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sabato 4 maggio 2013

Sosan Firooz, la prima donna rapper


Sosan Firooz ha solo 23 anni ma coraggio da vendere, una donna che in quella terra martoriata che è l'Afghanistan vuole cambiare la storia attraverso la musica. Sosan Firooz è la prima donna rapper in una nazione povera di arti musicali, che attraverso le parole delle sue canzoni sta lanciando un messaggio di libertà e giustizia al suo popolo, e grazie ad Internet, anche al resto del mondo.
“Ascolta la mia storia! Ascolta il mio dolore e la mia sofferenza!” canta Sosan. Il suo è un grido di dolore ma anche e soprattutto di speranza, la speranza che qualcosa per le donne afghane possa cambiare. Canta e lotta Sosan, va contro tutte le convenzioni sociali e le tradizioni afghane: si esibisce davanti a uomini e donne, rifiuta di indossare il burqua, lascia i suoi lunghi capelli liberi da qualsiasi velo e il suo abbigliamento è tipicamente hip hop: jeans larghi, bracciali, catene, cintura con un teschio, orecchini.

Sosan riesce a imporsi, con il microfono esprime pienamente se stessa. Nel suo primo pezzo, Our neighboord, parla di speranze di pace per la sua nazione, di miseria e repressione per le giovani donne, ma soprattutto della famiglia, in fuga negli anni '90 per sfuggire alla guerra civile, dei campi profughi di Iran e Pakistan dove ha vissuto per anni, subendo angherie e un razzismo insopportabile.
Ovviamente la giovane donna ha già ricevuto numerose minacce di morte. E' stata abbandonata da moltissimi amici e parenti, le uniche certezze che continua ad avere sono il suo coraggio e la sua famiglia, che non l'ha mai abbandonata. 
Sosan lancia anche un appello ai suoi coetanei e connazionali:  “Restate nel vostro paese. Coloro che vanno via trovano solo lavori miserabili. Avranno nostalgia della loro terra, vorranno baciare la sua polvere. Qual'è il risultato di essere dei rifugiati in Iran o in Pakistan? Per loro metà degli afghani sono tossicodipendenti e l'altra metà terroristi”.
In Afghanistan Sosan Firooz sta iniziando solo ora a farsi conoscere. Da poco ha partecipato a tre giorni di concerti a Kabul dove, a causa delle regole sociali tuttora in vigore, i musicisti si sono dovuti esibire due volte, il primo giorno di fronte a un pubblico femminile, il secondo di fronte a quello maschile. 

Quando non si esibisce, Sosan lavora come attrice. Per fortuna, qualcuno l'ha scoperta e le ha offerto il suo aiuto. Il suo primo e unico singolo è stato infatti creato nel piccolo studio di registrazione del compositore Fared Rastagar, che ora la segue e la aiuta nella sua carriera. 


Che la riscossa di un popolo intero possa partire dalle rime di speranza di una giovane donna? Non dimentichiamo il coraggio di Sosan e di tutte le donne che come lei, in ogni parte del mondo, lottano contro la repressione e la paura.


venerdì 8 marzo 2013

Cosa dobbiamo festeggiare?


Lasciate le mimose sull'albero, perché noi donne non le vogliamo, non abbiamo nulla da festeggiare, nulla di cui essere felici.
Oggi è la “Giornata Internazionale della Donna” comunemente definita “Festa della Donna”.
Questa giornata, vale la pena di ricordare, non nasce così a caso. Non è una giornata stabilita per dare alle donne la possibilità di emanciparsi per un solo giorno facendo quello che durante gli altri 364 giorni l'anno non l'è concesso. Tuttavia, ormai è proprio questo il senso di questa giornata, poiché è stato perso il suo vero significato.
L’8 Marzo è un giorno della memoria, è una data che vuole ricordare 129 operaie dell’industria tessile Cotton di New York morte, nel 1908, a causa di un incendio scoppiato nella fabbrica presso la quale lavoravano in condizioni pessime, condizioni che le avevano portate a protestare e scioperare. Fu in ricordo di questa tragedia che Rosa Luxemburg propose di istituire questa data come giornata di lotta internazionale a favore delle donne.
Facendo una ricerca su Wikipedia scopriamo che l’otto marzo nel tempo è sempre stata una data per scendere in piazza e ricordare i diritti che molto spesso qualcuno, comprese noi donne, dimentichiamo che ci appartengono, ad esempio:

  • L’8 marzo 1972 la manifestazione della festa della donna si tenne a Roma in piazza Campo de’ Fiori: vi partecipò anche l’attrice americana Jane Fonda, che pronunciò un breve discorso di adesione, mentre un folto reparto di polizia era schierato intorno alla piazza nella quale poche decine di manifestanti inalberavano cartelli con scritte dove chiedevano la legalizzazione dell’aborto, la liberazione omosessuale e che fosse la donna ad avere il diritto di amministrare l’intero processo della maternità. Ma chissà perché quelle scritte non furono ben viste dalla polizia che caricò, manganellò e disperse le manifestanti.
  • Il 1975 fu designato come “Anno Internazionale delle Donne” dalle Nazioni Unite e l’8 marzo le organizzazioni femminili celebrarono in tutto il mondo proprio la giornata internazionale della donna, con manifestazioni che onoravano gli avanzamenti della donna e ricordavano la necessità di una continua vigilanza per assicurare che la loro uguaglianza fosse ottenuta e mantenuta in tutti gli aspetti della vita civile. A partire da quell'anno anche le Nazioni Unite riconobbero nell’8 marzo la giornata dedicata alla donna.
  • Due anni dopo, nel dicembre 1977, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite adottò una risoluzione proclamando una «giornata delle Nazioni Unite per i diritti della donna e la pace internazionale» da osservare dagli stati membri in un qualsiasi giorno dell’anno, in accordo con le tradizioni storiche e nazionali di ogni stato. Adottando questa risoluzione, l’Assemblea riconobbe il ruolo della donna negli sforzi di pace e riconobbe l’urgenza di porre fine a ogni discriminazione e di aumentare gli appoggi a una piena e paritaria partecipazione delle donne alla vita civile e sociale del loro paese.
  • A San Pietroburgo, l’8 marzo 1917, le donne hanno manifestato per chiedere la fine della guerra. In seguito, durante la Seconda conferenza internazionale delle donne comuniste, che si è svolta a Mosca il 14 giugno 1921, è stato scelto l’8 marzo come Giornata internazionale dell’operaia.
La festa delle donne nasce con l'obiettivo di ricordare quanto la donna abbia lottato per raggiungere l'uguaglianza dei diritti tra uomo e donna, e quanto ancora oggi questa lotta non ha fine e quanto ancora tanta strada si deve percorrere.
Perché festeggiare quando è difficilissimo in questo mondo essere donna?
Nel lavoro siamo sotto pagate o disoccupate, licenziate perché incinte e oggetto di violenza. Non è la libertà di una sera che ci renderà veramente libere, o le attenzioni del nostro uomo che ci porterà la mimosa che ci renderà rispettate.

Eppure io oggi voglio fare un augurio a tutte le donne del mondo, da quelle che lottano fino alla morte a quelle che impassibili e passive accettano semplicemente questa situazione. 
Voglio augurarmi che questa giornata diventi un momento di profonda riflessione, che sia un giorno di rivalsa per le donne che nella vita hanno conosciuto solo la violenza, che sia una giornata dove gli uomini decidano di rispettare noi donne, smettendola di alimentare il sessismo con gesti discriminatori o pregiudizi squallidi, che sia un giorno di gioia, di passione e di consapevolezza che essere donne non è una disgrazia, ma una fortuna immensa.
Che sia una giornata in cui facciamo sentire la nostra voce ancora, ancora e ancora.
Questo è l'unico 8 Marzo che noi donne vogliamo!



domenica 27 gennaio 2013

Per non dimenticare la Shoah: Irena Sendler

Il 27 gennaio 2012 si celebra in Italia come in tanti altri Paesi del mondo, il Giorno della Memoria per non dimenticare la Shoah.
Un evento che assume ogni anno un significato particolare poiché col passare degli anni le persone che hanno vissuto quella terribile esperienza non potranno più raccontarla e noi potremmo dimenticarla. Invece, la memoria di questa terribile pagina della nostra storia ci deve aiutare a costruire un futuro migliore.
Il proposito distruttivo dei Lager nazisti costituisce la loro particolarità, unica nella storia: quella di eliminare interamente un pezzo del genere umano. Alla distruzione fisica fu aggiunta la degradazione morale, fu inflitta sofferenza gratuita. I pochi superstiti dei campi sono portatori di un'esperienza collettiva assolutamente sconvolgente. La loro memoria finirà con la loro morte ma una domanda deve continuare a tormentare la nostra cultura: com'è stato possibile?
La Shoah si colloca ai confini di ciò che può essere spiegato o dimenticato e più gli anni passano più vediamo come l'uomo e la donna continuano a ricadere sempre negli stessi errori: odio per l'altro, razzismo, violenza contro donne, omosessuali e interi popoli. Ne deriva che si insinua in noi la tragica consapevolezza che ciò che è avvenuto una volta potrebbe avvenire ancora!
Non dobbiamo fare di questo giorno una fiera della ipocrisia, ma al contrario deve spingerci a riflettere e ad impegnarci tutti i giorni della nostra vita. Quando sentiamo episodi di omofobia, misoginia e razzismo non dobbiamo voltare la testa dall'altra parte perché non serve a nulla riempire le bacheche dei Social Network di link che ricordano l'Olocausto se poi siamo indifferenti durante gli altri 364 giorni dell'anno.
Credo fermamente che l'educazione delle nuove generazioni possa cambiare le cose ecco perché è importante far conoscere anche quelle persone che hanno pagato di persona nella speranza di un mondo migliore; Riporto la storia di una donna meravigliosa Irena Sendler che è riuscita a salvare, insieme con una ventina di altri membri della Resistenza polacca, circa 2.500 bambini ebrei, facendoli uscire di nascosto dal ghetto di Varsavia, fornendo loro falsi documenti e trovando rifugio per loro in case al di fuori del ghetto.


Nasce a Varsavia nel 1910 da una famiglia di tradizione socialista. Fin da piccola trascorre molto tempo con i suoi coetanei di origine ebrea, e a 5 anni è in grado di parlare yddish. Il padre è medico e fra i suoi pazienti ci sono molti ebrei poveri di cui si prende cura gratuitamente. Alla sua morte nel 1917, la comunità ebraica offre un sussidio alla famiglia in segno di gratitudine. Da ragazza Irena entra nel movimento scout e durante gli anni universitari si oppone apertamente alla discriminazione degli studenti ebrei. Entra nell'Associazione della Gioventù Polacca Democratica e nel Partito Socialista Polacco. Quando scoppia la Seconda Guerra Mondiale, ha 29 anni e lavora come assistente sociale per l’amministrazione comunale, dove, con il supporto del direttore del dipartimento (che per questo verrà deportato ad Auschwitz), soccorre gli ebrei oggetto di ogni tipo di discriminazione da parte dell’autorità nazista occupante. Nell'autunno del 1940, a Varsavia, viene recintato il ghetto e quasi 400.000 ebrei sono trasferiti al suo interno in condizioni igieniche precarie, aggravate dalla mancanza di cibo e medicine: si moltiplicano le epidemie e il tasso di mortalità è altissimo. In veste di infermiera, Irena riesce ad ottenere un lasciapassare: ufficialmente entra per la disinfestazione, in realtà organizza una rete di soccorso procurando cibo, generi di conforto, vestiti. Quando è nel ghetto porta la stella di David, non solo per confondersi fra la folla, ma anche in segno di solidarietà. Nel 1942 nasce l’organizzazione segreta “Consiglio per l’aiuto agli ebrei” (Zegota) e Irena ne diventa subito una tra le principali attiviste come responsabile del dipartimento infantile di Zegota con il nome in codice di Jolanta. Alla decisione dei tedeschi di liquidare il ghetto inizia a trasferire i bambini, vestita da infermiera, nascondendoli nelle ambulanze.  Spesso i piccoli vengono addormentati con i sonniferi e rinchiusi in un sacco o in una cassa per passare nella parte ariana, facendo credere agli uomini della gestapo che si tratta di morti per tifo. Dopo l’uscita dal ghetto i bambini sono raccolti in centri di assistenza, dove imparano ad adattarsi al nuovo ambiente, e poi assegnati a famiglie, orfanotrofi o conventi.

Nell’ottobre 1943 la Sendler venne arrestata dalla Gestapo: fu sottoposta a pesanti torture (le vennero spezzate gambe e braccia, tanto che rimase inferma a vita), ma non rivelò il proprio segreto. Condannata a morte, venne salvata dalla rete della resistenza polacca, che riuscì a corrompere con denaro i soldati tedeschi che avrebbero dovuto condurla all'esecuzione. Il suo nome venne così registrato insieme con quello dei giustiziati, e per i mesi rimanenti della guerra visse nell'anonimato, continuando però a organizzare i tentativi di salvataggio di bambini ebrei.
Terminata la guerra e l'occupazione tedesca, i nomi dei bambini vennero consegnati ad un Comitato Ebraico, che riuscì a rintracciare circa 2.000 bambini, anche se gran parte delle loro famiglie erano state sterminate a Treblinka e negli altri lager.

 Vogliamo che non succeda "mai più"? Saremo in grado di riconoscere i segni di un futuro più spaventoso olocausto? Oggi dipende da ciascuno di noi


"Se capire è impossibile, conoscere è necessario" (Primo Levi).





domenica 23 dicembre 2012

La bambola a transistor: Un augurio di Natale e di felice anno nuovo, speciale

Anche quest'anno è giunto al termine e non possiamo di certo affermare che per noi donne sia stato un anno felice o ricco di soddisfazioni. Più di 100 donne uccise per mano di mariti o ex. Vale la pena continuare a sperare in anni migliori o in qualche cambiamento? Nonostante la triste la realtà la risposta deve essere si e la speranza deve tramutarsi in un impegno costante e quotidiano sia di uomini che di donne.
Ecco perché sento di fare gli auguri a tutti: uomini, bambini/e, credenti e non credenti, ma soprattutto il mio augurio di buon Natale e in particolar modo di buon anno è rivolto a tutte le donne.
A tutte le donne tenaci, che continuano a lottare per far diventar il mondo un mondo anche per donne.
A tutte le donne che continuano a guardare lontano e con i loro gesti quotidiani cercano di realizzare una maggiore libertà e pienezza femminile;
Auguri alle donne che stanno per diventare mamme;
Auguri a tutte le donne lavoratrici che sgomitano in un mondo di maschi;
Auguri alle donne che non si sottomettono al sistema ma continuano ad essere sia lavoratrici che madri;
Auguri alle donne che non vogliono essere un oggetto appagante per i sensi maschili, ma che riconoscono la propria dignità e competenze;
Auguri alle donne che si impegnano per cambiare la nostra società;
Auguri a tutte le donne vittime di violenza in Italia e nel mondo, per far sapere loro che non sono sole.
Auguri a tutte le donne che ancora non hanno aperto gli occhi e continuano a trattare se stesse come oggetto, credendo che il loro apparire sia l'unica cosa che conta.

Un augurio speciale va alle lettrici e lettori di questo blog e per farlo mi è venuta in mente una divertente novella di Rodari nella quale si parla di una bambola modernissima (con lavatrice incorporata) che viene regalata a Natale ad una bimba di nome Enrica. Questa bambola, manomessa da uno zio mago e burlone, impazzisce: manda all'aria il servizio da tè della sua padroncina, si taglia i capelli, si arrampica sull'albero di Natale distruggendolo e facendo persino sopra la pipi. Poi fa una dichiarazione “femminista”, una sorta di “testamento”, prima di essere disattivata dai preoccupati genitori della bimba e di ritornare ad essere una brava ed educata bambola che fa il bucato. Lo spunto a questa novella Rodari lo ebbe pensando a quei giocattoli che contribuiscono a condizionare i bambini per adattarli, fin da piccoli, ai loro ruoli sessuali. La bambola è un giocattolo antichissimo e meraviglioso, ricco di significati e di simboli. Sarebbe veramente bello se tutte le mamme o future mamme traessero spunto da questa novella per comprendere come i bambini e le bambine devono essere liberi/e di sfogare la propria fantasia come meglio credono e che non ci suono ruoli stereotipati nei quali essere inseriti.

Buona lettura:



Allora, - domanda il signor Fulvio alla signora Lisa, sua moglie e al signor Remo, suo cognato, - che cosa regaliamo a Enrica per Natale?
Un bel tamburo, - risponde prontamente il cognato Remo.
Cosa?!
Ma si, una bella grancassa. Con la mazza per picchiarci sopra. Bum! Bum!
Dai, Remo! - dice la signora Lisa (per la quale però il signor Remo non è un cognato, ma un fratello). - Una grancassa tiene troppo posto. E poi, chi sa cosa direbbe la moglie del macellaio. .
Sono sicuro, - continua il signor Remo, - che a Enrica piacerebbe moltissimo un portacenere di ceramica colorata a
forma di cavallo, con intorno tanti portacenerini piccini piccini, anche loro di ceramica colorata, ma a forma di caciocavallo
Enrica non fuma, - osserva severamente il signor Fulvio. 
Ha appena sette anni.
Un teschio d'argento, - propone allora il signor Remo, - un portalucertole d'ottone, un apritartarughe a forma di angioletto, uno spruzzatore di fagioli a forma d'ombrello.
Dai, Remo, - dice la signora Lisa, - parliamo sul serio.
Va bene. Sul serio. Due tamburi: uno in do e uno in sol.
So io, - dice la signora Lisa, - quello che ci vuole per Enrica. 
Una bella bambola elettronica a transistor, con la lavatrice incorporata: una di quelle bambole che camminano, parlano,
cantano, controllano le conversazioni telefoniche, captano le trasmissioni in stereofonia e fanno pipi.
D'accordo, - proclama il signor Fulvio, nella sua qualità di capofamiglia.
lo me ne infischio, - questo è il signor Remo, - e .vado a letto a dormire tra due guanciali.
Ed ecco, dopo pochi giorni, il Santo Natale, con tanti bei prosciutti appesi fuori dei negozi e tanti magnifici portacenere a forma di Piccolo Scrivano Fiorentino nelle vetrine e tanti zampognari, veri e falsi, per le strade. 
Neve sull'arco alpino e nebbia in VaI Padana.
La bambola nuova è già li che aspetta Enrica sotto l'albero di Natale. Lo zio Remo (si tratta sempre dello stesso Remo,
il quale per il signor Fulvio è un cognato, per la signora Lisa un fratello, per la portiera un ragioniere, per il giornalaio un
cliente, per il vigile urbano un pedone e per Enrica, giustappunto, uno zio: quante mai cose può essere una sola persona!), dunque, lo zio Remo osserva la bambola con un sogghigno.
Bisogna sapere, di nascosto da tutti, che egli compie severi studi di magia: può spaccare un portacenere di travertino con una semplice occhiata, tanto per fare un esempio. Egli tocca la bambola in due o tre punti, sposta qualche transistor, sogghigna di nuovo e infine se ne va al caffè, mentre arriva di corsa Enrica, lanciando grida di gioia, che i genitori ascoltano con delizia dietro la porta chiusa.
Bella, bella, - dichiara Enrica, al colmo dell'entusiasmo. 
Ti preparo subito colazione.
Rovistando febbrilmente nell'angolo dei giocattoli, essa ne cavatI un ricco apparato di chicchere, piattini, bicchierini,
vasetti, bottigliette, eccetera, che dispone sul tavolinetto delle bambole. Fa camminare la bambola nuova fino al suo posto, la fa chiamare «mamma» e «papà» due o tre volte, le allaccia il tovagliolo al collo e si prepara a imboccarla. 
Ma la bambola, appena lei si volta un momentino, spara un paio di calci che mandano all'aria tutto l'apparecchio. 
Piattini che vanno in pezzi. Chicchere che rotolano sul pavimento del condominio e vanno a sfracellarsi contro il termosifone. Cocci.
Naturalmente accorre la signora Lisa, pensando che Enrica si sia fatta male. Arriva, crede a quello che vede e senza perder tempo sgrida per bene la figlia, chiamandola «brutta cattiva» ed aggiungendo: - Ecco, proprio il giorno di Natale mi devi combinare disastri. Guarda che se non stai attenta ti porto via la bambola e non la vedi più.
Poi va in bagno.

Enrica, rimasta sola, acchiappa la bambola, le dà un paio di sculacciate, la chiama «brutta cattiva» e la rimprovera di combinare disastri proprio il giorno di Natale: - Guarda che se non fai la brava, ti chiudo nell'armadio e non esci più.
 Perché? - domanda la bambola.
Perché hai rotto i piattini.
Non mi piace giocare con quelle cretinate li, - dichiara la bambola. - Fammi giocare con le automobiline.
Te le do io le automobiline! - annuncia Enrica, e le rilascia altri sculaccioni. La bambola non s'impressiona e le tira i 
capelli. 
Ahi! Ma, perché mi picchi?
Legittima difesa, - dice la bambola. - Sei tu che mi hai insegnato a picchiare, picchiandomi per la prima. lo non avrei saputo come fare.
Bè, - dice Enrica, per sviare il discorso, - giocheremo alla scuola. lo ero la maestra e tu la scolara.
Questo era il quaderno. Tu sbagliavi tutto il dettato e io ti mettevo quattro.
Cosa c'entra il numero quattro? .
C'entra, si. È cosi che fa la maestra a scuola. A chi fa bene, dieci; a chi fa male, quattro.
Perché?
Perché  così  impara. 
MI fai rIdere. 
Naturale, - dice la bambola. - Rifletti. Ci sai andare in bicicletta?
Certo!
E quando stavi imparando e cascavi, ti davano un quattro, oppure ti mettevano un cerotto?
Enrica tace, perplessa. La bambola incalza: - Pensaci un momento, su. 
Quando imparavi a camminare e facevi un capitombolo, forse la mamma ti scriveva quattro sul sedere?
No.
Ma a camminare hai imparato, a parlare, a cantare, a mangiare da sola, ad allacciarti i bottoni e le scarpe, a lavarti i denti e le orecchie, ad aprire e chiudere le porte, a usare il telefono, il giradischi e la televisione, a salire e scendere le scale, a lanciare la palla contro il muro e riprenderla, a distinguere uno zio da un cugino, un cane da un gatto, un frigorifero da un portacenere, un fucile da un cacciavite, il parmigiano dal gorgonzola, la verità dalle bugie, l'acqua dal fuoco. Senza voti, né belli né brutti. Giusto?
Enrica lascia cadere il punto interrogativo e propone: - Allora ti lavo la testa.
Sei matta? Il giorno di Natale - Ma io mi ci diverto, a lavarti la testa.
Tu ti ci diverti, ma a me mi va il sapone negli occhi.
Insomma, sei la mia bambola e con te posso fare quello che voglio io. Capito? 
Questo «capito» fa parte del vocabolario del signor Fulvio.
Anche la signora Lisa, qualche volta, conclude i suoi discorsi con un bel «capito»? Adesso tocca a lei, a Enrica, far valere la propria autorità padronale.  Ma la bambola, a quanto pare, se ne infischia. Essa si arrampica in cima all'albero di Natale, facendo scoppiare svariate lampadine di diversi colori. Quando è in cima fa pipi, bagnando altre lampadine a forma di Biancaneve e dei Sette Nani.
Enrica, per non litigare, va alla finestra. In cortile i bambini giocano al pallone. Hanno monopattini, tricicli, archi e frecce.
Anche i birilli. - Perché non vai in cortile a giocare con gli altri bambini? - domanda la bambola, mettendosi le dita nel naso per sottolineare la propria indipendenza.
Sono tutti maschi, - dice Enrica, mortificata. - Fanno giochi da maschi. Le bambine debbono giocare con le bambole.
Debbono imparare a fare le brave mammine e le brave padrone di casa, che sanno mettere a posto i piattini e le chiccherine, fare il bucato e lucidare le scarpe della famiglia.
La mia mamma lucida sempre le scarpe del mio papà. Gliele lucida di sopra e di sotto.
Poveretto!
Chi?
 Il tuo papà. Si vede che è senza braccia e senza mani..
Enrica decide che è il momento di dare due schiaffi alla bambola. 
Per raggiungerla, però, deve arrampicarsi sull'albero! di Natale. L'albero, da quel vero 'incapace che è, ne approfitta
per crollare a terra. Vanno in frantumi le lampadine e gli angeli di vetro: un cataclisma.
La bambola è finita sotto una sedia e pensa bene di mettersi a sghignazzare. 
Però è la prima a tirarsi su e corre a vedere se Enrica si è fatta male.
Ti sei fatta male?
Non dovrei neanche risponderti, - dice Enrica. - È tutta colpa tua. Sei una bambola maleducata. Non ti voglio piu.
Finalmente! - dice la bambola. - Spero che adesso giocherai con le automobiline.
Neanche per sogno, - annuncia Enrica. - Prenderò la mia vecchia bambola di pezza e giocherò con quella.
Davvero!? - dice la bambola nuova. Si guarda intorno, vede la bambola di pezza, l'acchiappa e la butta dalla finestra senza nemmeno aprire i vetri.
Giocherò con il mio orsacchiotto di pelo, - insiste Enrica.
La bambola nuova cerca l'orsacchiotto di pelo, lo trova, lo butta nel bidone delle immondizie. 
Enrica scoppia in pianto.
I genitori odono e accorrono, giusto in tempo per vedere la bambola nuova che si è impadronita delle forbici e sta tagliuzzando tutti i vestiti del guardaroba delle bambole.
Ma questo è puro vandalismo! - esclama il signor Fulvio.
Povera me, - aggiunge la signora Lisa. - Credevo di aver comprato una bambola e invece ho comprato una strega!
Entrambi si gettano sulla piccola Enrica, la prendono in braccio a turno, l'accarezzano e la coccolano, la sbaciucchiano.
Puah! - dice la bambola dall'alto dell'armadio su cui si è rifugiata per tagliarsi i capelli, che per i suoi gusti sono troppo
lunghi.

Ma senti, - inorridisce il signor Fulvio. - Dice anche: Puah!
Questa può avergliela insegnata solo tuo fratello.
Il signor Remo compare sulla porta, come se lo avessero mandato a chiamare. Gli basta un'occhiata per capire la situazione. La bambola gli strizza l'occhio.
Cosa succede? -domanda lo zio, fingendo di cadere da una nuvola rosa. .
Quella li, - singhiozza la povera Enrica, - non vuole fare la bambola! Chi sa cosa si crede di essere.
Voglio andare in cortile a giocare ai birilli, - dichiara la bambola, facendo volare ciocche di capelli da tutte le parti.
Voglio una grancassa, voglio un prato, un bosco, una montagna e il monopattino. Voglio fare la scienziata atomica, il
ferroviere e la pediatra. Anche l'idraulico. E se avrò una figlia, la manderò al campeggio. E quando la sentirò dire:
«Mamma, voglio fare la casalinga come te e lucidare le scarpe di mio marito, di sopra e di sotto», la metterò in castigo in piscina e per penitenza la porterò a teatro.
Ma' è proprio matta! ~ osserva il signor Fulvio. - Forse le si è guastato qualche transistor.
Dài, Remo, - prega la signora Lisa, - dalle un'occhiata, tu che te ne intendi.
Il signor Remo non si fa pregare a lungo. E nemmeno la bambola. Essa gli vola addirittura in testa, dove si mette a fare i salti mortali.
Il signor Remo la' tocca qui e là, in punti diversi e in altri ancora. La bambola diventa un microscopio.
Hai sbagliato, - dice la signora Lisa.
Il signor Remo tocca ancora. La bambola diventa una lanterna magica, un telescopio, un paio di pattini a rotelle, un tavolo da ping-pong.
Ma cosa fai? - chiede il signor Fulvio al cognato. - Adesso la rovini del tutto. S'è mai vista una bambola che sembra un
tavolo?
Il signor Remo sospira. Tocca di nuovo. La bambola ridiventa una bambola. Ha di nuovo i capelli lunghi e la lavatrice incorporata.
Mamma, - dice, ma stavolta con voce da bambola. -Voglio fare il bucato.
Oh, finalmente! - esclama la signora Lisa. - Questo si che si chiama parlare. Su, Enrica, gioca con la tua bambola. 
Sei in tempo a fare un bel bucatino prima di pranzo.
Ma Enrica, che tutto questo è stata a vedere e ascoltare, ora sembra incerta sul da farsi. 
Guarda la bambola, guarda lo zio Remo, guarda i genitori. Finalmente caccia un sospirone e dice: - No, voglio andare in cortile a giocare a birilli con gli altri bambini. E forse farò anche il salto mortale.

sabato 29 settembre 2012

Francia, il femminismo “pro-sesso, pro-porno, pro-puttane” di Morgane Merteuil

Sono rimasta piacevolmente colpita dalla testimonianza, riportata in un articolo su "Il Fatto Quotidiano", della giovane francese Morgane Merteuil, 25 anni, sex worker. Morgane Merteuil è segretario di Strass (il sindacato francese del lavoro sessuale, Syndicat du travail sexuel) e vive con gioia la scelta della propria professione. Afferma che “prostituirsi può essere un modo di riappropriarsi del proprio corpo e della propria sessualità”. La donna è autrice del libro “Libérez le féminisme!“ nel quale confessa di sentirsi discriminata dalle femministe le quali propongono un modello di emancipazione univoco e dogmatico. 
Ammetto di non essere d'accordo su tutto ciò che dice, in quanto ritengo che ci si siano altre modalità per riappropriarsi del proprio corpo e della propria sessualità senza necessariamente metterli in vendita. Finché è una sua SCELTA è giusto rispettarla, tuttavia non dobbiamo MAI dimenticare che la prostituzione per la stra-grande maggioranza dei casi è solo ed esclusivamente sfruttamento e questo non deve essere messo in dubbio.
Nonostante ciò è un pensiero affascinante in quanto diverso, una nota stonata che porta a riflettere: per cosa combattiamo realmente? cosa intendiamo per emancipazione? quali sono i nostri limiti? 
Riporto qui di seguito l'articolo integrale. A voi le dovute riflessioni!



"Di cognome fa Merteuil, in onore alla Marchesa delle “Relazioni pericolose”, libertina e abile manovratrice dei suoi amanti. Di nome Morgane. La professione, scrive sul suo account Twitter, è quella di puttana, attivista, femminista, segretario del sindacato del lavoro sessuale, lo Strass fondato in Francia nel 2009. 25 anni, Morgane ha cominciato a lavorare come prostituta a 22. La sua è stata una scelta, lo ripete più volte nel corso dell’intervista: ha abbandonato il lavoro da cameriera –pagato male – e ha deciso di mettersi in proprio prostituendosi su Internet. Ora si dedica completamente al lavoro dello Strass e ha scritto un pamphlet “Libérez le féminisme!” uscito in Francia la settimana scorsa. La Merteuil prende di mira le associazioni femministe francesi, in particolar modo una, la storica “Ni putes ne soumises” (né puttane né sottomesse) la cui colpa – spiega – è quella di imporre da decenni “un’unica e sola immagine della donne, mainstream e borghese”.

Partiamo dal libro. Perché il femminismo deve essere liberato? E da cosa?
Il femminismo istituzionale non si preoccupa di affrontare e risolvere molti problemi come quello dell’egemonia della classe bianca, borghese e eterosessuale. E’ vero le organizzazioni femministe difendono la parità dei diritti ma – come ho scritto nel mio libro – si limitano a combattere affinché le donne possano accedere a privilegi di classe senza mettere in discussione l’esistenza stessa di questi privilegi. Sono spesso troppo morbide nei riguardi del potere ma è proprio questo potere che crea le discriminazioni verso le donne.

Lei propone un modello di “femminismo plurale”. In cosa consiste?
Sono molto critica nei confronti delle associazioni come “Ni putes ni soumises” e “Osez le féminisme”perché impongono un unico modello di emancipazione della donna. La loro propaganda, costruita fondamentalmente attorno al principio di dignità della donna, erige un solo modello di emancipazione di cui tutte noi dovremmo, secondo loro, far parte. Dunque, le persone che si vogliono emancipare in un altro modo – ad esempio attraverso il sesso o decidendo di indossare il velo – vengono totalmente disprezzate da questo tipo di femminismo. Io vorrei un femminismo plurale che ammetta, riconosca e difenda anche altri modi di emanciparsi. Non tutte le donne aspirano necessariamente alle stesse cose, alcune, ad esempio, possono amare il sesso. E sì, prostituirsi può essere un modo di riappropriarsi della propria sessualità e del proprio corpo.

Sta dicendo che prostituirsi è una forma di emancipazione?
Non è una forma assoluta di emancipazione ma relativa. Relativa alle condizioni in cui si esercita e si è scelto di farlo. Voglio dire, la prostituzione non è la via attraverso la quale una donna si deve emancipare. E’ un modo di sopravvivere come un altro, non dico sia meglio o peggio di un altro lavoro. Il concetto è che ognuno deve poter scegliere il modo di liberarsi. E questo può avvenire anche attraverso il lavoro sessuale.

Ma la maggioranza delle prostitute – come lei saprà – non ha scelto di farlo. Nel suo libro si parla poco di sfruttamento della prostituzione.
Il nostro sindacato combatte da anni questo problema, lotta contro l’obbrobrio morale, la schiavitù, il traffico di essere umani, lo sfruttamento sessuale dei bambini. Lo Strass è un luogo di riflessione e elaborazione di un modello di lavoro sessuale autogestito e scelto. Nel mio pamphlet mi sono voluta concentrare su come il femminismo istituzionale affronta il concetto di prostituzione e di prostituta. Come ho scritto, noi siamo pro-sesso, pro-porno, pro-puttane e per la libertà di portare il velo. Tutte le femministe dovrebbero lottare affinché ciascuna donna possa essere rispettata a prescindere dalla scelta che decide di fare.

Voi chiedete le dimissioni di Najat Vallaud-Belkacem, ministro dei Diritti delle donne, che sta lavorando a una legge che punisce i clienti.
L’abolizionismo è una posizione paternalista e non ha alcun senso. Non farà altro che rendere il lavoro delle prostitute ancora più pericoloso. Al ministro Belkacem chiediamo di ritirare questo progetto di legge. Ai ministri del lavoro, della giustizia e dell’interno chiediamo l’abrogazione del reato di adescamento passivo, che tra l’altro il Partito socialista promette di fare da mesi.

Lei perché ha cominciato a prostituirsi?
Ero all’università, lavoravo in un bar ma guadagnavo veramente poco. Un giorno, avevo 22 anni, ho scoperto che facendo la escort a domicilio potevo diventare totalmente indipendente e lavorare quando volevo. Così ho iniziato. Ora mi dedico unicamente al Sindacato e alla militanza."

sabato 22 settembre 2012

Per riflettere...

Da qualche giorno ho finito di leggere "Il corpo delle donne" di Lorella Zanardo, e più andavo avanti nella mia lettura più mi convincevo che questo libro dovrebbe essere letto da tutti gli uomini e le donne di qualsiasi età. Non mi interessa aggiungere altro, voglio semplicemente lasciarvi con le parole della Zanardo riportandovi alcune parti del libro, e sperare che questo susciti la vostra curiosità e magari vi spinga alla lettura integrale di questo libro eccezionale che fa comprendere come in TV troviamo la donna che appare, ma manca la donna che è. Senza contare che ci vengono imposti stereotipi femminili quando nella realtà i tipi di donna sono molteplici e svariati. Non esiste, oserei dire per fortuna, solo il modello di donna proposto dai mass-media.
Buona lettura:

Ho lavorato e sono sfinita, non immaginavo così tanta fatica, così tanta noia. Adesso so che le immagini non sono solo immagini, sono comunicazione, memoria, sapere, educazione...
Di certo non immaginavo che le immagini televisive fossero uno specchio così preciso per alcuni comportamenti. Ho cercato di guardare dentro quello specchio per vedere chi siamo e magari riuscire a modificarci se non ci piacciamo. Ho capito anche che talvolta gli specchi servono a nascondere oltre che a rivelare.

Volti ricondotti a maschere dalla chirurgia estetica. Corpi gonfiati a dismisura come fenomeni da baraccone di un circo perenne che ci rimandano a un'idea di donna contraffatta, irreale. Allora sono sicura che la TV la puoi guardare, la puoi sopportare, ma solo pensando che è un grande circo.

I volti e i corpi delle donne reali sono stati occultati; al loro posto, la proposizione ossessiva, volgare e manipolata di bocche, cosce, seni: una rimozione e sostituzione con maschere e altri materiali.
Dove sono finite le "qualità" del femminile nelle immagini che dominano?
Non riusciamo a scorgere in TV una natura peculiare dell'essere femminile, un'identità nuova, originale, genuina a parte pochissimi casi su reti minori o in orari di bassa audience.

Essere autentici probabilmente costituisce uno dei diritti fondamentali dell'uomo. Ma essere autentici richiede di saper riconoscere i nostri desideri e i nostri bisogni più profondi.
Dal mio punto di vista, credo che il vero problema delle donne sia non essere più in grado di riconoscere i propri bisogni, e di conseguenza come è possibile essere autentiche?

Sono sicura che senza questa pressione continua sul "dovere essere belle" secondo dei canoni che noi non abbiamo scelto, ci accetteremmo di più per quel che siamo.

Diceva la Magnani al truccatore che prima del ciak stava per coprire le rughe del volto: "Lasciamele tutte, non me ne togliere nemmeno una, ci ho messo una vita a farmele".

Ricordo una trasmissione dove Teo Mammuccari fingeva di ipnotizzare una soubrette a cui veniva ordinato di togliersi pantaloni e reggiseno. La donna restava in piedi, in mutande e reggiseno, occhi chiusi, i pantaloni alle ginocchia. La telecamera la inquadrava, piacente e adulta, con i pantaloni calati: l'immagine era oscena e mi pareva che con questa violenza visiva si andasse ben oltre la proposta di modelli in cui gli spettatori a casa potessero immedesimarsi. C'era un compiacimento nel mostrare oltre il lecito e oltre il buongusto, c'era il piacere dello scherno, dell'umiliazione: come se si desse per scontato che a casa godessero nel vedere i loro eroi avviliti.

Pensavo agli italiani di fronte la televisione. Mi chiedevo come si sentissero, sottoposti costantemente com'erano a stimoli erotici: coniugi che si accoppiavano davanti allo schermo stimolati da enormi seni perennemente in primo piano, adolescenti eccitati davanti a provocanti soubrette in trasmissioni pomeridiane...Ma è veramente così?

Le due veline provocanti, ammiccanti, stanno in ginocchio sulla scrivania dei conduttori, occupando i lati dello schermo. Sorridono al pubblico, vezzose e infantili.
Non parlano quasi mai. Ogni tanto si alzano per lo stacchetto, un balletto durante il quale la telecamera sbircia insistentemente sotto le minigonne. Sono "ragazze decorazioni" volti e corpi piacevoli ma non eccessivi nelle forme, sguardi ingenui [...] A queste ragazze non è quasi mai richiesto di parlare e, se lo fanno,  è solo per avvalorare l'affermazione di un uomo.

Iacchetti e Greggio [...] incuranti degli anni che passano, alternano barzellette e battute a doppio senso sulle loro partner in trasmissione, che per età potrebbero essere le loro nipoti.
[..] Emerge che Striscia, con quei due sessantenni adolescenti e quelle due lolite, è davvero uno spaccato dell'Italia d'oggi: perdita di ruoli, mancanza di figure di riferimento. Dove sono gli adulti a cui i ragazzi e le ragazze possono ispirarsi in modo simbolico?

Eravamo partiti con l'idea di dire basta alle donne trattate come oggetti o come eterne bambine; non eravamo pronti allo scherno, alla derisone, alla sopraffazione.

Il danno più grave che emergeva era l'evidente colonizzazione del nostro immaginario. Accade infatti sempre più spesso che tra donne si presti molta più attenzione di prima a seni, bocche e corpi: guardiamo il seno di un'amica, valutiamo la linea della collega, scrutiamo le rughe e gli altri segni di invecchiamento delle altre donne. Dipende, è evidente. dall'aver introiettato il modello maschile: ci guardiamo come riteniamo ci guarderebbe un uomo. Ma come sarebbe il nostro sguardo depurato dalle pressioni dei media?

Quante donne si sottopongono a un intervento di mastoplastica additiva, mi chiedevo, per un personalissimo e rispettabile desiderio di avere un seno più voluminoso e quante invece sotto la spinta dell'insicurezza che deriva dal non sentirsi adeguate, dal non corrispondere a un modello di bellezza imperante?

Perché non è possibile, semplicemente, avere delle trasmissioni, come in qualsiasi altro stato dell'Unione europea, dove l'intrattenimento non significa l'umiliazione delle donne?

Se il "mercato" televisivo dunque propone, tra le altre cose, un'immagine umiliante per le donne, vuol dire che è questo che il pubblico "consumatore" vuole, perfino quello femminile? E' accettabile, per la comunità dei cittadini?

La donna adulta fa riferimento alla dimensione del seno della ragazza prima dell'operazione, definendolo "meno di una coppa di champagne", dimensione non sufficiente ma che comunque "ti ha consentito di aver un fidanzato".  Sembra chiaramente che qui si sta passando il messaggio che un fisico non rispondente ai diktat del mercato può compromettere la possibilità di stabilire una relazione d'amore.

I volti delle donne adulte sono stati banditi dalla televisione. I volti delle donne mature sono scomparsi. Dove sono finiti? Perché in televisione non si vedono quasi più?

Il termine faccia viene dal verbo fare e dunque ci portiamo in giro ciò che abbiamo fatto nella vita: la nostra faccia, appunto.

"Ho delle rughe molto evidenti", ha dichiarato recentemente l'attrice Kate Winslet in un'intervista ad "Harper's Bazaar". "E quando guardo le locandine dei miei film, dico sempre: "Mi avete ritoccato la fronte. Potete farla tornare com'era?". Preferirei che la gente dicesse "Sembra più vecchia anziché sembra paralizzata".

Attraverso la televisione, sento la violenza insita nel proporre un modello così artificiale di femminile adulto. Penso all'enorme insicurezza di noi donne, costrette ad annullarci pur di essere accettate. Ancora una volta, interpretiamo a modo nostro il presunto desiderio maschile.

...le donne offese in TV possono anche essere considerate indecenti e disdicevoli, ma non vengono viste com oggetto di una violenza diretta verso il genere femminile, e quindi come ostacolo alla dignità e all'affermazione individuale di ogni donna. Insomma, che si tratti di una violazione di un diritto costituzionale non è ancora coscienza acquisita. La rappresentazione delle donne in TV ridicolizzate, spogliate, manipolate, a volte umiliate, sul piano istituzionale viene considerata ancora come cattivo gusto e non come limitazione della libertà individuale di milioni di donne.

Non si tratta solo dell'uso e della strumentalizzazione del corpo femminile per vendere qualunque oggetto, ma anche e soprattutto della continua svalutazione della donna intesa come persona, eternamente relegata in ruoli sciocchi e superficiali.

Il modello che detta legge in questo momento è la magrezza estrema corredata però da seni abbondanti, per forza di cosa spesso installati da invasive operazioni chirurgiche.
Tutto questo nudo e i continui richiami sessuali non operano la liberazione dell'erotismo femminile, che l'uomo teme in quanto segno evidente di affermazione della persona, ma, abbinati al continuo reinserimento della figura femminile nei ruoli di madre, sposa e prostituta, servono a congelarne le possibilità di evoluzione nella società, a limitarne la libertà e i diritti.

Si tratta di creare spettatori consapevoli, liberi non in base a quanto viene loro proposto ma in base a ciò che essi sanno riconoscere e valutare; se so cosa sto guardando, se ne decifro il linguaggio. allora posso veramente scegliere cosa guardare, e quindi solo allora veramente libero.

"Di che cosa abbiamo paura?", direi che abbiamo paura di non piacere. Abbiamo paura di non essere accettate così come siamo. E forse, in ultima analisi di rimanere sole.
Non importa. vorrei dire alle ragazze che incontro in giro per l'Italia, non importa se non piacciamo a tutti. Accettiamo di non piacere, almeno per un po'.
Per il tempo necessario per far si che anche in Italia, paese in "resistenza", si cominci a considerare una donna che rivendica i propri diritti, diritti sanciti dalla Costituzione, semplicemente una persona che rivendica i propri diritti.

Sorprendentemente, sul blog scrivevano anche molti uomini:
"Sono un ragazzo di ventitré anni e con infinita ostinazione mi scontro ogni giorno con la mia ragazza per spronarla a cercare se stessa fuori dagli stereotipi formali che il mondo degli uomini le ha cucito addosso."
"Ma nessuno pensa a noi uomini? Davvero credono che siamo una massa di bavosi arrapati che stanno davanti alla TV aspettando che Belen si spogli? Io mi sento offeso nella mia dignità tanto quanto voi.
Considerano voi prosciutti e noi decerebrati. Siamo stufi quanto vuoi e il nostro ideale di donna è lontano anni luce da quello che vediamo in TV. Siete voi che vi lasciate manipolare, così andate dal chirurgo. fate i fanghi per la prova costume, vi vestite per le altre e non certo per noi."

Oggi le manifestazioni sono sempre più rare, probabilmente perché è venuta a mancare la consapevolezza che le nostre azioni possano modificare e migliorare il mondo che ci circonda: Perché manifestare se poi niente cambia?

Ci scagliamo tanto contro le tante ragazze oggetto usate nelle trasmissioni televisive. ma è a chi governa la televisione che dovremmo chiedere dei limiti da far rispettare agli autori.

Perché non reagiamo?
Perché non ci presentiamo nella nostra verità?
Perché accettiamo questa umiliazione continua?
Perché non ci occupiamo dei nostri diritti?
Di che cosa abbiamo paura?





martedì 18 settembre 2012

Parigi, l'asilo che cancella le differenze tra i sessi

"Bambine che giocano" della pittrice impressionista Berthe Morisot"
Parigi, 7 settembre - Maschietti che giocano con le bambole e femminucce che si divertono con lego e macchinine: e' l'esperimento di un asilo francese di Saint-Ouen, alle porte di Parigi, per lottare sin dall'infanzia contro gli stereotipi sessisti. Proprio oggi le ministre delle Pari opportunita', Najat Vallaud-Belkacem, e della Famiglia, Dominique Bertinotti, hanno fatto visita a questa scuola pilota - prima ed unica in Francia - che seguendo l'esempio della Svezia (tra i primi Paesi a mettere in atto programmi a scuola per combattere il sessismo e le diseguaglianze legate al genere), conduce da oltre tre anni un lavoro ''per favorire l'uguaglianza tra i sessi'', gia' dalla tenera eta'.

Niente rosa o blu sulle etichette degli armadietti, ne' poster di principesse e pirati alle pareti, e nemmeno case delle bambole e mini-cucine per future casalinghe: ''La lotta contro gli stereotipi sessuali non e' qualcosa che si vede - spiega la direttrice della scuola materna Bourdarias, Haude Constantin -. Non si vede ma e' un processo lungo e delicato che necessita di riflessioni e piccole trasformazioni. Ma funziona!''. Anche i genitori sono invitati a contribuire alla formazione: vengono educati al significato di 'genere', si spiega loro quali sono le rappresentazioni culturali legate al sesso e il rapporto sociale tra maschi e femmine. .

''All'inizio eravamo sorpresi - spiega un papa', Arnaud, 43 anni -. Non capivamo bene che cosa c'entrasse il sessismo con dei bimbi di meno di tre anni. Poi ci siamo resi conto che noi stessi perpetravamo dei cliche'. Nostro figlio era un ometto, forte e coraggioso. Mai gli avremmo detto: 'Sei carino'''. Anche gli educatori hanno dovuto imparare a non cedere alle diseguaglianze di base: niente complimenti sui vestitini alle femmine e guai a esortare i maschi a non piangere perche' ''i duri non versano lacrime''. Dalla Svezia e' arrivata una studiosa di pedagogia che ha formato il personale che sta conducendo l'esperimento. Tra le regole: fare gli stessi complimenti a tutti e, se non lo fanno spontaneamente, esortare i piccoli a giocare con tutti i giochi. ''Non si tratta di forzarli ma di offrire loro la possibilita' di scegliere - spiega uno degli educatori -. E' sorprendente scoprire che le bambine impazziscono per gli atelier di bricolage mentre i bambini adorano gli atelier sulle emozioni, un gioco per imparare a esprimere gioia, tristezza, rabbia o paura. Perche' se non si sanno verbalizzare le proprie emozioni si usa la forza o si alza la voce''. Lo scopo dell'esperienza? Formare adulti meno violenti e senza stereotipi.


Cosa ne pensate? Secondo me tutte le scuole dovrebbero cominciare a comportarsi esattamente come questo asilo francese. D'altronde non ho dubbi che sia un esperimento che avrà esiti positivi poiché i bambini sono curiosi e amano esplorare tutto, e allora perché ostinarci nel limitare questa loro immensa creatività, queste loro potenzialità. E poi tentare non nuoce.

giovedì 13 settembre 2012

Clara Schumann: una delle prime grandi concertiste europee

Google, oggi, celebra e porta alla ribalta dei più un personaggio molto interessante.
Anche su questo blog non può mancare un piccolo omaggio per Clara Schumann, compositrice e pianista tedesca, ma prima ancora una gran donna.



La musica era nel destino di Clara Josephine Wieck Schumann, sin dalla nascita. Suo padre, infatti, cantore e insegnante di piano, aveva fondato una fabbrica di pianoforti; la madre era cantante e pianista e il nonno un celebre compositore. La famiglia, ben presto, si accorge delle doti di Clara, che viene destinata a corsi privati, con l'intento di renderla una virtuosa del piano.
Alla scuola del padre, la donna conosce Robert Schumann e se ne innamora. Il matrimonio, osteggiato dalla famiglia, avviene al compimento dei suoi 21 anni e nel contempo la carriera della Schumann comincia a prendere il largo, con i primi concerti anche in giro per l'Europa.
All’inizio della sua carriera artistica, Clara Schumann divenne conosciuta principalmente per le esecuzioni di pezzi già popolari e di successo, selezionati dal padre. Successivamente maturò un particolare gusto per i nuovi compositori dell’epoca romantica come Chopin, Mendelssohn e naturalmente Robert Schumann. Iniziò a mettere insieme da sola i programmi, inserendo anche composizioni di Haydn, Mozart, Brahms e Beethoven.
Ben presto, però, Robert comincia a dare segni di squilibrio mentale e Clara è così costretta ad accudirlo, sino al necessario internamento. Ci sono otto figli da crescere e per farlo la musicista decide di moltiplicare gli sforzi lavorativi. Nel 1854 realizza 22 concerti europei in appena due mesi e non si risparmia neanche nei mesi a seguire. Ben presto, però, il suo corpo comincia ad accusare grossi problemi, soprattutto a un braccio sinistro, che non sembra rispondere alle cure.
Spesso non riusciva a dormire, annullò diversi concerti, le cure a base di oppio e l'immobilità non le giovarono, perché dopo poco tempo i dolori ritornavano.
Ma Clara non volle fermarsi e anzi decise di impegnarsi in performance sempre più difficili: nel 1861 suonò l'impervio concerto N°1 in re minore di Brahms, che le richiese uno sforzo fisico immenso. 
«La Wieck-Schumann soffriva di quella che oggi chiamiamo "sindrome da sovraccarico — spiega Rosa Maria Converti, responsabile dell'ambulatorio "Sol Diesis" dedicato ai musicisti, dell'Istituto Don Gnocchi di Milano —. È una delle patologie più frequenti dei pianisti e dipende dal fatto che il musicista suona pezzi che sono al di sopra delle sue possibilità, senza un'adeguata preparazione fisica, oppure suona troppo: c'è chi va avanti anche 15 ore, magari senza pause, senza stretching». Clara, grazie alla forza di volontà, alla ferrea disciplina e alle buone regole di postura apprese fin da piccola non cedette, anche se le capitava di non riuscire a muovere altro che le dita. Poi, fra il 1873 e il 1875, il crollo: annullò tutti i concerti in Inghilterra e negli Stati Uniti per trovare finalmente una soluzione al suo dolore cronico e rischiò di cadere in depressione mentre tentava i curarsi in ogni modo, facendosi visitare da innumerevoli medici.

L’ultimo concerto pubblico di Clara Schumann si tenne nel marzo del 1891. Cinque anni dopo, morì a causa di un infarto quando aveva 76 anni. È sepolta nel cimitero di Bonn insieme con il marito Robert.

Negli ultimi anni di vita Clara Schumann fu costretta su una sedia a rotelle e divenne quasi completamente sorda. La sua storia interessò diversi storici della musica e affascinò scrittori. Nel 1947 l’attrice Katharine Hepburn interpretò il suo ruolo nel film Canto d’amore, ispirato alla storia sentimentale tra Clara e Robert, che contribuì a farla conoscere a un pubblico più ampio e popolare.

Così la ricordiamo:


venerdì 31 agosto 2012

Anche noi la ricordiamo!


Chi era Maria Montessori?
Difficile descriverla in una sola parola: è stata la prima donna a laurearsi in medicina, coerentemente con le sue idee sull'emancipazione femminile, è stata una pedagogista e una scienziata italiana, fondatrice della "Casa dei bambini" a Roma.
Maria Montessori è stata la prima donna a comprendere che il futuro dell'umanità è in mano ai bambini e alle bambine, e che l'educazione deve assumere un ruolo fondamentale nella vita di ogni individuo.
La sua indagine comincia dall'osservazione delle famiglie e da un' importantissima intuizione: spesso gli adulti considerano i figli solo un impaccio, "perché i loro obblighi urgenti li opprimono", così che questi restano confinati nelle loro stanze, affidati ad estranei salariati. Devono stare buoni, in silenzio, perché nulla gli appartiene. Maria Montessori, al contrario, sostiene che è necessaria una nuova educazione che parta dalle famiglie e che abbia come obiettivo la formazione di futuri uomini e donne che abbiano cura della futura società di cui faranno parte.

Maria Montessori è conosciuta in tutto il mondo per il metodo di insegnamento che ideò per i bambini. Il metodo Montessori si basa principalmente su un assunto: l’allievo deve essere libero di sperimentare per conto proprio, perché solamente attraverso la libertà si possono favorire la creatività e altre doti presenti nella natura dei bambini. Attraverso questo processo, il metodo deve far emergere e far comprendere l’importanza della disciplina, dando agli allievi le risorse per imparare a regolarsi da soli e a seguire quando necessario le regole. Montessori puntò principalmente sulla pedagogia scientifica, sostenendo che fosse necessario un nuovo approccio scientifico nel campo dell’educazione. E il metodo, usato ancora oggi in centinaia di scuole in giro per il mondo, ne è la dimostrazione: oggetto dell’osservazione scientifica non deve essere semplicemente il bambino in sé, ma tutte quelle dinamiche che lo portano a compiere scoperte e che si basano sulla sua spontaneità. Per poter scoprire le cose, e imparare, il bambino deve inoltre avere un mondo a portata di mano. Montessori introdusse il concetto di una scuola a misura di bambino, e non di adulto come accadeva nei primi del Novecento. Un ambiente più amichevole e meno ostile divenne l’elemento necessario per mettere a proprio agio i bambini e consentire loro di interagire con più naturalità, primo passo verso l’apprendimento.
Per oltre 40 anni Maria Montessori sarà presente non solo nella diffusione del metodo, ma anche nella ricerca scientifica in vista della liberazione dell'infanzia ("la vera questione sociale del nostro tempo") e della difesa del bambino, l'essere fino ad oggi dimenticato e sostituito dall'adulto.

Il bambino è padre dell'uomo, in lui (e aggiungiamo in lei) è conservata la possibilità del perfezionamento dell'umanità e Maria Montessori lo sapeva ed è per questo che oggi, in occasione dei 142 anni della sua nascita, la ricordiamo!


Inoltre, in questo blog, non può mancare una notizia veramente interessante sulla Montessori di cui sono venuta a conoscenza grazie ad un'amica che ancora ringrazio.
Infatti questa donna straordinaria è l'autrice di un volantino nel quale invitava le donne ad iscriversi nelle liste elettorali, dato che in nessun testo normativo era posto il divieto di farlo. Infatti,all'epoca vigeva lo statuto Albertino, il quale nulla recitava al riguardo, poiché era del tutto ovvio e scontato che la donna non avesse alcun diritto al voto. Maria Montessori, "approfittando" del silenzio della legge (ma consapevole che le donne non potevano votare nè candidarsi) pubblicò il volantino. A seguito di ciò iniziò una trafila di ricorsi e delle varie corti d'appello chiamate a pronunciarsi sulla presenza di donne all'interno delle liste, soltanto la corte d'appello di Ancona decise a favore di tali liste. Il presidente della corte, Lodovico Mortara, ebbe a dire che pur non essendo favorevole all'estensione del diritto al voto alle donne, non si poteva negare loro di iscriversi nelle liste.

"Il bambino è padre dell’umanità e della civilizzazione, è il nostro maestro, anche nei riguardi della sua educazione".

lunedì 6 agosto 2012

Donna di strada

Donne di strada, "Femme de la rue" è il titolo del documentario che Sophie Peeters ha realizzato come tesi di laurea e che testimonia il comportamento tenuto quotidianamente dai “maschi” nei suoi confronti, usando una videocamera nascosta per filmare gli insulti quotidiani. Il documentario è stato proiettato in un cinema della capitale nordeuropea e in seguito è stato ripreso dai principali media belgi. L'opera ha avuto un successo incredibile: l'amministrazione locale ha annunciato che nelle prossime settimane sarà approvata una legge che sanzionerà salatamente chiunque molesti verbalmente le donne in strada.

Sofia Peeters è una studentessa all’ultimo anno della scuola di cinema Rits di Bruxelles. Due anni fa ha lasciato la città natale di Lovanio per trasferirsi nella capitale belga, nel quartiere Anneessens vicino all’istituto, ed è rimasta «stupita perché venivo continuamente apostrofata dagli uomini per strada, anche 10 volte al giorno: dai fischi alle volgarità del genere “quanto vuoi?”».

Il pubblico femminile che leggerà queste righe non rimarrà particolarmente sorpreso, poiché nessuna di noi potrà negare che oramai passeggiare da sole in strada è diventato un'autentica tortura. Siamo vittime di insulti sessisti e proposte volgari, addirittura da parte di uomini che a volte hanno il doppio della nostra età.
Gli insulti ricevuti e le proposte indecenti raccontate nel documentario sono le più varie. Si va dal giovane che chiede a Sofie «se vuole andare in hotel con lui» all'uomo di mezz'età che la invita in casa per fare sesso. Altri riescono a far di peggio e la apostrofano: «Cagna», «Prostituta», «sgualdrina». «La prima domanda che mi sono posta è se fosse colpa mia - ha confessato all'emittente belga Rtbf. Forse erano i miei vestiti troppo succinti per quell'ambiente». Presto però la giovane si è dovuta ricredere. Anche indossando vestiti poco appariscenti, i commenti sessisti non sono diminuiti. Nel filmato seguono le testimonianze di altre ragazze che vivono nello stesso quartiere e sono state più volte vittime di apprezzamenti disgustosi: «Una volta un ragazzo ha sputato per terra dopo avermi chiamato cagna - dichiara nel documentario Laura - Eppure non avevo fatto nulla, indossavo dei normali pantaloni». 

Come tutte le scelte coraggiose la studentessa ha pagato la sua tesi con reazioni molto discutibili. Ma ha anche suscitato l’emulazione di altre ragazze che, forti della sua denuncia, hanno trovato la forza di raccontare la propria esperienza.

Ma quali sono le origini di questo comportamento?
Di certo la colpa non può e non deve essere attribuita alla donna in quanto il suo modo di vestire o truccare il viso non può mai giustificare una molestia o violenza.
Della serie: se ti poni in una certa maniera in fondo te le vai a cercare.
Ossia una donna che si veste, si trucca, in maniera provocante, in fondo legittima in qualche modo un certo tipo di comportamento maschile?
L’abbigliamento è una comoda scusa per sentirsi leggitimati ad infastidire una donna alla fermata del bus?
In estate personalmente indosso solo gonne molto corte in quanto sono particolarmente intollerante al caldo e quindi sento l'esigenza di essere il più scollata possibile, questo significa che gradisco fischi o battutine rozze e offensive?
A ciascuno di voi la risposta!

sabato 23 giugno 2012

Di che colore sono i bambini?



Il rosa è il colore delle bambine. L’azzurro quello dei maschietti. Queste due relazioni tra genere e colore sono diffuse in tutto il mondo. Il fotografo sud coreano Yoon Jeong Mee ha realizzato degli scatti per dimostrare quanto siano radicate.















Ho trovato il lavoro del fotografo Yoon Jeong Mee sulla pagina web di "Giornalettismo".
Credo che le foto parlino da sole: i maschietti sono celesti, le femminucce rosa; gli uomini lavorano e le donne si dedicano alla cura; ai maschietti il camion, alle femminucce la barbie, ai maschietti le costruzioni, alle femminucce i peluche, come dimostrano le immagini.
Sin dalla culla iniziamo ad affibbiare dei ruoli decisi da una società ignorante che vuole escludere un genere piuttosto che un'altro da alcune mansioni, creando un mondo attorno ad essi che non si limita solo ai giocattoli ma si estende alla scelta del colore della camera, dei vestiti per i neonati, dei confetti nel momento del battesimo, per poi prolungarsi nel tempo con la scelta nel periodo scolastco di zaini e astucci fino ad arrivare a loro volta nell’imporre tali colori ai loro figli; rimanendo scandalizzati e rimproverando il bambino o bambina che per istinto voglia prendere un oggetto che appartiene all’altro sesso semplicemente perché gli aggrada il colore.
Insomma se assegniamo i ruoli ai neonati, con i fiocchi nascita e tutine, come possiamo pretendere di educare i nostri figli e le nostre figlie ad essere ciò che più desiderano, ad essere spontanei e non fissati dentro categorie arbitrarie?
Quanti saranno i genitori che continueranno a riempire le loro figlie di giocattoli e abitini rosa senza nemmeno accorgersi che ciò significa privare le bambine delle loro future aspirazioni e portarle ad accettare e subire discriminazioni?
 E se a un maschietto piacesse un pupazzetto rosa? Dobbiamo portarlo dallo psicologo?
Quanto ancora dobbiamo sopportare una tv che propone alle bambine ruoli stereotipati e donne-oggetto semi-nude e spogliate affianco a uomini col doppio della loro età?

Genitori di tutto il mondo, cominciamo a combattere il sessismo e le gerarchie sociali partendo dalla gravidanza!

"Il problema non è con che cosa giochino, ma il fatto che se se si confina una bambina ai soli giochi di cura e di immaginazione, se la si incentiva a essere principessa passiva, circondata di bambole o di aspirapolvere in miniatura; e si indirizza il maschio unicamente verso giochi “sociali”, di squadra, o legati alla forza o alle abilità fisiche, si privano l’uno e l’altra di esperienze fondamentali.
Benissimo che la bambina finga di preparare i pasti per la famiglia. Male che non possa farlo anche il coetaneo maschio. Bisogna insomma creare uno spazio dove ciascuno possa essere guerriero e principessa."

Elisabetta Camussi

domenica 13 maggio 2012

Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore, ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.


"Che cos'è una madre? Una piccola fessura in un muro interminabile fatto di cemento e mattoni che copre l'orizzonte. Un bacio di sfuggita in una stanza buia.
Un'unica stella in un cielo di montagna. 
Uno strano calore attaccato alla tua pelle
ovunque ti trovi."
Sebbene non esista un giorno ufficiale in cui viene celebrata, la festa della mamma è comunque tradizionalmente festeggiata in ogni angolo del mondo.
Oggi festeggiamo tale evento che ha come obiettivo quello di celebrare l'amore e la gratitudine verso le mamme, per le mamme di tutto il mondo, per le mamme coraggiose che non abbandonano mai i propri figli e le proprie figlie.

Le origini della festa sono molto antiche: la festa della mamma è infatti legata al culto delle divinità della fertilità dei popoli che in tempi antichi erano soliti adorare differenti dèi. Tali celebrazioni venivano organizzate nel periodo dell’anno in cui avveniva il passaggio stagionale dal freddo inverno ai caldi primaverili o estivi, quando cioè la natura torna ad esaltare colori e profumi della terra, segni evidenti di prosperità e ricchezza. In America è stata introdotta, per la prima volta, nel maggio 1870 da Julia Ward Howe, attivista pacifista, che propose l'istituzione del Mother's Day, come momento di riflessione contro la guerra. La sua ufficializzazione arrivò nel 1914 con il presidente Woodrow Wilson, attraverso una delibera che fissò i festeggiamenti in occasione della seconda domenica di maggio.
In Italia la Festa della mamma è stata introdotta in Italia negli Anni Cinquanta da Raoul Zaccari, senatore e sindaco di Bordighera. Fu proprio nella città delle palme, al teatro Zeni fu celebrata, la seconda domenica di maggio del 1956, la primissima Festa della mamma italiana.
Questo giorno serve per ricordare l'importanza del ruolo sociale della mamma, e se è vero che "L’avvenire di un bambino è l’opera di sua madre" e che "Una buona madre vale cento maestri", allora il mio pensiero va a tutte coloro che aspettano un figlio, in particolare un figlio maschio. E' inutile dire che viviamo in una società che denigra la donne su più svariati aspetti: psicologicamente, fisicamente, intellettualmente. Cerchiamo mille soluzioni per ovviare al problema ma molto spesso non ci rendiamo conto che qualcosa potrà cambiare solo quando penseremo in maniera diversa il rapporto uomo-donna, nel modo in cui non solo la donna pensa se stessa (a volte vittima degli stereotipi che le sono stati imposti) ma soprattutto il modo in cui l'uomo pensa e vede la donna.
E' giunta l'ora di uscire da schemi ormai vecchi ma ancora profondamente ancorati nella mentalità di tutti noi. Questo potrà avvenire se tutti ci impegniamo seriamente, non solo noi donne ma anche e soprattutto gli uomini. E dunque auguri a tutte voi mamme, a chi lo è già e a chi vuole diventarlo, poiché avete il compito fondamentale di cambiare le sorti di questa società educando i vostri figli all'assoluto rispetto per l'altro.
Noi figlie/i facciamo in modo di apprezzare tutti i giorni dell'anno le donne che ci hanno messo al mondo, e combattiamo fino all'ultimo per un paese in cui le politiche sostengano davvero le donne che vogliono essere madri!


sabato 12 maggio 2012

Il rap contro il femminicidio

Il rapper cosentino Mirko Kiave, volto noto di Mtv, dedica una canzone e un video al tema del femminicidio. E' un brano ricco di impegno che nasce da una seria battaglia contro la violenza sulle donne, mosso dall'appello ''Mai più complici'' lanciato da "Se non ora quando", Loredana Lipperini e Lorella Zanardo.
Kiave, colpito dalla questione, ha pensato così di creare un brano apposito, intitolato “Il Termine Esatto" che è giunto subito all'attenzione del quotidiano "La Repubblica", che ha contribuito alla sua diffusione pubblicandolo subito sul proprio sito.

"Ho deciso di fare un pezzo perché firmare non basta - dice Kiave -  Questa battaglia culturale riguarda in primo piano noi uomini: dobbiamo esserci. Il rap serve anche per sensibilizzare e aprire le menti di chi ascolta''
E' un messaggio davvero significativo e positivo quello di Kiave, che deriva dalla profonda fiducia lui stesso nutre nei confronti del Rap vista come "un'arma destinata a cambiare le cose", e come possiamo dargli torto! Da sempre si sa che la musica è un potente mezzo di comunicazione che non serve solo per divertirsi, divertire ma è un fortissimo strumento educativo che se usato bene può davvero svegliare le coscienze e muovere verso il cambiamento. Come affermavano i greci  la musica rende più profonde le emozioni e costituisce un’educazione perfetta per l’anima.
E allora non posso che lasciarvi ascoltare il brano sperando che questo possa essere un utile fonte di riflessione per tutti/e.


Che razza di uomo sei? Dove sono gli uomini?
54 donne uccise solo nel 2012
numeri allarmanti mentre noi restiamo muti
davvero ci riteniamo evoluti
puoi chiamarli omicidi per gelosia omicidi sentimentali
fatti da uomini che non posso definire tali
sono animali veri e propri animali
la passione è un altra cosa quali delitti passionali
il termine giusto non è omicidio
se uccidi una donna è un femminicidio
e tu uomo che rispetti i tuoi simili in coro
non difendere le donne devi lottare con loro
non sei una guardia del corpo non sei Rambo
io non difendo le donne, combatto al loro fianco
quale sesso debole hanno forze sacre
neanche la natura può nulla contro una madre
la forza di continuare a sperare
la forza di continuare a lavorare anche da precarie
la forza dell'amore contro la forza bruta di chi stupra
di un animale che non sa parlare e ti vuole muta
che si sente forte e superiore
nel dare botte e dolore ad una prostituta
ma tu reagisci, il silenzio uccide
se non lo denunci è il male che sopravvive

Che razza di uomo sei??
che razza di uomo sei??


Il termine esatto è femminicidio
Il termine esatto è femminicidio
Il termine esatto è femminicidio

E la Tv non ha colpe? Certo che ce l'ha
guarda l'uso della donna dentro la pubblicità
inquadrature ginecologiche oggetti da supermarket
donne trattate come pezzi di carne
e gli assassini sono i fidanzati o i parenti
ma se una donna dice no meglio se ti arrendi
se la donna è vittima di uno stalker
è lo stalker che ha problemi non la donna che ha colpe
lasciatemi solo in una stanza un paio d'ore
con uno stupratore gli insegno cos'è il dolore
ma poi mi calmo e ragiono
che se combatti l'odio con l'odio vince comunque l'odio
io non vi perdono ma non meritate la mia rabbia
meritate di marcire da soli in una gabbia
e tu donna reagisci il silenzio uccide
se non li denunci è il male che sopravvive





venerdì 4 maggio 2012

Eve Ensler e Molly Doyle contro la violenza sulle donne

Se non ora, quando? è il nome del movimento che da febbraio 2011 ha riempito le piazze italiane, con idee, iniziative, proposte per porre al centro dell'attenzione pubblica i problemi che affliggono noi donne a partire dal modello degradante e lesivo che di noi offrono i mass-media.
Ma questo nome fa anche riferimento all'edizione italiana di un libro di Eve Ensler insieme a Molly Doyle, pubblicato da Piemme, "contro la violenza e per la dignità delle donne".
Eve Ensler, di cui abbiamo già parlato in questo blog, è un nome noto in quanto si può definire una paladina dei diritti delle donne.
La sua notorietà deriva dall'opera scritta nel 1996 I monologhi della vagina  che ha conquistato un successo planetario, infatti è stata tradotta in 48 lingue e portata in scena a teatro in 120 Paesi.
Da qui è nata l’idea del V-Day, un movimento per fermare la violenza contro donne e bambine, che si autofinanzia con le rappresentazioni a scopo benefico de I monologhi della vagina.

Se non ora, quando? nasce dalla convinzione che noi donne siamo stufe di aspettare e vogliamo, sentiamo l'esigenza di lottare per ottenere libertà e rispetto. Non qualcosa da "donarci" per farci stare zitte, ma qualcosa che ci spetta di diritto!
Eve Ensler e Molly Doyle dirigono un coro di voci appassionate che diventa grido di libertà.
"Per dire che essere donna ancora oggi non è facile, perché si tende a negare che la violenza, nelle sue molteplici forme, esista. Questi racconti, toccanti, arrabbiati, emozionanti e a volte leggeri e poetici, ricordano che la dignità della donna è un bene che va tutelato e difeso da tutti. Per rendere il mondo migliore."

Riporto una storia tratta dal libro:

Primo bacio
di Mollie Doyle

Ero piccola. Sei anni.
Campo estivo con attività sportive: nuoto, calcio e non ricordo più quale fosse il terzo sport.
Ma so che ce n’era uno.
Passavamo da un’attività all’altra con la fonte imperlata di sudore.
Era il mio secondo giorno.
L’istruttore di calcio ci annunciò che avremmo giocato nella pista di hockey.
Saremmo stati più freschi.
Non c’era ghiaccio -
era un ovale di cemento con pareti bianche ammaccate dai dischi neri dell’hockey.
L’istruttore ci divise in due squadre.
Non era proprio calcio.
Solo un gruppo di bambini che correvano dietro a un pallone, urlando.
Verso la fine della della sessione giornaliera, caddi e mi sbucciai un ginocchio.
Il sangue mi colò sullo stinco.
Tutti smisero di giocare.
Il gigantesco lembo della mia pelle che penzolava da un blocco irregolare di cemento era meglio di un pallone di cuoio.
Un bambino sfidò una bambina a toccarlo.
L’istruttore spedì tutti gli altri in piscina e mi portò dall’ infermiera.
Ma lei non c’ era.
Così si occupo lui del mio ginocchio-acqua ossigenata,bende,cerotto-con una tale abilità che riuscivo persino a piegare il ginocchio senza che il cerotto tirasse sulla mia pelle.
Mi disse che avevo giocato bene e mi diede una pacca sulla spalla.
Lo ringraziai, e quando tornai a casa quel pomeriggio dissi a mia madre che amavo il calcio.
L’indomani l’istruttore disse al gruppo di disporsi in cerchio e mi invitò a raggiungerlo al centro.
Mi chiese come andasse il ginocchio.
Gli dissi che andava bene.
Mi chiese come intendessi ringraziarlo per avermi curato.
Risposi che non lo sapevo.
“Signorina” fece lui “non conosci la buona educazione? Che ne dici di un bacio?”
Gli dissi che baciare era disgustoso.
Lui rise e chiese agli altri se pensavano che meritasse un bacio.
Loro naturalmente esclamarono: “Sì!”
L’istruttore mi disse di stendermi.
Io scossi la testa e risposi che non volevo.
Lui ridacchiò divertito e mi spinse dolcemente sull’erba ingiallita dal sole finchè ci trovammo fianco a fianco in mezzo al gruppo come sardine in scatola.
Mi staccai rotolando.
Due bambini mi spinsero di nuovo verso di lui.
L’istruttore mi prese, avvicinò la mia testa alla sua e mi baciò.
Spingendomi a forza la lingua tra le labbra.
Io mi divincolai, soffocata. Fu orribile.
I bambini ridevano.
Io me la feci addosso.
L’istruttore avvampò, mi afferrò per un braccio, pinzandomi con il pollice e l’indice e mi trascinò a bordo campo.
Mi disse di tornare a casa.A prendere dei pannolini.
Io corsi a casa e dissi a mia madre che ODIAVO il campo estivo -
specialmente il calcio -
e che non ero nemmeno riuscita a trovare un bagno.
Il giorno dopo non volevo tornarci, ma mia madre insistette, promettendo che mi avrebbe mostrato dov’ erano i bagni.
Non le dissi perchè non mi piaceva il campo estivo – specialmente il calcio.
Una parte di me era troppo piccola per fidarsi del mio istinto:
per sapere che il bacio non faceva parte del gioco.
Ventinove anni dopo,torno a quel campo
e gioco con questo:
Che il primo bacio di mia figlia
che il primo bacio di tua figlia
che il primo bacio di ogni figlia
sia atteso e voluto.