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martedì 25 novembre 2014

Diamo un senso al 25 Novembre

Oggi, 25 novembre si celebra la giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Ovunque sono state organizzate diverse iniziative a ricordo dei soprusi e delle violenze che le donne subiscono in ogni parte del mondo. 179 sono state le donne uccise nel corso dello scorso anno in Italia, e molti di questi delitti sono stati, e continuano ad essere, compiuti in un contesto familiare.

Questa giornata è stata istituita nel 1999 dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite per ricordare l'omicidio delle tre sorelle Mirabal, uccise il 25 novembre del 1960 per essersi opposte al regime di Rafael Leónidas Trujillo dittatore dell’odierna Repubblica Dominicana, e ha come obiettivo quello di ricordare e sensibilizzare la popolazione e gli organi competenti su quello che ancora c'è da fare per la salvaguardia dei diritti delle donne. Ma serve davvero a qualcosa questa giornata? Sono utili tutte gli eventi che sono stati organizzati? No, No e ancora una volta NO!

Non serve a nulla se la donna, innanzitutto, non si rende conto del valore che possiede e non comprende che la subordinazione che da sempre l'ha caratterizzata non è un aspetto imprescindibile della vita, che il dominio maschile di cui è vittima non fa parte della sua natura. Noi donne dobbiamo partire da noi stesse, se non facciamo questo aumentare ogni anno gli eventi in occasione del 25 novembre contro il femminicidio non serve a niente.
Per combattere la violenza servono tante cose, ma la più importante è che noi donne, a tutte le età, sappiamo di non essere insignificanti, deboli, oggetti. Dobbiamo essere convinte del nostro valore , convinte che le nostre lotte servono, che non sono tempo sprecato, parole al vento. La nostra storia è ricca di donne che hanno cambiato le cose, donne da cui prendere esempio e coraggio, figure femminili a cui aggrapparci per credere ancora in qualcosa. Ma per raggiungere questo importante obiettivo è da lì che dobbiamo ripartire, dalle scuole, dall'educazione. Come afferma la vicepresidente del Senato Valeria Fedeli "La battaglia contro la violenza alle donne comincia sui banchi di scuola, con un insegnamento che la smetta di tramandare luoghi comuni che inchiodano maschi e femmine a stereotipi, che ignora quanto l'altra metà del cielo ha fatto in tutti campi, dalla storia alle letteratura passando per l'astronomia".
Se l'impegno contro la violenza sulle donne si riduce alla conta delle uccise, a selfie auto-celebrativi per dire basta, ma intanto l’educazione di genere nelle scuole continua a mancare, non cambierà assolutamente nulla, la donna continuerà a sentirsi indifesa e inferiore e l'uomo potente e proprietario delle loro donne. Dobbiamo educare le ragazze ad avere fiducia in se stesse e avere il coraggio di dire NO ad una relazione che potrebbe metterle in pericolo, fare capire loro che se rimaniamo con un uomo che ci picchia e che ci tormenta psicologicamente siamo colpevoli quanto lui, diveniamo complici del nostro stesso dolore, e che il nostro corpo, per quanto attraente possa essere, non è uno strumento per avere successo. Allo stesso modo dobbiamo educare i ragazzi a non essere arroganti e viziati, che la donna non è un loro possesso, non è un buco per la loro soddisfazione, e che non è la quantità di donne possedute che li renderà VERI UOMINI. La violenza sulle donne di tutto il mondo si può prevenire e combattere solo insegnando ai bambini il rispetto. 

Ed è per questo che voglio, per non rendere questa giornata del tutto insignificante, aiutare a diffondere la campagna di sensibilizzazione e raccolta fondi di sms solidale a sostegno dei percorsi di educazione alle differenze di genere e lotta a ogni forma di discriminazione, bullismo nelle scuole lanciata da FARE X BENE ONLUS. Testimonial della campagna è Valentina Pitzalis (qui la sua storia), giovane donna, che a ventisette anni, il 17 aprile 2011, è stata cosparsa di cherosene da suo marito che le ha dato fuoco, morendo lui stesso tra le fiamme. 
Lo spot tv sarà presente nelle reti Mediaset dal 23 al 30 novembre, mentre la campagna di sms solidale, al numero 45594, sarà attiva dal 17 al 30 novembre e si potrà, quindi, inviare un sms solidale del valore di 2 euro da cellulari personali e 2 o 5 euro con chiamata da rete fissa. 



sabato 8 marzo 2014

Accoglienza Donna

Questa mattina, in occasione della “Giornata Internazionale della Donna”, si è tenuta a Palermo presso la sala conferenze della Caritas diocesana, la conferenza “Accoglienza donna. La salute nell'immigrazione al femminile”. L’iniziativa è stata promossa dalla Fondazione Banco Farmaceutico onlus e dalla Caritas diocesana di Palermo ed è stata anche l’occasione per la presentazione del dossier sulla donna immigrata in Sicilia. Alla fine dell'evento sono stati consegnati 2690 confezioni di farmaci per le donne immigrate che vivono nell'isola, donati dall'azienda Zambon group, dagli enti come Caritas Palermo, Centro Astalli, Missione speranza e Carità, centro Santa Chiara e progetto Maddalena impegnati nell'assistenza alle donne immigrate in Sicilia.
Come tutti/e ormai sappiamo la Sicilia è terra di approdo per immigrati provenienti da ogni parte del mondo: dai Paesi africani della costa nord-orientale (Tunisia, Somalia, Eritrea, Abissinia, Egitto) e di quella atlantica (Nigeria, Camerun, Ghana, Senegal, Marocco) a quelli del Medio Oriente, a quelli asiatici (Sri Lanka, Cina, India, Afghanistan, Pakistan, Filippine, Indonesia, ecc.). Lampedusa, in  particolare viene dagli immigrati definita come "la porta d'Europa", terra di rifugio e conforto. Come noto la nostra Sicilia non versa in condizioni economiche favorevoli infatti, come si evince dal comunicato stampa, l'incidenza della povertà relativa è pari al 29,6% delle famiglie. Gli stranieri residenti in Sicilia sono circa 141.000 di cui 73.000 sono donne. La situazione è resa ancora più drammatica dai continui sbarchi di migranti. Tra il 2011 e il 2013 sono sbarcate nell'isola oltre 68.000 persone e il 10,4% degli immigrati sbarcati sono donne. Le donne che vengono assistite dai sessantotto enti partecipanti alla rete del Banco Farmaceutico sono 12.745 pari al 48, 4% del totale degli utenti e a  Palermo le donne aiutate dagli enti caritativi sono 5.808. Il mondo delle donne immigrate presenta tantissime problematiche a noi per lo più ignote. Si tratta di donne che non sanno minimamente che cosa sia la prevenzione e che sono costrette, soprattutto a causa della povertà in cui si trovano a vivere, a preoccuparsi di altro senza potere avere cura di sé stesse e della propria salute. Le donne immigrate che arrivano in Sicilia non portano alcuna malattia esotica anzi al contrario sono spesso affette dalle patologie più comuni, quali diabete, ipertensione, disturbi ginecologici e purtroppo malattie date dal "disagio sociale" quale la depressione.
Inoltre sono, purtroppo, sempre più in crescita le "malattie sociali" determinate dalla povertà e soprattutto dalla, già sopracitata, mancanza di prevenzione da parte di queste donne. Ecco perché uno degli obiettivi primari dei centri di ascolto è quello di dare un supporto concreto a donne e uomini che arrivano in Sicilia alla ricerca di un nuovo futuro, agendo concretamente acquistando farmaci e tutto ciò che serve per sostenere quotidianamente il diritto alla salute di queste persone, organizzando incontri di educazione alla salute affinché i migranti possano prendere nelle loro mani la propria salute, fornendo metodi contraccettivi e soprattutto seguendo le donne durante e dopo la gravidanza. E' inoltre di fondamentale importanza aiutare le donne in dolce attesa non solo a tenere il/la bambino/a ma soprattutto a mantenerlo dopo.
"La Fondazione Banco Farmaceutico - ha spiegato Giacomo Rondello, delegato per Palermo - è impegnata in prima linea insieme alla Caritas per il contrasto alla povertà sanitaria e per garantire le giuste cure a chi non può permetterselo. Per questo la donazione della Zambon di medicinali per le donne immigrate è un segno importante di come attraverso la solidarietà si possa dare una risposta concreta alle nuove emergenze sociali"
In una giornata come quella dell' 8 Marzo, giornata di profonda riflessione, credo che sia stato importantissimo affrontare questo delicato argomento, per ricordare che il diritto alla vita va sempre preservato e che se la salute è un diritto allora è un dovere del servizio sanitario pubblico prenderne carico.
Non dobbiamo dimenticare i tanti uomini e donne che arrivano in Sicilia nella speranza di trovare un poco di solidarietà e di vicinanza sincera perché le voci di queste persone senza voci, siamo noi! 























Per terminare consiglio vivamente la visione di questo breve video Realizzato dall'Azienda sanitaria provinciale di Palermo, a cura di Nino Randazzo.



lunedì 25 novembre 2013

25 Novembre: Le donne cambiano la storia, cambiamo i libri di storia

Oggi 25 Novembre, come ogni anno da quando nel 1999 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite designò questa data come la Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne, in tutto il mondo sono state organizzate manifestazioni, fiaccolate, dibattiti, mostre fotografiche ed eventi di ogni sorta per sensibilizzare l’opinione pubblica e dire di NO alla violenza sulla donne, che è e rimane una piaga che ancora la società non è riuscita a sanare. Oggi però dalla violenza si è passati al femminicidio e dalla vergogna sociale della donne alla spettacolarizzazione del fatto che ben 79 donne sono morte nel 2013.
Ma la violenza sulle donne non è una questione che riguarda solo le donne, è e deve essere un problema che riguarda tutti e soprattutto gli uomini e fin quando ognuno di noi non prenderà una posizione ferma contro questa violenza anche giornate importanti come il 25 Novembre o l'8 Marzo o tante altre ancora, verranno svuotate di qualsiasi significato; non avranno più valore se i mass media continueranno a ridicolizzare e "giustificare" gli ormai troppi femminicidi chiamandoli "delitto passionale" o "raptus di follia". Perderà tutto di significato se continueremo a fare sentire sole le donne maltrattate. Ecco perché in questa giornata così importante e a cui io ancora credo fermamente ho accolto con grande gioia la petizione lanciata dalla scrittrice e giornalista Mila Spicola per ottenere l’inserimento di Franca Viola, donna coraggio, nei libri di storia come la prima donna che ebbe il coraggio di denunciare un abuso sessuale da parte di un uomo. 




A 18 anni venne sequestrata e violentata per più giorni da Filippo Melodia, suo spasimante sempre respinto, il quale probabilmente contava anche sulla clausola del matrimonio riparatore. Franca non accettò il matrimonio ma denunciò il suo aggressore per sequestro di persona. Malgrado le intimidazioni alla famiglia di Franca quest'ultimo fu condannato. L’esempio di Franca Viola potrebbe aprire gli occhi a quante vivono o hanno vissuto un'esperienza così devastante. Ecco perché è di fondamentale importanza inserirla nei libri di storia ancora carichi di cultura maschilista. Il contributo femminile è ancora troppo poco preso in considerazione, siamo abituate ad una tradizione scritta da uomini per soli uomini: la scuola "parla al maschile, la storia è scritta al maschile. Proviamo a colmare questa assenza e proviamo a dare agli studenti e alle studentesse quel qualcosa che manca nella loro formazione e che la scuola non può o non vuole dare. Sono convinta che proprio la conoscenza di queste donne (passate e presenti) potrebbero cambiare il modo di pensare di molte donne e molti uomini. 
Qui di seguito inserirò il link che vi manderà direttamente alla petizione.
Facciamo in modo che il 25 Novembre sia ogni giorno!

domenica 5 maggio 2013

Addio ad Agnese Borsellino, simbolo della lotta contro la mafia


Oggi, a Palermo, è morta Agnese Piraino Leto, vedova del giudice Paolo Borsellino, ucciso dalla mafia nel 1992. La signora Borsellino era ammalata da tempo.


 
Con lei se n'è andata via un altra meravigliosa donna, simbolo di coraggio, legalità, resistenza della giustizia. Agnese  non ha mai rinunciato a testimoniare il proprio impegno nella lotta alla mafia e nella ricerca della verità sull'uccisione del marito. Citata a deporre nell'ultimo processo per la strage, in corso a Caltanissetta, avrebbe dovuto ripetere in aula le confidenze ricevute dal marito poco tempo prima di morire: "Paolo mi accennò che c’era una trattativa tra la mafia e lo Stato. – ha raccontato ai pm la vedova – Dopo la strage di Capaci mi disse che c’era un colloquio tra mafia e pezzi infedeli dello Stato". ’"Paolo mi disse – ha raccontato la donna – mi ucciderà la mafia ma solo quando altri glielo consentiranno". Agnese è morta senza sapere la verità, ha trascorso l'intera vita aspettando di avere giustizia, ha lottato con tutta se stessa per mantenere viva la memoria del marito Paolo, uomo che ha sacrificato la propria vita per la giustizia e la legalità. Una donna coraggiosa che da sola ha continuato la strada intrapresa dal marito. 

Resterà per sempre nel cuore di tutti/e. 
La ricordiamo con le sue parole:


Caro Paolo, da venti lunghi anni hai lasciato questa terra per raggiungere il Regno dei Cieli, un periodo in cui ho versato lacrime amare; mentre la bocca sorrideva il cuore piangeva, senza capire, stupita, smarrita, cercando di sapere. Mi conforta oggi possedere tre preziosi gioielli: Lucia, Manfredi, Fiammetta; simboli di saggezza, purezza, amore, posseggono quell' amore che tu hai saputo spargere attorno a te, caro Paolo, diventando immortale. Hai lasciato una bella eredità, oggi raccolta dai ragazzi di tutta Italia; ho idealmente adottato tanti altri figli, uniti nel tuo ricordo dal nord al sud - non siamo soli. Desidero ricordare: sei stato un padre e un marito meraviglioso, sei stato un fedele, sì un fedelissimo servitore dello Stato, un modello esemplare di cittadino italiano, resti per noi un grande uomo perché dinnanzi alla morte annunciata hai donato senza proteggerti ed essere protetto il bene più grande, «la vita», sicuro di redimere con la tua morte chi aveva perduto la dignità di uomo e di scuotere le coscienze. Quanta gente hai convertito!!! Non dimentico: hai chiesto la comunione presso il palazzo di giustizia la vigilia del lungo viaggio verso l' eternità, viaggio intrapreso con celestiale serenità, portando con te gli occhi intrisi di limpidezza, uno sguardo col sorriso da fanciullo, che noi non dimenticheremo mai. In questo ventesimo anniversario ti prego di proteggere ed aiutare tutti i giovani sui quali hai sempre riversato tutte le tue speranze e meritevoli di trovare una degna collocazione nel mondo del lavoro, dicevi: «Siete il nostro futuro, dovete utilizzare i talenti che possedete, non arrendetevi di fronte alle difficoltà». Sento ancora la tua voce con queste espressioni che trasmettono coraggio, gioia di vivere, ottimismo. Hai posseduto la volontà di dare sempre il meglio di te stesso. Con questi ricordi tutti ti diciamo «grazie Paolo», tua Agnese.

Grazie Agnese




sabato 4 maggio 2013

Sosan Firooz, la prima donna rapper


Sosan Firooz ha solo 23 anni ma coraggio da vendere, una donna che in quella terra martoriata che è l'Afghanistan vuole cambiare la storia attraverso la musica. Sosan Firooz è la prima donna rapper in una nazione povera di arti musicali, che attraverso le parole delle sue canzoni sta lanciando un messaggio di libertà e giustizia al suo popolo, e grazie ad Internet, anche al resto del mondo.
“Ascolta la mia storia! Ascolta il mio dolore e la mia sofferenza!” canta Sosan. Il suo è un grido di dolore ma anche e soprattutto di speranza, la speranza che qualcosa per le donne afghane possa cambiare. Canta e lotta Sosan, va contro tutte le convenzioni sociali e le tradizioni afghane: si esibisce davanti a uomini e donne, rifiuta di indossare il burqua, lascia i suoi lunghi capelli liberi da qualsiasi velo e il suo abbigliamento è tipicamente hip hop: jeans larghi, bracciali, catene, cintura con un teschio, orecchini.

Sosan riesce a imporsi, con il microfono esprime pienamente se stessa. Nel suo primo pezzo, Our neighboord, parla di speranze di pace per la sua nazione, di miseria e repressione per le giovani donne, ma soprattutto della famiglia, in fuga negli anni '90 per sfuggire alla guerra civile, dei campi profughi di Iran e Pakistan dove ha vissuto per anni, subendo angherie e un razzismo insopportabile.
Ovviamente la giovane donna ha già ricevuto numerose minacce di morte. E' stata abbandonata da moltissimi amici e parenti, le uniche certezze che continua ad avere sono il suo coraggio e la sua famiglia, che non l'ha mai abbandonata. 
Sosan lancia anche un appello ai suoi coetanei e connazionali:  “Restate nel vostro paese. Coloro che vanno via trovano solo lavori miserabili. Avranno nostalgia della loro terra, vorranno baciare la sua polvere. Qual'è il risultato di essere dei rifugiati in Iran o in Pakistan? Per loro metà degli afghani sono tossicodipendenti e l'altra metà terroristi”.
In Afghanistan Sosan Firooz sta iniziando solo ora a farsi conoscere. Da poco ha partecipato a tre giorni di concerti a Kabul dove, a causa delle regole sociali tuttora in vigore, i musicisti si sono dovuti esibire due volte, il primo giorno di fronte a un pubblico femminile, il secondo di fronte a quello maschile. 

Quando non si esibisce, Sosan lavora come attrice. Per fortuna, qualcuno l'ha scoperta e le ha offerto il suo aiuto. Il suo primo e unico singolo è stato infatti creato nel piccolo studio di registrazione del compositore Fared Rastagar, che ora la segue e la aiuta nella sua carriera. 


Che la riscossa di un popolo intero possa partire dalle rime di speranza di una giovane donna? Non dimentichiamo il coraggio di Sosan e di tutte le donne che come lei, in ogni parte del mondo, lottano contro la repressione e la paura.


venerdì 8 marzo 2013

Cosa dobbiamo festeggiare?


Lasciate le mimose sull'albero, perché noi donne non le vogliamo, non abbiamo nulla da festeggiare, nulla di cui essere felici.
Oggi è la “Giornata Internazionale della Donna” comunemente definita “Festa della Donna”.
Questa giornata, vale la pena di ricordare, non nasce così a caso. Non è una giornata stabilita per dare alle donne la possibilità di emanciparsi per un solo giorno facendo quello che durante gli altri 364 giorni l'anno non l'è concesso. Tuttavia, ormai è proprio questo il senso di questa giornata, poiché è stato perso il suo vero significato.
L’8 Marzo è un giorno della memoria, è una data che vuole ricordare 129 operaie dell’industria tessile Cotton di New York morte, nel 1908, a causa di un incendio scoppiato nella fabbrica presso la quale lavoravano in condizioni pessime, condizioni che le avevano portate a protestare e scioperare. Fu in ricordo di questa tragedia che Rosa Luxemburg propose di istituire questa data come giornata di lotta internazionale a favore delle donne.
Facendo una ricerca su Wikipedia scopriamo che l’otto marzo nel tempo è sempre stata una data per scendere in piazza e ricordare i diritti che molto spesso qualcuno, comprese noi donne, dimentichiamo che ci appartengono, ad esempio:

  • L’8 marzo 1972 la manifestazione della festa della donna si tenne a Roma in piazza Campo de’ Fiori: vi partecipò anche l’attrice americana Jane Fonda, che pronunciò un breve discorso di adesione, mentre un folto reparto di polizia era schierato intorno alla piazza nella quale poche decine di manifestanti inalberavano cartelli con scritte dove chiedevano la legalizzazione dell’aborto, la liberazione omosessuale e che fosse la donna ad avere il diritto di amministrare l’intero processo della maternità. Ma chissà perché quelle scritte non furono ben viste dalla polizia che caricò, manganellò e disperse le manifestanti.
  • Il 1975 fu designato come “Anno Internazionale delle Donne” dalle Nazioni Unite e l’8 marzo le organizzazioni femminili celebrarono in tutto il mondo proprio la giornata internazionale della donna, con manifestazioni che onoravano gli avanzamenti della donna e ricordavano la necessità di una continua vigilanza per assicurare che la loro uguaglianza fosse ottenuta e mantenuta in tutti gli aspetti della vita civile. A partire da quell'anno anche le Nazioni Unite riconobbero nell’8 marzo la giornata dedicata alla donna.
  • Due anni dopo, nel dicembre 1977, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite adottò una risoluzione proclamando una «giornata delle Nazioni Unite per i diritti della donna e la pace internazionale» da osservare dagli stati membri in un qualsiasi giorno dell’anno, in accordo con le tradizioni storiche e nazionali di ogni stato. Adottando questa risoluzione, l’Assemblea riconobbe il ruolo della donna negli sforzi di pace e riconobbe l’urgenza di porre fine a ogni discriminazione e di aumentare gli appoggi a una piena e paritaria partecipazione delle donne alla vita civile e sociale del loro paese.
  • A San Pietroburgo, l’8 marzo 1917, le donne hanno manifestato per chiedere la fine della guerra. In seguito, durante la Seconda conferenza internazionale delle donne comuniste, che si è svolta a Mosca il 14 giugno 1921, è stato scelto l’8 marzo come Giornata internazionale dell’operaia.
La festa delle donne nasce con l'obiettivo di ricordare quanto la donna abbia lottato per raggiungere l'uguaglianza dei diritti tra uomo e donna, e quanto ancora oggi questa lotta non ha fine e quanto ancora tanta strada si deve percorrere.
Perché festeggiare quando è difficilissimo in questo mondo essere donna?
Nel lavoro siamo sotto pagate o disoccupate, licenziate perché incinte e oggetto di violenza. Non è la libertà di una sera che ci renderà veramente libere, o le attenzioni del nostro uomo che ci porterà la mimosa che ci renderà rispettate.

Eppure io oggi voglio fare un augurio a tutte le donne del mondo, da quelle che lottano fino alla morte a quelle che impassibili e passive accettano semplicemente questa situazione. 
Voglio augurarmi che questa giornata diventi un momento di profonda riflessione, che sia un giorno di rivalsa per le donne che nella vita hanno conosciuto solo la violenza, che sia una giornata dove gli uomini decidano di rispettare noi donne, smettendola di alimentare il sessismo con gesti discriminatori o pregiudizi squallidi, che sia un giorno di gioia, di passione e di consapevolezza che essere donne non è una disgrazia, ma una fortuna immensa.
Che sia una giornata in cui facciamo sentire la nostra voce ancora, ancora e ancora.
Questo è l'unico 8 Marzo che noi donne vogliamo!



domenica 27 gennaio 2013

Per non dimenticare la Shoah: Irena Sendler

Il 27 gennaio 2012 si celebra in Italia come in tanti altri Paesi del mondo, il Giorno della Memoria per non dimenticare la Shoah.
Un evento che assume ogni anno un significato particolare poiché col passare degli anni le persone che hanno vissuto quella terribile esperienza non potranno più raccontarla e noi potremmo dimenticarla. Invece, la memoria di questa terribile pagina della nostra storia ci deve aiutare a costruire un futuro migliore.
Il proposito distruttivo dei Lager nazisti costituisce la loro particolarità, unica nella storia: quella di eliminare interamente un pezzo del genere umano. Alla distruzione fisica fu aggiunta la degradazione morale, fu inflitta sofferenza gratuita. I pochi superstiti dei campi sono portatori di un'esperienza collettiva assolutamente sconvolgente. La loro memoria finirà con la loro morte ma una domanda deve continuare a tormentare la nostra cultura: com'è stato possibile?
La Shoah si colloca ai confini di ciò che può essere spiegato o dimenticato e più gli anni passano più vediamo come l'uomo e la donna continuano a ricadere sempre negli stessi errori: odio per l'altro, razzismo, violenza contro donne, omosessuali e interi popoli. Ne deriva che si insinua in noi la tragica consapevolezza che ciò che è avvenuto una volta potrebbe avvenire ancora!
Non dobbiamo fare di questo giorno una fiera della ipocrisia, ma al contrario deve spingerci a riflettere e ad impegnarci tutti i giorni della nostra vita. Quando sentiamo episodi di omofobia, misoginia e razzismo non dobbiamo voltare la testa dall'altra parte perché non serve a nulla riempire le bacheche dei Social Network di link che ricordano l'Olocausto se poi siamo indifferenti durante gli altri 364 giorni dell'anno.
Credo fermamente che l'educazione delle nuove generazioni possa cambiare le cose ecco perché è importante far conoscere anche quelle persone che hanno pagato di persona nella speranza di un mondo migliore; Riporto la storia di una donna meravigliosa Irena Sendler che è riuscita a salvare, insieme con una ventina di altri membri della Resistenza polacca, circa 2.500 bambini ebrei, facendoli uscire di nascosto dal ghetto di Varsavia, fornendo loro falsi documenti e trovando rifugio per loro in case al di fuori del ghetto.


Nasce a Varsavia nel 1910 da una famiglia di tradizione socialista. Fin da piccola trascorre molto tempo con i suoi coetanei di origine ebrea, e a 5 anni è in grado di parlare yddish. Il padre è medico e fra i suoi pazienti ci sono molti ebrei poveri di cui si prende cura gratuitamente. Alla sua morte nel 1917, la comunità ebraica offre un sussidio alla famiglia in segno di gratitudine. Da ragazza Irena entra nel movimento scout e durante gli anni universitari si oppone apertamente alla discriminazione degli studenti ebrei. Entra nell'Associazione della Gioventù Polacca Democratica e nel Partito Socialista Polacco. Quando scoppia la Seconda Guerra Mondiale, ha 29 anni e lavora come assistente sociale per l’amministrazione comunale, dove, con il supporto del direttore del dipartimento (che per questo verrà deportato ad Auschwitz), soccorre gli ebrei oggetto di ogni tipo di discriminazione da parte dell’autorità nazista occupante. Nell'autunno del 1940, a Varsavia, viene recintato il ghetto e quasi 400.000 ebrei sono trasferiti al suo interno in condizioni igieniche precarie, aggravate dalla mancanza di cibo e medicine: si moltiplicano le epidemie e il tasso di mortalità è altissimo. In veste di infermiera, Irena riesce ad ottenere un lasciapassare: ufficialmente entra per la disinfestazione, in realtà organizza una rete di soccorso procurando cibo, generi di conforto, vestiti. Quando è nel ghetto porta la stella di David, non solo per confondersi fra la folla, ma anche in segno di solidarietà. Nel 1942 nasce l’organizzazione segreta “Consiglio per l’aiuto agli ebrei” (Zegota) e Irena ne diventa subito una tra le principali attiviste come responsabile del dipartimento infantile di Zegota con il nome in codice di Jolanta. Alla decisione dei tedeschi di liquidare il ghetto inizia a trasferire i bambini, vestita da infermiera, nascondendoli nelle ambulanze.  Spesso i piccoli vengono addormentati con i sonniferi e rinchiusi in un sacco o in una cassa per passare nella parte ariana, facendo credere agli uomini della gestapo che si tratta di morti per tifo. Dopo l’uscita dal ghetto i bambini sono raccolti in centri di assistenza, dove imparano ad adattarsi al nuovo ambiente, e poi assegnati a famiglie, orfanotrofi o conventi.

Nell’ottobre 1943 la Sendler venne arrestata dalla Gestapo: fu sottoposta a pesanti torture (le vennero spezzate gambe e braccia, tanto che rimase inferma a vita), ma non rivelò il proprio segreto. Condannata a morte, venne salvata dalla rete della resistenza polacca, che riuscì a corrompere con denaro i soldati tedeschi che avrebbero dovuto condurla all'esecuzione. Il suo nome venne così registrato insieme con quello dei giustiziati, e per i mesi rimanenti della guerra visse nell'anonimato, continuando però a organizzare i tentativi di salvataggio di bambini ebrei.
Terminata la guerra e l'occupazione tedesca, i nomi dei bambini vennero consegnati ad un Comitato Ebraico, che riuscì a rintracciare circa 2.000 bambini, anche se gran parte delle loro famiglie erano state sterminate a Treblinka e negli altri lager.

 Vogliamo che non succeda "mai più"? Saremo in grado di riconoscere i segni di un futuro più spaventoso olocausto? Oggi dipende da ciascuno di noi


"Se capire è impossibile, conoscere è necessario" (Primo Levi).





mercoledì 9 gennaio 2013

Io sono stata ferita, non il mio onore


(“I Was Wounded; My Honor Wasn’t”, di Sohaila Abdulali per The New York Times, 7.1.2013, trad. Maria G. Di Rienzo.)



Trentadue anni fa, quando avevo 17 anni e vivevo a Bombay, ho subito uno stupro di gruppo e sono stata quasi uccisa. Tre anni più tardi, oltraggiata dal silenzio e dalle false credenze sullo stupro, scrissi un veemente saggio, firmandolo con il mio nome, in cui descrivevo la mia esperienza, per una rivista indiana delle donne. Creò dibattito nel movimento delle donne (e nella mia famiglia) e poi scomparve quietamente. La scorsa settimana ho dato un’occhiata alla mia posta elettronica ed era là. Come parte delle manifestazioni dell’oltraggio pubblico, dopo lo stupro e la morte di una giovane donna a Delhi, qualcuno aveva postato l’articolo online ed esso era diventato “virale”. Da allora, ho ricevuto un diluvio di messaggi che mi esprimono sostegno.
Non è esattamente piacevole essere un simbolo di stupro. Non sono un’esperta, ne’ rappresento tutte le vittime di violenza sessuale. Tutto ciò che posso offrire, a differenza della giovane che è morta in dicembre dopo aver subito un brutale stupro di gruppo e di molte altre, è che la mia storia non è finita, e che io posso continuare a raccontarla. Quando ho lottato per sopravvivere, quella notte, a stento sapevo per cosa stavo lottando. Un amico ed io eravamo andati a passeggiare sulla montagna, accanto a casa mia. Quattro uomini armati ci catturarono, ci costrinsero a scalare sino a raggiungere un punto appartato, dove mi stuprarono per ore ed ore e picchiarono entrambi. Discussero fra loro se ucciderci o no, e infine ci lasciarono andare.
A 17 anni, ero solo una ragazzina. La vita mi ha ricompensato riccamente per essere sopravvissuta. Ho zoppicato sino a casa, ferita e traumatizzata, dove mi aspettava una famiglia favolosa. Avendola al mio fianco, molto altro è arrivato a me. Ho trovato un amore vero. Ho scritto libri. Ho visto un canguro nel suo ambiente naturale. Ho preso autobus e ho perso treni. Ho avuto una splendida bambina. Il secolo è cambiato. Il mio primo capello grigio è apparso. Troppe altre non faranno mai queste esperienze. Non vedranno mai miglioramenti, non vedranno il giorno in cui quell’episodio non è più il punto centrale della tua esistenza. Un giorno scopri che non ti guardi più alle spalle, temendo che ogni gruppo di uomini ti aggredisca. Un giorno ti metti una sciarpa attorno al collo senza che spunti il ricordo di essere stata stretta alla gola. Un giorno non hai più paura.
Lo stupro è orribile. Ma non è orribile per tutte le ragioni che sono state conficcate nelle teste delle donne indiane. E’ orribile perché sei violata, sei terrorizzata, perché qualcun altro prende il controllo del tuo corpo e ti ferisce nel più profondo dei modi. Non è orribile perché hai perduto la tua “virtù”. Non è orribile perché tuo padre e tuo fratello sono disonorati. Io rigetto la nozione che la mia virtù risieda nella mia vagina, così come rigetto la nozione che il cervello di un uomo stia nei suoi genitali. Se togliessimo l’onore dall’equazione, lo stupro resterebbe certo orribile, ma sarebbe un orrore personale, non di gruppo, e noi saremmo in grado di dare alle donne che sono state assalite ciò di cui hanno davvero bisogno: l’empatia necessaria ad andare oltre un tremendo trauma, non il mucchio di stupidaggini sul provare colpa e vergogna. La settimana dopo che ero stata aggredita, udii la storia di una donna che era stata violentata in un sobborgo vicino. Andò a casa, entrò in cucina, si diede fuoco e morì. La persona che mi raccontò la storia era piena di ammirazione per questa donna, perché non era stata “egoista” e aveva preservato l’onore di suo marito. Grazie ai miei genitori, io questo non l’ho mai capito.
La legge deve fornire pene reali per gli stupratori e protezione per le vittime, ma solo le famiglie e le comunità possono dare empatia e sostegno. Come può un’adolescente perseguire legalmente il suo stupratore se la sua famiglia non è dietro di lei? Come può una moglie denunciare il suo assalitore, se suo marito pensa che l’aggressione sia più un affronto per lui, che una violazione per lei? Quando avevo 17 anni, pensavo che essere ferita ed umiliata in modo così doloroso fosse la cosa più spaventosa che poteva accadermi. Adesso che ne ho 49, so che mi sbagliavo: la cosa più spaventosa è immaginare sia ferita ed umiliata la mia bambina di 11 anni. Non per l’onore della famiglia, ma perché lei ha fiducia nel mondo e mi fa infinitamente male pensare che possa perdere questa fiducia. Se guardo indietro, non è la me stessa diciassettenne che voglio confortare, ma i miei genitori: quelli che hanno fatto il duro lavoro di raccogliere i pezzi.
Ecco dove sta il lavoro che dobbiamo fare, noi che stiamo crescendo la prossima generazione. Dobbiamo insegnare ai nostri figli e alle nostre figlie a diventare persone adulte libere e rispettose, consapevoli che gli uomini che feriscono le donne stanno facendo una scelta, e devono essere puniti. Quando avevo 17 anni non potevo neppure immaginare che migliaia di persone manifestassero contro lo stupro in India, ma questo abbiamo visto nelle settimane passate. Pure, c’è ancora molto da fare. Abbiamo speso generazioni a costruire elaborati sistemi patriarcali, diseguaglianze di casta, sociali, e di genere, che permettono all’abuso di fiorire. Lo stupro non è inevitabile come il tempo atmosferico. Dobbiamo buttar via tutto il chiacchierio sull’onore, la virtù, e “lei lo ha provocato” e “lui non ha potuto trattenersi”. Dobbiamo dare la responsabilità a chi ce l’ha: gli uomini che violano le donne e tutti quelli di noi che li scusano puntando i loro indici accusatori sulle vittime.


lunedì 31 dicembre 2012

Addio al premio Nobel Rita Levi Montalcini

Si è spenta oggi, una tra le donne più preziose di cui ha disposto il genere umano: Rita Levi Montalcini, scienziata, neurologa, senatrice a vita e Premio Nobel per la medicina. Come afferma la nipote "si è spento un faro di vita".



E' stata una donna che ha dedicato la sua esistenza per gli altri, facendo scoperte di primaria importanza per l’umanità:

Dico ai giovani: non pensate a voi stessi, pensate agli altri. Pensate al futuro che vi aspetta, pensate a quello che potete fare, e non temete niente. Non temete le difficoltà: io ne ho passate molte, e le ho attraversate senza paura, con totale indifferenza alla mia persona.
Negli anni Cinquanta le sue ricerche la portarono alla scoperta e all'identificazione del fattore di accrescimento della fibra nervosa o NGF, scoperta per la quale è stata insignita nel 1986 del premio Nobel per la medicina. Insignita anche di altri premi, è stata la prima donna a essere ammessa alla Pontificia Accademia delle Scienze. Il 1º agosto 2001 è stata nominata senatrice a vita «per aver illustrato la Patria con altissimi meriti nel campo scientifico e sociale». Era socia nazionale dell'Accademia dei Lincei per la classe delle scienze fisiche e tra i soci fondatori della Fondazione Idis-Città della Scienza.

E' stata sempre molto attiva in campagne di interesse sociale, per esempio contro le mine anti-uomo o per la responsabilità degli scienziati nei confronti della società e anche particolarmente sensibile anche nei confronti dei temi della difesa dell'ambiente e dello sviluppo sostenibile.
Inoltre nel 1992 ha istituito, assieme alla sorella gemella Paola, la Fondazione Levi Montalcini, in memoria del padre, rivolta alla formazione e all'educazione dei giovani, nonché al conferimento di borse di studio a giovani studentesse africane a livello universitario, con l'obiettivo di creare una classe di giovani donne che svolgano un ruolo di leadership nella vita scientifica e sociale del loro paese.

Rita Levi Montalcini è stata sicuramente una donna emancipata, forte e determinata che seppur provenisse da una famiglia con abitudini fortemente conservatrici, con chiare imposizioni sociali e ruoli ben definiti tra uomini e donne, e con un padre che la osteggiò non poco, convinto che una carriera professionale avesse interferito con i doveri di una moglie e di una madre, decise di iscriversi a medicina all'università di Torino e questa sua grande forza di volontà le ha permesso di diventare ciò che per noi donne è oggi: modello e fonte di ispirazione.

Grazie Rita Levi Montalcini, noi ti ricorderemo così:

"Geneticamente uomo e donna sono identici. Non lo sono dal punto di vista epigenetico, di formazione cioè, perchè lo sviluppo della donna è stato volontariamente bloccato" 

domenica 23 dicembre 2012

La bambola a transistor: Un augurio di Natale e di felice anno nuovo, speciale

Anche quest'anno è giunto al termine e non possiamo di certo affermare che per noi donne sia stato un anno felice o ricco di soddisfazioni. Più di 100 donne uccise per mano di mariti o ex. Vale la pena continuare a sperare in anni migliori o in qualche cambiamento? Nonostante la triste la realtà la risposta deve essere si e la speranza deve tramutarsi in un impegno costante e quotidiano sia di uomini che di donne.
Ecco perché sento di fare gli auguri a tutti: uomini, bambini/e, credenti e non credenti, ma soprattutto il mio augurio di buon Natale e in particolar modo di buon anno è rivolto a tutte le donne.
A tutte le donne tenaci, che continuano a lottare per far diventar il mondo un mondo anche per donne.
A tutte le donne che continuano a guardare lontano e con i loro gesti quotidiani cercano di realizzare una maggiore libertà e pienezza femminile;
Auguri alle donne che stanno per diventare mamme;
Auguri a tutte le donne lavoratrici che sgomitano in un mondo di maschi;
Auguri alle donne che non si sottomettono al sistema ma continuano ad essere sia lavoratrici che madri;
Auguri alle donne che non vogliono essere un oggetto appagante per i sensi maschili, ma che riconoscono la propria dignità e competenze;
Auguri alle donne che si impegnano per cambiare la nostra società;
Auguri a tutte le donne vittime di violenza in Italia e nel mondo, per far sapere loro che non sono sole.
Auguri a tutte le donne che ancora non hanno aperto gli occhi e continuano a trattare se stesse come oggetto, credendo che il loro apparire sia l'unica cosa che conta.

Un augurio speciale va alle lettrici e lettori di questo blog e per farlo mi è venuta in mente una divertente novella di Rodari nella quale si parla di una bambola modernissima (con lavatrice incorporata) che viene regalata a Natale ad una bimba di nome Enrica. Questa bambola, manomessa da uno zio mago e burlone, impazzisce: manda all'aria il servizio da tè della sua padroncina, si taglia i capelli, si arrampica sull'albero di Natale distruggendolo e facendo persino sopra la pipi. Poi fa una dichiarazione “femminista”, una sorta di “testamento”, prima di essere disattivata dai preoccupati genitori della bimba e di ritornare ad essere una brava ed educata bambola che fa il bucato. Lo spunto a questa novella Rodari lo ebbe pensando a quei giocattoli che contribuiscono a condizionare i bambini per adattarli, fin da piccoli, ai loro ruoli sessuali. La bambola è un giocattolo antichissimo e meraviglioso, ricco di significati e di simboli. Sarebbe veramente bello se tutte le mamme o future mamme traessero spunto da questa novella per comprendere come i bambini e le bambine devono essere liberi/e di sfogare la propria fantasia come meglio credono e che non ci suono ruoli stereotipati nei quali essere inseriti.

Buona lettura:



Allora, - domanda il signor Fulvio alla signora Lisa, sua moglie e al signor Remo, suo cognato, - che cosa regaliamo a Enrica per Natale?
Un bel tamburo, - risponde prontamente il cognato Remo.
Cosa?!
Ma si, una bella grancassa. Con la mazza per picchiarci sopra. Bum! Bum!
Dai, Remo! - dice la signora Lisa (per la quale però il signor Remo non è un cognato, ma un fratello). - Una grancassa tiene troppo posto. E poi, chi sa cosa direbbe la moglie del macellaio. .
Sono sicuro, - continua il signor Remo, - che a Enrica piacerebbe moltissimo un portacenere di ceramica colorata a
forma di cavallo, con intorno tanti portacenerini piccini piccini, anche loro di ceramica colorata, ma a forma di caciocavallo
Enrica non fuma, - osserva severamente il signor Fulvio. 
Ha appena sette anni.
Un teschio d'argento, - propone allora il signor Remo, - un portalucertole d'ottone, un apritartarughe a forma di angioletto, uno spruzzatore di fagioli a forma d'ombrello.
Dai, Remo, - dice la signora Lisa, - parliamo sul serio.
Va bene. Sul serio. Due tamburi: uno in do e uno in sol.
So io, - dice la signora Lisa, - quello che ci vuole per Enrica. 
Una bella bambola elettronica a transistor, con la lavatrice incorporata: una di quelle bambole che camminano, parlano,
cantano, controllano le conversazioni telefoniche, captano le trasmissioni in stereofonia e fanno pipi.
D'accordo, - proclama il signor Fulvio, nella sua qualità di capofamiglia.
lo me ne infischio, - questo è il signor Remo, - e .vado a letto a dormire tra due guanciali.
Ed ecco, dopo pochi giorni, il Santo Natale, con tanti bei prosciutti appesi fuori dei negozi e tanti magnifici portacenere a forma di Piccolo Scrivano Fiorentino nelle vetrine e tanti zampognari, veri e falsi, per le strade. 
Neve sull'arco alpino e nebbia in VaI Padana.
La bambola nuova è già li che aspetta Enrica sotto l'albero di Natale. Lo zio Remo (si tratta sempre dello stesso Remo,
il quale per il signor Fulvio è un cognato, per la signora Lisa un fratello, per la portiera un ragioniere, per il giornalaio un
cliente, per il vigile urbano un pedone e per Enrica, giustappunto, uno zio: quante mai cose può essere una sola persona!), dunque, lo zio Remo osserva la bambola con un sogghigno.
Bisogna sapere, di nascosto da tutti, che egli compie severi studi di magia: può spaccare un portacenere di travertino con una semplice occhiata, tanto per fare un esempio. Egli tocca la bambola in due o tre punti, sposta qualche transistor, sogghigna di nuovo e infine se ne va al caffè, mentre arriva di corsa Enrica, lanciando grida di gioia, che i genitori ascoltano con delizia dietro la porta chiusa.
Bella, bella, - dichiara Enrica, al colmo dell'entusiasmo. 
Ti preparo subito colazione.
Rovistando febbrilmente nell'angolo dei giocattoli, essa ne cavatI un ricco apparato di chicchere, piattini, bicchierini,
vasetti, bottigliette, eccetera, che dispone sul tavolinetto delle bambole. Fa camminare la bambola nuova fino al suo posto, la fa chiamare «mamma» e «papà» due o tre volte, le allaccia il tovagliolo al collo e si prepara a imboccarla. 
Ma la bambola, appena lei si volta un momentino, spara un paio di calci che mandano all'aria tutto l'apparecchio. 
Piattini che vanno in pezzi. Chicchere che rotolano sul pavimento del condominio e vanno a sfracellarsi contro il termosifone. Cocci.
Naturalmente accorre la signora Lisa, pensando che Enrica si sia fatta male. Arriva, crede a quello che vede e senza perder tempo sgrida per bene la figlia, chiamandola «brutta cattiva» ed aggiungendo: - Ecco, proprio il giorno di Natale mi devi combinare disastri. Guarda che se non stai attenta ti porto via la bambola e non la vedi più.
Poi va in bagno.

Enrica, rimasta sola, acchiappa la bambola, le dà un paio di sculacciate, la chiama «brutta cattiva» e la rimprovera di combinare disastri proprio il giorno di Natale: - Guarda che se non fai la brava, ti chiudo nell'armadio e non esci più.
 Perché? - domanda la bambola.
Perché hai rotto i piattini.
Non mi piace giocare con quelle cretinate li, - dichiara la bambola. - Fammi giocare con le automobiline.
Te le do io le automobiline! - annuncia Enrica, e le rilascia altri sculaccioni. La bambola non s'impressiona e le tira i 
capelli. 
Ahi! Ma, perché mi picchi?
Legittima difesa, - dice la bambola. - Sei tu che mi hai insegnato a picchiare, picchiandomi per la prima. lo non avrei saputo come fare.
Bè, - dice Enrica, per sviare il discorso, - giocheremo alla scuola. lo ero la maestra e tu la scolara.
Questo era il quaderno. Tu sbagliavi tutto il dettato e io ti mettevo quattro.
Cosa c'entra il numero quattro? .
C'entra, si. È cosi che fa la maestra a scuola. A chi fa bene, dieci; a chi fa male, quattro.
Perché?
Perché  così  impara. 
MI fai rIdere. 
Naturale, - dice la bambola. - Rifletti. Ci sai andare in bicicletta?
Certo!
E quando stavi imparando e cascavi, ti davano un quattro, oppure ti mettevano un cerotto?
Enrica tace, perplessa. La bambola incalza: - Pensaci un momento, su. 
Quando imparavi a camminare e facevi un capitombolo, forse la mamma ti scriveva quattro sul sedere?
No.
Ma a camminare hai imparato, a parlare, a cantare, a mangiare da sola, ad allacciarti i bottoni e le scarpe, a lavarti i denti e le orecchie, ad aprire e chiudere le porte, a usare il telefono, il giradischi e la televisione, a salire e scendere le scale, a lanciare la palla contro il muro e riprenderla, a distinguere uno zio da un cugino, un cane da un gatto, un frigorifero da un portacenere, un fucile da un cacciavite, il parmigiano dal gorgonzola, la verità dalle bugie, l'acqua dal fuoco. Senza voti, né belli né brutti. Giusto?
Enrica lascia cadere il punto interrogativo e propone: - Allora ti lavo la testa.
Sei matta? Il giorno di Natale - Ma io mi ci diverto, a lavarti la testa.
Tu ti ci diverti, ma a me mi va il sapone negli occhi.
Insomma, sei la mia bambola e con te posso fare quello che voglio io. Capito? 
Questo «capito» fa parte del vocabolario del signor Fulvio.
Anche la signora Lisa, qualche volta, conclude i suoi discorsi con un bel «capito»? Adesso tocca a lei, a Enrica, far valere la propria autorità padronale.  Ma la bambola, a quanto pare, se ne infischia. Essa si arrampica in cima all'albero di Natale, facendo scoppiare svariate lampadine di diversi colori. Quando è in cima fa pipi, bagnando altre lampadine a forma di Biancaneve e dei Sette Nani.
Enrica, per non litigare, va alla finestra. In cortile i bambini giocano al pallone. Hanno monopattini, tricicli, archi e frecce.
Anche i birilli. - Perché non vai in cortile a giocare con gli altri bambini? - domanda la bambola, mettendosi le dita nel naso per sottolineare la propria indipendenza.
Sono tutti maschi, - dice Enrica, mortificata. - Fanno giochi da maschi. Le bambine debbono giocare con le bambole.
Debbono imparare a fare le brave mammine e le brave padrone di casa, che sanno mettere a posto i piattini e le chiccherine, fare il bucato e lucidare le scarpe della famiglia.
La mia mamma lucida sempre le scarpe del mio papà. Gliele lucida di sopra e di sotto.
Poveretto!
Chi?
 Il tuo papà. Si vede che è senza braccia e senza mani..
Enrica decide che è il momento di dare due schiaffi alla bambola. 
Per raggiungerla, però, deve arrampicarsi sull'albero! di Natale. L'albero, da quel vero 'incapace che è, ne approfitta
per crollare a terra. Vanno in frantumi le lampadine e gli angeli di vetro: un cataclisma.
La bambola è finita sotto una sedia e pensa bene di mettersi a sghignazzare. 
Però è la prima a tirarsi su e corre a vedere se Enrica si è fatta male.
Ti sei fatta male?
Non dovrei neanche risponderti, - dice Enrica. - È tutta colpa tua. Sei una bambola maleducata. Non ti voglio piu.
Finalmente! - dice la bambola. - Spero che adesso giocherai con le automobiline.
Neanche per sogno, - annuncia Enrica. - Prenderò la mia vecchia bambola di pezza e giocherò con quella.
Davvero!? - dice la bambola nuova. Si guarda intorno, vede la bambola di pezza, l'acchiappa e la butta dalla finestra senza nemmeno aprire i vetri.
Giocherò con il mio orsacchiotto di pelo, - insiste Enrica.
La bambola nuova cerca l'orsacchiotto di pelo, lo trova, lo butta nel bidone delle immondizie. 
Enrica scoppia in pianto.
I genitori odono e accorrono, giusto in tempo per vedere la bambola nuova che si è impadronita delle forbici e sta tagliuzzando tutti i vestiti del guardaroba delle bambole.
Ma questo è puro vandalismo! - esclama il signor Fulvio.
Povera me, - aggiunge la signora Lisa. - Credevo di aver comprato una bambola e invece ho comprato una strega!
Entrambi si gettano sulla piccola Enrica, la prendono in braccio a turno, l'accarezzano e la coccolano, la sbaciucchiano.
Puah! - dice la bambola dall'alto dell'armadio su cui si è rifugiata per tagliarsi i capelli, che per i suoi gusti sono troppo
lunghi.

Ma senti, - inorridisce il signor Fulvio. - Dice anche: Puah!
Questa può avergliela insegnata solo tuo fratello.
Il signor Remo compare sulla porta, come se lo avessero mandato a chiamare. Gli basta un'occhiata per capire la situazione. La bambola gli strizza l'occhio.
Cosa succede? -domanda lo zio, fingendo di cadere da una nuvola rosa. .
Quella li, - singhiozza la povera Enrica, - non vuole fare la bambola! Chi sa cosa si crede di essere.
Voglio andare in cortile a giocare ai birilli, - dichiara la bambola, facendo volare ciocche di capelli da tutte le parti.
Voglio una grancassa, voglio un prato, un bosco, una montagna e il monopattino. Voglio fare la scienziata atomica, il
ferroviere e la pediatra. Anche l'idraulico. E se avrò una figlia, la manderò al campeggio. E quando la sentirò dire:
«Mamma, voglio fare la casalinga come te e lucidare le scarpe di mio marito, di sopra e di sotto», la metterò in castigo in piscina e per penitenza la porterò a teatro.
Ma' è proprio matta! ~ osserva il signor Fulvio. - Forse le si è guastato qualche transistor.
Dài, Remo, - prega la signora Lisa, - dalle un'occhiata, tu che te ne intendi.
Il signor Remo non si fa pregare a lungo. E nemmeno la bambola. Essa gli vola addirittura in testa, dove si mette a fare i salti mortali.
Il signor Remo la' tocca qui e là, in punti diversi e in altri ancora. La bambola diventa un microscopio.
Hai sbagliato, - dice la signora Lisa.
Il signor Remo tocca ancora. La bambola diventa una lanterna magica, un telescopio, un paio di pattini a rotelle, un tavolo da ping-pong.
Ma cosa fai? - chiede il signor Fulvio al cognato. - Adesso la rovini del tutto. S'è mai vista una bambola che sembra un
tavolo?
Il signor Remo sospira. Tocca di nuovo. La bambola ridiventa una bambola. Ha di nuovo i capelli lunghi e la lavatrice incorporata.
Mamma, - dice, ma stavolta con voce da bambola. -Voglio fare il bucato.
Oh, finalmente! - esclama la signora Lisa. - Questo si che si chiama parlare. Su, Enrica, gioca con la tua bambola. 
Sei in tempo a fare un bel bucatino prima di pranzo.
Ma Enrica, che tutto questo è stata a vedere e ascoltare, ora sembra incerta sul da farsi. 
Guarda la bambola, guarda lo zio Remo, guarda i genitori. Finalmente caccia un sospirone e dice: - No, voglio andare in cortile a giocare a birilli con gli altri bambini. E forse farò anche il salto mortale.

domenica 11 novembre 2012

Perché il 25 Novembre non sia solo una ricorrenza!


In questi anni mi sono resa conto di quanto sia importante il lavoro dei blog, delle pagine di Facebook, di Twitter e di tantissime associazioni che lavorano per difendere la dignità delle donne. E' vero che non molto è cambiato, in quanto numerosissime donne continuano ad essere uccise, perseguitate e continuano a non avere gli stessi diritti degli uomini, tuttavia si sta innalzando il livello di consapevolezza. Il lavoro da fare purtroppo è ancora troppo, ma è un DOVERE di tutte le donne e di tutti gli UOMINI continuare a crederci! Bisogna puntare all'abolizione della donna oggetto, abolire la figura della perfetta casalinga, bisogna far capire che la donna non è necessariamente una santa o una puttana. Bisogna soprattutto partire dall'educazione dei bambini e delle bambine. Purtroppo molto spesso dimentichiamo l'importanza che l'educazione svolge nella crescita di una persona e di come questa possa davvero cambiare le sorti di un intero mondo. Bisogna rivolgersi ai genitori e agli insegnanti: lasciate che i bambini e le bambine possano essere liberi di comportarsi e giocare come e con quello che vogliono, non ingabbiamoli in ruoli e stereotipi, diamo la stessa educazione sia a maschi che a femmine, insegniamo alle bambine l'importanza dell'indipendenza e del rispetto per se stesse e allontaniamo i nostri bambini dal concetto di machismo, insegniamo loro il rispetto per le donne, per i gay, per le lesbiche, per i trans. Non sgridiamo i nostri bambini se piangono, perché non è qualcosa di degno dei (veri?) maschi.

In vista del 25 Novembre "Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne" continuiamo ad indignarci, a parlare e a lottare nel nostro piccolo, quotidianamente, per quei diritti e quel rispetto che meritiamo. Lottiamo per difendere la nostra libertà e la nostra dignità!
Affinché il 25 Novembre non sia solo una ricorrenza!



martedì 2 ottobre 2012

Violenza donne: Basta! L'Italia firma la Convenzione di Istanbul

L’Italia ha compiuto un grande passo in avanti verso l’affermazione dello Stato come Paese civile in tutti i sensi. La ministra Elsa Fornero ha firmato a Strasburgo il 27 Settembre 2012,  la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, conosciuta come Convenzione di Istanbul.



“Si tratta dell'ulteriore segnale di una piena consapevolezza che è di conforto al Governo e gli dà la forza per continuare in questa azione di diffusione di una cultura che rifiuti la violenza e la sanzioni, ma soprattutto che faccia crescere in ciascuno di noi qualcosa di positivo proprio nell'accettazione del prossimo”, afferma la Fornero.

Si tratta di una grande conquista in quanto la Convenzione contiene misure per la prevenzione della violenza, l’eliminazione della discriminazione al fine di una concreta parità tra i sessi, la protezione delle vittime e i procedimenti penali per i colpevoli; definisce e criminalizza le diverse forme di violenza contro le donne tra cui il matrimonio forzato, le mutilazioni dei genitali femminili, lo stalking, le violenze fisiche e psicologiche e la violenza sessuale.

 Anche i mass media dovranno fare la loro parte prevenendo la violenza contro le donne e cercando di rafforzare il rispetto della loro dignità.

Cosa possiamo aggiungere? In un momento in cui non abbiamo molti motivi per essere fieri della nostra Italia dobbiamo festeggiare per una vittoria del genere, nella speranza che ovviamente non siano solo parole!

giovedì 13 settembre 2012

Clara Schumann: una delle prime grandi concertiste europee

Google, oggi, celebra e porta alla ribalta dei più un personaggio molto interessante.
Anche su questo blog non può mancare un piccolo omaggio per Clara Schumann, compositrice e pianista tedesca, ma prima ancora una gran donna.



La musica era nel destino di Clara Josephine Wieck Schumann, sin dalla nascita. Suo padre, infatti, cantore e insegnante di piano, aveva fondato una fabbrica di pianoforti; la madre era cantante e pianista e il nonno un celebre compositore. La famiglia, ben presto, si accorge delle doti di Clara, che viene destinata a corsi privati, con l'intento di renderla una virtuosa del piano.
Alla scuola del padre, la donna conosce Robert Schumann e se ne innamora. Il matrimonio, osteggiato dalla famiglia, avviene al compimento dei suoi 21 anni e nel contempo la carriera della Schumann comincia a prendere il largo, con i primi concerti anche in giro per l'Europa.
All’inizio della sua carriera artistica, Clara Schumann divenne conosciuta principalmente per le esecuzioni di pezzi già popolari e di successo, selezionati dal padre. Successivamente maturò un particolare gusto per i nuovi compositori dell’epoca romantica come Chopin, Mendelssohn e naturalmente Robert Schumann. Iniziò a mettere insieme da sola i programmi, inserendo anche composizioni di Haydn, Mozart, Brahms e Beethoven.
Ben presto, però, Robert comincia a dare segni di squilibrio mentale e Clara è così costretta ad accudirlo, sino al necessario internamento. Ci sono otto figli da crescere e per farlo la musicista decide di moltiplicare gli sforzi lavorativi. Nel 1854 realizza 22 concerti europei in appena due mesi e non si risparmia neanche nei mesi a seguire. Ben presto, però, il suo corpo comincia ad accusare grossi problemi, soprattutto a un braccio sinistro, che non sembra rispondere alle cure.
Spesso non riusciva a dormire, annullò diversi concerti, le cure a base di oppio e l'immobilità non le giovarono, perché dopo poco tempo i dolori ritornavano.
Ma Clara non volle fermarsi e anzi decise di impegnarsi in performance sempre più difficili: nel 1861 suonò l'impervio concerto N°1 in re minore di Brahms, che le richiese uno sforzo fisico immenso. 
«La Wieck-Schumann soffriva di quella che oggi chiamiamo "sindrome da sovraccarico — spiega Rosa Maria Converti, responsabile dell'ambulatorio "Sol Diesis" dedicato ai musicisti, dell'Istituto Don Gnocchi di Milano —. È una delle patologie più frequenti dei pianisti e dipende dal fatto che il musicista suona pezzi che sono al di sopra delle sue possibilità, senza un'adeguata preparazione fisica, oppure suona troppo: c'è chi va avanti anche 15 ore, magari senza pause, senza stretching». Clara, grazie alla forza di volontà, alla ferrea disciplina e alle buone regole di postura apprese fin da piccola non cedette, anche se le capitava di non riuscire a muovere altro che le dita. Poi, fra il 1873 e il 1875, il crollo: annullò tutti i concerti in Inghilterra e negli Stati Uniti per trovare finalmente una soluzione al suo dolore cronico e rischiò di cadere in depressione mentre tentava i curarsi in ogni modo, facendosi visitare da innumerevoli medici.

L’ultimo concerto pubblico di Clara Schumann si tenne nel marzo del 1891. Cinque anni dopo, morì a causa di un infarto quando aveva 76 anni. È sepolta nel cimitero di Bonn insieme con il marito Robert.

Negli ultimi anni di vita Clara Schumann fu costretta su una sedia a rotelle e divenne quasi completamente sorda. La sua storia interessò diversi storici della musica e affascinò scrittori. Nel 1947 l’attrice Katharine Hepburn interpretò il suo ruolo nel film Canto d’amore, ispirato alla storia sentimentale tra Clara e Robert, che contribuì a farla conoscere a un pubblico più ampio e popolare.

Così la ricordiamo:


venerdì 31 agosto 2012

Anche noi la ricordiamo!


Chi era Maria Montessori?
Difficile descriverla in una sola parola: è stata la prima donna a laurearsi in medicina, coerentemente con le sue idee sull'emancipazione femminile, è stata una pedagogista e una scienziata italiana, fondatrice della "Casa dei bambini" a Roma.
Maria Montessori è stata la prima donna a comprendere che il futuro dell'umanità è in mano ai bambini e alle bambine, e che l'educazione deve assumere un ruolo fondamentale nella vita di ogni individuo.
La sua indagine comincia dall'osservazione delle famiglie e da un' importantissima intuizione: spesso gli adulti considerano i figli solo un impaccio, "perché i loro obblighi urgenti li opprimono", così che questi restano confinati nelle loro stanze, affidati ad estranei salariati. Devono stare buoni, in silenzio, perché nulla gli appartiene. Maria Montessori, al contrario, sostiene che è necessaria una nuova educazione che parta dalle famiglie e che abbia come obiettivo la formazione di futuri uomini e donne che abbiano cura della futura società di cui faranno parte.

Maria Montessori è conosciuta in tutto il mondo per il metodo di insegnamento che ideò per i bambini. Il metodo Montessori si basa principalmente su un assunto: l’allievo deve essere libero di sperimentare per conto proprio, perché solamente attraverso la libertà si possono favorire la creatività e altre doti presenti nella natura dei bambini. Attraverso questo processo, il metodo deve far emergere e far comprendere l’importanza della disciplina, dando agli allievi le risorse per imparare a regolarsi da soli e a seguire quando necessario le regole. Montessori puntò principalmente sulla pedagogia scientifica, sostenendo che fosse necessario un nuovo approccio scientifico nel campo dell’educazione. E il metodo, usato ancora oggi in centinaia di scuole in giro per il mondo, ne è la dimostrazione: oggetto dell’osservazione scientifica non deve essere semplicemente il bambino in sé, ma tutte quelle dinamiche che lo portano a compiere scoperte e che si basano sulla sua spontaneità. Per poter scoprire le cose, e imparare, il bambino deve inoltre avere un mondo a portata di mano. Montessori introdusse il concetto di una scuola a misura di bambino, e non di adulto come accadeva nei primi del Novecento. Un ambiente più amichevole e meno ostile divenne l’elemento necessario per mettere a proprio agio i bambini e consentire loro di interagire con più naturalità, primo passo verso l’apprendimento.
Per oltre 40 anni Maria Montessori sarà presente non solo nella diffusione del metodo, ma anche nella ricerca scientifica in vista della liberazione dell'infanzia ("la vera questione sociale del nostro tempo") e della difesa del bambino, l'essere fino ad oggi dimenticato e sostituito dall'adulto.

Il bambino è padre dell'uomo, in lui (e aggiungiamo in lei) è conservata la possibilità del perfezionamento dell'umanità e Maria Montessori lo sapeva ed è per questo che oggi, in occasione dei 142 anni della sua nascita, la ricordiamo!


Inoltre, in questo blog, non può mancare una notizia veramente interessante sulla Montessori di cui sono venuta a conoscenza grazie ad un'amica che ancora ringrazio.
Infatti questa donna straordinaria è l'autrice di un volantino nel quale invitava le donne ad iscriversi nelle liste elettorali, dato che in nessun testo normativo era posto il divieto di farlo. Infatti,all'epoca vigeva lo statuto Albertino, il quale nulla recitava al riguardo, poiché era del tutto ovvio e scontato che la donna non avesse alcun diritto al voto. Maria Montessori, "approfittando" del silenzio della legge (ma consapevole che le donne non potevano votare nè candidarsi) pubblicò il volantino. A seguito di ciò iniziò una trafila di ricorsi e delle varie corti d'appello chiamate a pronunciarsi sulla presenza di donne all'interno delle liste, soltanto la corte d'appello di Ancona decise a favore di tali liste. Il presidente della corte, Lodovico Mortara, ebbe a dire che pur non essendo favorevole all'estensione del diritto al voto alle donne, non si poteva negare loro di iscriversi nelle liste.

"Il bambino è padre dell’umanità e della civilizzazione, è il nostro maestro, anche nei riguardi della sua educazione".

mercoledì 8 agosto 2012

Dalla parte di Lydia Chaco



Da poco mi è giunta notizia che Lydia Chaco, giornalista messicana impegnata nella lotta per i diritti delle donne e nella difesa dei minori dallo sfruttamento pedo-pornografico, è stata costretta a lasciare il Messico per nuove  minacce di morte.


“Ti manderemo a casa a pezzetti”
le ha annunciato una telefonata anonima.

Lydia Chaco è una donna estremamente coraggiosa, una giornalista con la G maiuscola, che da tutta una vita lotta accanto a donne e ragazze vittime dello sfruttamento sessuale. Una di quelle donne che ti fanno sentire orgogliosa di appartenere alla specie umana. Nonostante le continue violenze che ha subito da parte dei potenti non ha mai cessato di denunciare imprenditori e politici coinvolti in una fitta rete di sfruttamento della prostituzione minorile.

1,4 milioni di donne e ragazze vengono acquistati e venduti ogni anno sul mercato del sesso.
In una società capitalistica, patriarcale dove ogni cosa ha valore in base a quanto produce il sesso viene usato come arma di ricatto e corruzione nella politica.
Nel 2005 Lydia Cacho pubblica in Messico Los Demonios del Eden e la sua vita cambia inesorabilmente. Jean Succar Kuri, noto proprietario di alberghi, uno degli imprenditori messicani più facoltosi è accusato di essere coinvolto in un giro di pornografia infantile e prostituzione insieme a importanti esponenti politici e loschi uomini d’affari. Per questa inchiesta, supportata dalle dichiarazioni delle vittime e da prove filmate con videocamera nascosta, Lydia Cacho viene citata per diffamazione e arrestata illegalmente da un gruppo di poliziotti, picchiata e rinchiusa nel lontano carcere di Puebla.
Memorie di un’infamia è il racconto di quanto Lidia Cacho ha vissuto in prima persona in un paese, il Messico, dove ogni anno vengono assassinati decine di giornalisti.

Cosa possiamo fare noi per aiutare, per quanto è possibile, questa donna che non merita di rimanere sola?
In primo luogo bisogna parlare di questa donna e della sua storia, e far si che i media ne parlino a loro volta, affinché tutte le istituzioni internazionali si impegnino per salvare la vita di questa onesta cittadina.
Amnesty International ha emesso un comunicato urgente ai governatori del messico affinchè vengano identificati i reponsabili e che il rientro di Lydia sia sicuro. Questo è il link che dobbiamo fare in modo che giri il più possibile!! http://takeaction.amnestyusa.org/siteapps/advocacy/ActionItem.aspx?c=6oJCLQPAJiJUG&b=6645049&aid=16251

Per Lydia e per la libertà di stampa!

"Non sono mai stata paurosa, sono nata con l'audacia di una navigante portoghese che si spinge in mare aperto in cerca della vita." 



giovedì 17 maggio 2012

Prospettiva Queer


Che cos’è la normalità? Domanda che magari non ci poniamo mai, o non ci preoccupiamo di darne una risposta, o forse una risposta non esiste.
Tuttavia giornalmente usiamo questa espressione e sarebbe il caso di chiedersi il perché e che cosa significa realmente per noi.
Di certo “normale” per definizione è tutto ciò che è tradizionalmente accettato e trasmesso in maniera a-critica; viviamo in una società fondata sul senso comune, che tende inconsapevolmente a diffondere pregiudizi che hanno come conseguenza l’esclusione sociale di alcuni, ritenuti anormali poiché si allontanano dalla cosiddetta norma. Il problema è che le convenzioni che si stabiliscono tra gli esseri umani si fondano sull'aspettativa che gli altri individui si comportino nel modo che tra noi è normale.
Quindi sembra quasi che questo concetto di normalità divenga uno strumento di discriminazione e di esclusione. E allora sorge spontanea la domanda: cosa c’è di normale in tutto ciò?
Oggi, 17 Maggio si celebra la Giornata Internazionale contro l’omofobia e la transfobia, in ricordo del 17 Maggio 1990  in cui l’omosessualità venne rimossa dalla lista delle malattie mentali da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. In una giornata così importante sento di invitare tutte e tutti noi ad adottare una nuova visione del mondo che ci permetta di andare oltre i nostri classici assiomi culturali che ci rendono schiavi di un pensiero passivo e acritico. "Queer" è un termine della lingua inglese che tradizionalmente significa "strano", "insolito". L’uso del termine nel corso XX secolo ha subito diversi e profondi cambiamenti, tanto che adesso è divenuto un termine ombrello all'interno del quale si fa riferimento a quelle persone il cui orientamento sessuale e/o identità di genere differisce da quello strettamente eterosessuale: gay, lesbiche, bisessuali, transessuali, transgender e/o intersessuati. La prospettiva Queer nasce con l’intento di sradicare qualsiasi normatività sessuale dando cosi ad ognuno la possibilità di “essere ciò che si è”, e dunque è un diverso modo di vedere e filtrare il mondo.
La nostra società sente sempre il bisogno di imporre la supremazia del "vero uomo". Se ci guardiamo intorno o leggiamo i giornali sentiamo di continue aggressioni contro Gay, basti pensare a Daniel Zamudio che a Santiago del Cile è stato pestato, ferito e preso a pietrate solo perché omosessuale.
Cresciamo nell'ombra di questa virilità intesa come violenza, dominio, sopraffazione perpetrata ai danni di chi viene ritenuto debole, ovvero donne e omosessuali.
Il problema è che non siamo in grado di proporre modelli di maschilità e femminilità diversificati, quando invece dovremmo permettere uno sviluppo armonico della maschilità senza picchiare il compagno gay o fare battute misogine. Bisogna educare ad una maschilità sana, varia e soprattutto è necessario comprendere il vero significato di essere uomo e donna. Parliamo ai giovani di Gandhi oppure di Harvey Milk. Scommetto che le nuove generazioni non sanno neanche chi sia Milk e che cosa abbia rappresentato per il mondo, un uomo che attraverso la non violenza e la militanza politica è riuscito a difendere i diritti degli omosessuali diventando un simbolo di speranza per tutte le persone oppresse ed emarginate solo perchè considerate diverse. La vicenda di Milk, primo gay dichiarato ad essere eletto ad una carica politica negli Stati Uniti, è importante anche perché permette di comprendere quanto sia fondamentale uscire dal nascondiglio (Coming Out), venire fuori avendo il coraggio di dichiarare il proprio orientamento sessuale. Naturalmente prima di dichiararsi alla società è necessario compiere un Coming Out interiore, ovvero accettare la propria condizione e comprendere che questa non può e non deve essere da ostacolo nella vita con gli altri e nella realizzazione di se stessi. Ecco perché è, a mio parere, necessario non avere paura nel dichiarare il proprio orientamento sessuale, solo così si potranno estirpare diversi pregiudizi, poiché molto spesso la società ritiene che gli omosessuali siano più unici che rari, e magari non verrebbe mai in mente che un medico o un avvocato o un attore possa essere omosessuale. Bisogna comprendere che il talento, le potenzialità e il carattere di una persona hanno poco a che vedere con il fatto di essere eterosessuale o omosessuale.

Ormai assistiamo sempre più di frequente ad affermazioni quali: “si, possono sposarsi gli omosessuali, ma non possono avere figli, perché come fanno i bambini a crescere con due genitori dello stesso sesso?” Ogni giorno compiamo un processo di “naturalizzazione” che non è altro che un processo di eternizzazione, ovvero il rifiuto di accettare un cambiamento, e lasciare lo status quo delle cose solo perché ritenuti naturali,  e ciò va ovviamente contro la storia, quale scienza del cambiamento. La naturalità entra nel senso comune e non ci permette di capire che ogni cosa, a partire dalle legislazioni, sono frutto del loro tempo e che dunque arriva un momento in cui vanno migliorate. Noi al contrario respingiamo il cambiamento semplicemente per paura che questo possa sconvolgere il nostro equilibrio.

Sono del parere che tanto peso ha avuto nel diffondere l’omofobia la chiesa cattolica, i cui valori non hanno niente a che fare con i valori evangelici di amore, tolleranza, rispetto incondizionato verso l’altro. La chiesa ripristina la naturalità della famiglia ovvero solo uomo e donna possono creare un nucleo familiare. La chiesa è sessuofobica, poiché il rapporto sessuale deve essere volto solo alla procreazione e di conseguenza l’atto omosessuale è  abominio perché contrario alla "legge naturale" e dunque precludente al "dono della vita”. Tuttavia sappiamo bene che moltissime coppie etero sposate non possono avere figli, ma ovviamente hanno rapporti sessuali e non per questo sono esseri abominevoli. A questo punto mi chiedo se la chiesa cattolica sia davvero nella posizione di potere parlare di naturalità. Cosa c’è di naturale nella caccia alle streghe? Cosa c’è di naturale nell’Inquisizione? Cosa c’è di naturale nel celibato ecclesiastico?
Cosa c’è di naturale nella mortificazione del corpo e dei sensi? Con quale coraggio si possono giudicare anormali gli omosessuali?
La famiglia composta da madre e padre è solo una categoria, un organizzazione che ci siamo imposti e che è del tutto arbitraria.
Basti pensare al mondo greco, il mondo dei filosofi per eccellenza, che amavano la persona in quanto tale, la loro anima, poco importava se uomini o donne. La cosa che si dovrebbe sperare per ogni bambino/a che viene al mondo è di nascere in una famiglia vera, dove per vera non intendo eterosessuale o omosessuale ma intendo una famiglia che sappia dare amore, poiché questa è l’unica cosa che conta. Come dice padre Cosimo Scordato “bisogna avere rispetto per gli omosessuali, perché quello che conta è l’amore, e loro amano al pari degli etero”. Non ci sono elementi di carattere scientifico che possano dimostrare che due persone dello stesso sesso non possono essere dei bravi genitori responsabili.
L’amore è l’unica cosa naturale, tutto il resto sono solo convenzioni.

E' importante vivere in una società aperta che trae vantaggio dalla diversità non percependola più come un pericolo o una minaccia da estirpare bensì come un valore, una risorsa e un diritto da difendere e preservare. Se non c’è differenza c’è omologazione, è arrivato il momento di rifiutare la dimensione del “o-o” e abbracciare l’ottica della convivenza “e-e”. 
Il pregiudizio non è innato, ha piuttosto il suo fondamento nelle influenze familiari, ambientali, sociali, e si struttura già dalla prima infanzia e se è vero che la cultura è parte integrante della natura umana allora credo che fondamentale sia l’azione della scuola, di un’educazione che cominci sin dai bambini e che faccia leva anche sui genitori, è necessaria più informazione.


Bisogna prevenire l’omofobia e la transofobia nelle scuole primarie e d’infanzia, perché è compito dell’istruzione e dell’educazione rimuovere ogni forma di intolleranza. Ovviamente dietro deve esserci una buona preparazione degli insegnanti, che non devono eclissare le possibilità di affrontare tali discorsi, ma anzi devono cercare il pretesto per farlo, bisogna loro fornire strumenti per sapere affrontare tali argomenti e dunque costruire progetti didattici. Ecco perché ci vuole un miglioramento in genere delle istituzioni compresi i mass-media che con la mercificazione del corpo femminile non fanno altro che alimentare la cultura machista e omofoba. Sembra un utopia ma non lo è, sono convinta che l’essere umano abbia tutti gli strumenti per raggiungere ogni obiettivo, se le cose non si fanno è perché oltre ad esserci omofobia, ritengo ci sia molta indifferenza. La parte della società che non è omofoba molto spesso è del tutto indifferente ai problemi di gay, lesbiche, transessuali e bisex, li accettano ma non si preoccupano minimamente se i loro diritti sono calpestati. Ognuno di noi è troppo preso da se stesso ed è distratto, noncurante. Bisogna cominciare ad “accorgersi dell’altro/a”, non dobbiamo dare per scontata la sessualità della persona che abbiamo di fronte.

"Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo guardare le cose sempre da angolazioni diverse"