riuscita a sanare. La violenza sulle donne non è una questione che riguarda solo le donne, essa svilisce ognuno di noi e non potremo mai parlare di libertà, uguaglianza, democrazia, rispetto dei diritti umani e pace se tutti insieme non prendiamo posizione contro questa violenza.

Ma perché è stato scelto proprio il 25 Novembre?
Sicuramente non è una data scelta a caso. In pochi sanno che questa data fu scelta da un gruppo di femministe nel 1981 a Bocotà (Colombia) in memoria delle sorelle Mirabal.

Le sorelle Mirabal nacquero a Ojo, nella Repubblica Dominicana, da una famiglia benestante ed erano in quattro: Patria, Maria Teresa, Minerva e Belgica Adele. Queste donne ebbero il coraggio di lottare per la libertà politica del loro Paese opponendosi a una delle tirannie più spietate dell’America Latina, quella di Rafael Leónidas Trujillo Molina. A
causa del loro impegno rivoluzionario, mentre si recavano a far visita ai loro mariti in prigione, furono bloccate sulla strada da agenti del Servizio di informazione militare. Condotte in un luogo nascosto, furono torturate, massacrate e strangolate, per poi essere gettate in un precipizio, a bordo della loro auto, per simulare un incidente.
Nonostante la censura la loro storia si è diffusa in tutto il mondo provocando una forte indignazione popolare.

Tante cose da allora sono cambiate, molte sono anche migliorate, ma altre sono rimaste invariate. Sono troppe infatti le donne che ogni anno sono ancora vittime di violenza sia fisica che psicologica.
Il numero di donne uccise dagli uomini ogni anno in questo paese parla chiaro: per quanto si cerchi ancora di identificarli come semplici casi singoli i femminicidi appaiono sempre più chiaramente come un fenomeno culturale. Utilizziamo diverse espressioni come "delitto passionale" "raptus di follia" non rendendoci conto che invece così minimizziamo il problema. Questi violenze hanno un nome: FEMMINICIDIO.
È necessario che tutte/i noi, compresi i giornalisti, cominciamo ad utilizzare il termine corretto avendo sempre presente la grande responsabilità delle parole. 

“Femminicidio: violenza estrema da parte di un uomo verso una donna, perché é donna” (Diana Russel, sociologa, 1976)

“Ogni riferimento a fatti e persone realmente esistenti non è affatto casuale. Ormai si parla di femminicidio, ovvero un omicidio di massa del genere femminile…  E’ un fenomeno spaventoso che riguarda milioni di donne in tutto il mondo, un fenomeno spesso taciuto, o peggio scambiato per generico fatto di cronaca, ma stiamo parlando solo della punta dell’iceberg di una più̀ diffusa cultura di violenza contro le donne. Queste morti ‘annunciate’, invece, vengono spesso etichettate come i soliti delitti passionali, fattacci di cronaca nera, liti di famiglia.” (Serena Dandini)

Tutto questo costituisce sicuramente il paradigma di una mentalità piuttosto diffusa, che va contro le donne, che le vede inferiori, complementari al massimo, ma non uguali all'uomo. Una cultura che educa l'uomo a dominare, a sentirsi libero di fare delle avances, fare commenti in modo volgare, guardare in modo ossessivo, toccare e nei casi più gravi, stuprare.
Una cultura che abitua la donna a sentirsi davvero donna se prosperosa, corteggiata, eternamente giovane; una società che ci fa essere convinte che l’infinità di donne nude in tv, pubblicità e giornali rappresenti una sessualità femminile liberata finalmente raggiunta, senza renderci conto che mercificare e rappresentare la donna come puro oggetto del piacere maschile, non significa liberare..
Viviamo in una società in cui una donna maltrattata non ha il coraggio di denunciare perché teme che si ritroverà sola e abbandonata.

E' proprio per questo, che in questa giornata così importante voglio ricordare l'iniziativa intrapresa proprio oggi a Roma. E' stata inaugurata in occasione di questa giornata dal Sindaco di Roma Capitale Gianni Alemanno, dalla Delegata alle Pari Opportunità Lavinia Mennuni e dal Presidente del Centro Italiano di Solidarietà (CEIS) di Don Mario Picchi, Roberto Mineo la Casa per la Semi Autonomia “Il giardino dei Ciliegi”. 
La nuova struttura nasce dall'esigenza di creare accoglienza ed ospitalità per donne sole o con figli minori, in dimissione dai Centri Antiviolenza, al fine di consentire il compimento di un percorso orientato al pieno raggiungimento di una loro autonomia. Il servizio, offerto dal Ceis di Don Mario Picchi, è volto a tutelare le donne vittime di violenza fisica e/o psicologica, sole e/o con eventuali minori a carico. Queste ultime, dimesse dai Centri Antiviolenza, dopo aver compiuto la prima fase orientata al recupero psicofisico e alla ricostruzione del “Sé”, necessitano infatti di un ulteriore periodo di reinserimento nella società attuale, mirato alla ricerca di un lavoro e di un’abitazione che permetta loro di acquisire l’autonomia necessaria per riprendere a vivere una “vita normale” per sé e per i propri bambini.
L'obiettivo sarà quello di aiutare le donne a "raggiungere un' autonomia personale intesa come capacità di accettazione ma anche di ricostruzione della propria identità al fine di riformulare un proprio nuovo progetto di vita. La donna verrà accolta e ascoltata dal personale specializzato affinché possa essere sostenuta per affrontare con maggiore forza, la grave situazione in cui si trova a vivere.

Ritengo sia un'iniziativa veramente importante che dovrebbe servire da esempio per tutte le altre città non solo dell'Italia ma del mondo, in quanto è in aumento il numero delle donne che in caso di bisogno chiedono aiuto, sostegno e ospitalità .
E' importante far sapere loro che non sono sole e possono essere aiutate! Questa giornata non deve essere una fiera delle ipocrisie, la violenza contro le donne va combattuta ogni singolo giorno affinché questo mondo possa davvero diventare un mondo anche per donne.