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sabato 8 marzo 2014

Accoglienza Donna

Questa mattina, in occasione della “Giornata Internazionale della Donna”, si è tenuta a Palermo presso la sala conferenze della Caritas diocesana, la conferenza “Accoglienza donna. La salute nell'immigrazione al femminile”. L’iniziativa è stata promossa dalla Fondazione Banco Farmaceutico onlus e dalla Caritas diocesana di Palermo ed è stata anche l’occasione per la presentazione del dossier sulla donna immigrata in Sicilia. Alla fine dell'evento sono stati consegnati 2690 confezioni di farmaci per le donne immigrate che vivono nell'isola, donati dall'azienda Zambon group, dagli enti come Caritas Palermo, Centro Astalli, Missione speranza e Carità, centro Santa Chiara e progetto Maddalena impegnati nell'assistenza alle donne immigrate in Sicilia.
Come tutti/e ormai sappiamo la Sicilia è terra di approdo per immigrati provenienti da ogni parte del mondo: dai Paesi africani della costa nord-orientale (Tunisia, Somalia, Eritrea, Abissinia, Egitto) e di quella atlantica (Nigeria, Camerun, Ghana, Senegal, Marocco) a quelli del Medio Oriente, a quelli asiatici (Sri Lanka, Cina, India, Afghanistan, Pakistan, Filippine, Indonesia, ecc.). Lampedusa, in  particolare viene dagli immigrati definita come "la porta d'Europa", terra di rifugio e conforto. Come noto la nostra Sicilia non versa in condizioni economiche favorevoli infatti, come si evince dal comunicato stampa, l'incidenza della povertà relativa è pari al 29,6% delle famiglie. Gli stranieri residenti in Sicilia sono circa 141.000 di cui 73.000 sono donne. La situazione è resa ancora più drammatica dai continui sbarchi di migranti. Tra il 2011 e il 2013 sono sbarcate nell'isola oltre 68.000 persone e il 10,4% degli immigrati sbarcati sono donne. Le donne che vengono assistite dai sessantotto enti partecipanti alla rete del Banco Farmaceutico sono 12.745 pari al 48, 4% del totale degli utenti e a  Palermo le donne aiutate dagli enti caritativi sono 5.808. Il mondo delle donne immigrate presenta tantissime problematiche a noi per lo più ignote. Si tratta di donne che non sanno minimamente che cosa sia la prevenzione e che sono costrette, soprattutto a causa della povertà in cui si trovano a vivere, a preoccuparsi di altro senza potere avere cura di sé stesse e della propria salute. Le donne immigrate che arrivano in Sicilia non portano alcuna malattia esotica anzi al contrario sono spesso affette dalle patologie più comuni, quali diabete, ipertensione, disturbi ginecologici e purtroppo malattie date dal "disagio sociale" quale la depressione.
Inoltre sono, purtroppo, sempre più in crescita le "malattie sociali" determinate dalla povertà e soprattutto dalla, già sopracitata, mancanza di prevenzione da parte di queste donne. Ecco perché uno degli obiettivi primari dei centri di ascolto è quello di dare un supporto concreto a donne e uomini che arrivano in Sicilia alla ricerca di un nuovo futuro, agendo concretamente acquistando farmaci e tutto ciò che serve per sostenere quotidianamente il diritto alla salute di queste persone, organizzando incontri di educazione alla salute affinché i migranti possano prendere nelle loro mani la propria salute, fornendo metodi contraccettivi e soprattutto seguendo le donne durante e dopo la gravidanza. E' inoltre di fondamentale importanza aiutare le donne in dolce attesa non solo a tenere il/la bambino/a ma soprattutto a mantenerlo dopo.
"La Fondazione Banco Farmaceutico - ha spiegato Giacomo Rondello, delegato per Palermo - è impegnata in prima linea insieme alla Caritas per il contrasto alla povertà sanitaria e per garantire le giuste cure a chi non può permetterselo. Per questo la donazione della Zambon di medicinali per le donne immigrate è un segno importante di come attraverso la solidarietà si possa dare una risposta concreta alle nuove emergenze sociali"
In una giornata come quella dell' 8 Marzo, giornata di profonda riflessione, credo che sia stato importantissimo affrontare questo delicato argomento, per ricordare che il diritto alla vita va sempre preservato e che se la salute è un diritto allora è un dovere del servizio sanitario pubblico prenderne carico.
Non dobbiamo dimenticare i tanti uomini e donne che arrivano in Sicilia nella speranza di trovare un poco di solidarietà e di vicinanza sincera perché le voci di queste persone senza voci, siamo noi! 























Per terminare consiglio vivamente la visione di questo breve video Realizzato dall'Azienda sanitaria provinciale di Palermo, a cura di Nino Randazzo.



sabato 22 giugno 2013

L'importanza del Gay Pride


Anche a Palermo il grande giorno del Pride è arrivato. Ancora poche ore ed il centro della nostra meravigliosa città sarà "invaso" da circa 100.000 persone che insieme rivendicheranno l'orgoglio LGBT e l'importanza dei diritti di tutti gli uomini e le donne. L'appuntamento che darà il via alla parata sarà l'incontro delle ore 16, quando le madrine della manifestazione incontreranno la stampa prima di salire sul carro principale per la sfilata del Pride più a sud d'Europa. Il concentramento è previsto per ore 16 al Foro Umberto I, di fronte all'hotel Jolly. La parata sarà aperta dal carro del Coordinamento Palermo Pride, allestito con un'ironica citazione dei tipici carretti siciliani.“ Il Gay Pride è, nel mondo, la principale manifestazione delle istanze civili e della cultura omosessuali. Ogni anno vi partecipano non solo le associazione per i diritti LGBT ma singole persone che vogliono esprimere le proprie idee di emancipazione, di rispetto verso tutti a prescindere dall'orientamento sessuale. 
Da molti questo evento viene considerato come "anormale", esattamente com' è considerato anormale e offensivo permettere a uomini e donne omosessuali di sposarsi. Normale è per noi tutto ciò che è tradizionalmente accettato e trasmesso in maniera a-critica; viviamo in una società fondata sul senso comune, che tende inconsapevolmente a diffondere pregiudizi che hanno come conseguenza l’esclusione sociale di alcuni, ritenuti anormali poiché si allontanano dalla cosiddetta norma. Il problema è che le convenzioni che si stabiliscono tra gli esseri umani si fondano sull'aspettativa che gli altri individui si comportino nel modo che tra noi è normale. Questo è normale? Secondo me, e per fortuna secondo tanti altri, è proprio questo un atteggiamento sbagliato e del tutto pericoloso in quanto, consapevolmente o no, non fa altro che alimentare una cultura omofoba e discriminante. 

A tutti coloro che affermano che non è corretto che gli omosessuali si sposino io ricordo che il matrimonio è un'istituzione e in quanto tale, in una civiltà paritaria, deve essere consentito a tutti gli esseri umani. Ovviamente il Gay pride non vuole imporre il proprio pensiero a tutti, ognuno può avere le proprie convinzioni e le proprie credenze ma non si potrà mai parlare di rispetto dei diritti umani fondamentali, se continuiamo ad impedire a tutti gli uomini e le donne il diritto d'accesso ad un'istituzione. Tutti dobbiamo avere la possibilità di essere ciò che vogliamo, senza avere paura di non essere accettati dal mondo intero. Non dobbiamo respingere il cambiamento solo per paura che questo sconvolga il nostro "equilibrio"; dobbiamo renderci conto che anche, e soprattutto, le legislazioni sono frutto del loro tempo e che quindi arriva un momento di essere modificate e migliorate. Anche la famiglia composta da madre e padre è solo una categoria, un organizzazione che ci siamo imposti e che è del tutto arbitraria.
Basti pensare al mondo greco, il mondo dei filosofi per eccellenza, che amavano la persona in quanto tale, la loro anima, poco importava se uomini o donne. La cosa che si dovrebbe sperare per ogni bambino/a che viene al mondo è di nascere in una famiglia vera, dove per vera non intendo eterosessuale o omosessuale ma intendo una famiglia che sappia dare amore, poiché questa è l’unica cosa che conta. Non ci sono elementi di carattere scientifico che possano dimostrare che due persone dello stesso sesso non possono essere dei bravi genitori responsabili.
L’amore è l’unica cosa naturale, tutto il resto sono solo convenzioni.
Ecco perché credo nell'importanza del Gay Pride in quanto principale azione civile per ottenere il rispetto dei diritti LGBT.


mercoledì 9 gennaio 2013

Io sono stata ferita, non il mio onore


(“I Was Wounded; My Honor Wasn’t”, di Sohaila Abdulali per The New York Times, 7.1.2013, trad. Maria G. Di Rienzo.)



Trentadue anni fa, quando avevo 17 anni e vivevo a Bombay, ho subito uno stupro di gruppo e sono stata quasi uccisa. Tre anni più tardi, oltraggiata dal silenzio e dalle false credenze sullo stupro, scrissi un veemente saggio, firmandolo con il mio nome, in cui descrivevo la mia esperienza, per una rivista indiana delle donne. Creò dibattito nel movimento delle donne (e nella mia famiglia) e poi scomparve quietamente. La scorsa settimana ho dato un’occhiata alla mia posta elettronica ed era là. Come parte delle manifestazioni dell’oltraggio pubblico, dopo lo stupro e la morte di una giovane donna a Delhi, qualcuno aveva postato l’articolo online ed esso era diventato “virale”. Da allora, ho ricevuto un diluvio di messaggi che mi esprimono sostegno.
Non è esattamente piacevole essere un simbolo di stupro. Non sono un’esperta, ne’ rappresento tutte le vittime di violenza sessuale. Tutto ciò che posso offrire, a differenza della giovane che è morta in dicembre dopo aver subito un brutale stupro di gruppo e di molte altre, è che la mia storia non è finita, e che io posso continuare a raccontarla. Quando ho lottato per sopravvivere, quella notte, a stento sapevo per cosa stavo lottando. Un amico ed io eravamo andati a passeggiare sulla montagna, accanto a casa mia. Quattro uomini armati ci catturarono, ci costrinsero a scalare sino a raggiungere un punto appartato, dove mi stuprarono per ore ed ore e picchiarono entrambi. Discussero fra loro se ucciderci o no, e infine ci lasciarono andare.
A 17 anni, ero solo una ragazzina. La vita mi ha ricompensato riccamente per essere sopravvissuta. Ho zoppicato sino a casa, ferita e traumatizzata, dove mi aspettava una famiglia favolosa. Avendola al mio fianco, molto altro è arrivato a me. Ho trovato un amore vero. Ho scritto libri. Ho visto un canguro nel suo ambiente naturale. Ho preso autobus e ho perso treni. Ho avuto una splendida bambina. Il secolo è cambiato. Il mio primo capello grigio è apparso. Troppe altre non faranno mai queste esperienze. Non vedranno mai miglioramenti, non vedranno il giorno in cui quell’episodio non è più il punto centrale della tua esistenza. Un giorno scopri che non ti guardi più alle spalle, temendo che ogni gruppo di uomini ti aggredisca. Un giorno ti metti una sciarpa attorno al collo senza che spunti il ricordo di essere stata stretta alla gola. Un giorno non hai più paura.
Lo stupro è orribile. Ma non è orribile per tutte le ragioni che sono state conficcate nelle teste delle donne indiane. E’ orribile perché sei violata, sei terrorizzata, perché qualcun altro prende il controllo del tuo corpo e ti ferisce nel più profondo dei modi. Non è orribile perché hai perduto la tua “virtù”. Non è orribile perché tuo padre e tuo fratello sono disonorati. Io rigetto la nozione che la mia virtù risieda nella mia vagina, così come rigetto la nozione che il cervello di un uomo stia nei suoi genitali. Se togliessimo l’onore dall’equazione, lo stupro resterebbe certo orribile, ma sarebbe un orrore personale, non di gruppo, e noi saremmo in grado di dare alle donne che sono state assalite ciò di cui hanno davvero bisogno: l’empatia necessaria ad andare oltre un tremendo trauma, non il mucchio di stupidaggini sul provare colpa e vergogna. La settimana dopo che ero stata aggredita, udii la storia di una donna che era stata violentata in un sobborgo vicino. Andò a casa, entrò in cucina, si diede fuoco e morì. La persona che mi raccontò la storia era piena di ammirazione per questa donna, perché non era stata “egoista” e aveva preservato l’onore di suo marito. Grazie ai miei genitori, io questo non l’ho mai capito.
La legge deve fornire pene reali per gli stupratori e protezione per le vittime, ma solo le famiglie e le comunità possono dare empatia e sostegno. Come può un’adolescente perseguire legalmente il suo stupratore se la sua famiglia non è dietro di lei? Come può una moglie denunciare il suo assalitore, se suo marito pensa che l’aggressione sia più un affronto per lui, che una violazione per lei? Quando avevo 17 anni, pensavo che essere ferita ed umiliata in modo così doloroso fosse la cosa più spaventosa che poteva accadermi. Adesso che ne ho 49, so che mi sbagliavo: la cosa più spaventosa è immaginare sia ferita ed umiliata la mia bambina di 11 anni. Non per l’onore della famiglia, ma perché lei ha fiducia nel mondo e mi fa infinitamente male pensare che possa perdere questa fiducia. Se guardo indietro, non è la me stessa diciassettenne che voglio confortare, ma i miei genitori: quelli che hanno fatto il duro lavoro di raccogliere i pezzi.
Ecco dove sta il lavoro che dobbiamo fare, noi che stiamo crescendo la prossima generazione. Dobbiamo insegnare ai nostri figli e alle nostre figlie a diventare persone adulte libere e rispettose, consapevoli che gli uomini che feriscono le donne stanno facendo una scelta, e devono essere puniti. Quando avevo 17 anni non potevo neppure immaginare che migliaia di persone manifestassero contro lo stupro in India, ma questo abbiamo visto nelle settimane passate. Pure, c’è ancora molto da fare. Abbiamo speso generazioni a costruire elaborati sistemi patriarcali, diseguaglianze di casta, sociali, e di genere, che permettono all’abuso di fiorire. Lo stupro non è inevitabile come il tempo atmosferico. Dobbiamo buttar via tutto il chiacchierio sull’onore, la virtù, e “lei lo ha provocato” e “lui non ha potuto trattenersi”. Dobbiamo dare la responsabilità a chi ce l’ha: gli uomini che violano le donne e tutti quelli di noi che li scusano puntando i loro indici accusatori sulle vittime.


lunedì 31 dicembre 2012

Addio al premio Nobel Rita Levi Montalcini

Si è spenta oggi, una tra le donne più preziose di cui ha disposto il genere umano: Rita Levi Montalcini, scienziata, neurologa, senatrice a vita e Premio Nobel per la medicina. Come afferma la nipote "si è spento un faro di vita".



E' stata una donna che ha dedicato la sua esistenza per gli altri, facendo scoperte di primaria importanza per l’umanità:

Dico ai giovani: non pensate a voi stessi, pensate agli altri. Pensate al futuro che vi aspetta, pensate a quello che potete fare, e non temete niente. Non temete le difficoltà: io ne ho passate molte, e le ho attraversate senza paura, con totale indifferenza alla mia persona.
Negli anni Cinquanta le sue ricerche la portarono alla scoperta e all'identificazione del fattore di accrescimento della fibra nervosa o NGF, scoperta per la quale è stata insignita nel 1986 del premio Nobel per la medicina. Insignita anche di altri premi, è stata la prima donna a essere ammessa alla Pontificia Accademia delle Scienze. Il 1º agosto 2001 è stata nominata senatrice a vita «per aver illustrato la Patria con altissimi meriti nel campo scientifico e sociale». Era socia nazionale dell'Accademia dei Lincei per la classe delle scienze fisiche e tra i soci fondatori della Fondazione Idis-Città della Scienza.

E' stata sempre molto attiva in campagne di interesse sociale, per esempio contro le mine anti-uomo o per la responsabilità degli scienziati nei confronti della società e anche particolarmente sensibile anche nei confronti dei temi della difesa dell'ambiente e dello sviluppo sostenibile.
Inoltre nel 1992 ha istituito, assieme alla sorella gemella Paola, la Fondazione Levi Montalcini, in memoria del padre, rivolta alla formazione e all'educazione dei giovani, nonché al conferimento di borse di studio a giovani studentesse africane a livello universitario, con l'obiettivo di creare una classe di giovani donne che svolgano un ruolo di leadership nella vita scientifica e sociale del loro paese.

Rita Levi Montalcini è stata sicuramente una donna emancipata, forte e determinata che seppur provenisse da una famiglia con abitudini fortemente conservatrici, con chiare imposizioni sociali e ruoli ben definiti tra uomini e donne, e con un padre che la osteggiò non poco, convinto che una carriera professionale avesse interferito con i doveri di una moglie e di una madre, decise di iscriversi a medicina all'università di Torino e questa sua grande forza di volontà le ha permesso di diventare ciò che per noi donne è oggi: modello e fonte di ispirazione.

Grazie Rita Levi Montalcini, noi ti ricorderemo così:

"Geneticamente uomo e donna sono identici. Non lo sono dal punto di vista epigenetico, di formazione cioè, perchè lo sviluppo della donna è stato volontariamente bloccato" 

domenica 23 dicembre 2012

La bambola a transistor: Un augurio di Natale e di felice anno nuovo, speciale

Anche quest'anno è giunto al termine e non possiamo di certo affermare che per noi donne sia stato un anno felice o ricco di soddisfazioni. Più di 100 donne uccise per mano di mariti o ex. Vale la pena continuare a sperare in anni migliori o in qualche cambiamento? Nonostante la triste la realtà la risposta deve essere si e la speranza deve tramutarsi in un impegno costante e quotidiano sia di uomini che di donne.
Ecco perché sento di fare gli auguri a tutti: uomini, bambini/e, credenti e non credenti, ma soprattutto il mio augurio di buon Natale e in particolar modo di buon anno è rivolto a tutte le donne.
A tutte le donne tenaci, che continuano a lottare per far diventar il mondo un mondo anche per donne.
A tutte le donne che continuano a guardare lontano e con i loro gesti quotidiani cercano di realizzare una maggiore libertà e pienezza femminile;
Auguri alle donne che stanno per diventare mamme;
Auguri a tutte le donne lavoratrici che sgomitano in un mondo di maschi;
Auguri alle donne che non si sottomettono al sistema ma continuano ad essere sia lavoratrici che madri;
Auguri alle donne che non vogliono essere un oggetto appagante per i sensi maschili, ma che riconoscono la propria dignità e competenze;
Auguri alle donne che si impegnano per cambiare la nostra società;
Auguri a tutte le donne vittime di violenza in Italia e nel mondo, per far sapere loro che non sono sole.
Auguri a tutte le donne che ancora non hanno aperto gli occhi e continuano a trattare se stesse come oggetto, credendo che il loro apparire sia l'unica cosa che conta.

Un augurio speciale va alle lettrici e lettori di questo blog e per farlo mi è venuta in mente una divertente novella di Rodari nella quale si parla di una bambola modernissima (con lavatrice incorporata) che viene regalata a Natale ad una bimba di nome Enrica. Questa bambola, manomessa da uno zio mago e burlone, impazzisce: manda all'aria il servizio da tè della sua padroncina, si taglia i capelli, si arrampica sull'albero di Natale distruggendolo e facendo persino sopra la pipi. Poi fa una dichiarazione “femminista”, una sorta di “testamento”, prima di essere disattivata dai preoccupati genitori della bimba e di ritornare ad essere una brava ed educata bambola che fa il bucato. Lo spunto a questa novella Rodari lo ebbe pensando a quei giocattoli che contribuiscono a condizionare i bambini per adattarli, fin da piccoli, ai loro ruoli sessuali. La bambola è un giocattolo antichissimo e meraviglioso, ricco di significati e di simboli. Sarebbe veramente bello se tutte le mamme o future mamme traessero spunto da questa novella per comprendere come i bambini e le bambine devono essere liberi/e di sfogare la propria fantasia come meglio credono e che non ci suono ruoli stereotipati nei quali essere inseriti.

Buona lettura:



Allora, - domanda il signor Fulvio alla signora Lisa, sua moglie e al signor Remo, suo cognato, - che cosa regaliamo a Enrica per Natale?
Un bel tamburo, - risponde prontamente il cognato Remo.
Cosa?!
Ma si, una bella grancassa. Con la mazza per picchiarci sopra. Bum! Bum!
Dai, Remo! - dice la signora Lisa (per la quale però il signor Remo non è un cognato, ma un fratello). - Una grancassa tiene troppo posto. E poi, chi sa cosa direbbe la moglie del macellaio. .
Sono sicuro, - continua il signor Remo, - che a Enrica piacerebbe moltissimo un portacenere di ceramica colorata a
forma di cavallo, con intorno tanti portacenerini piccini piccini, anche loro di ceramica colorata, ma a forma di caciocavallo
Enrica non fuma, - osserva severamente il signor Fulvio. 
Ha appena sette anni.
Un teschio d'argento, - propone allora il signor Remo, - un portalucertole d'ottone, un apritartarughe a forma di angioletto, uno spruzzatore di fagioli a forma d'ombrello.
Dai, Remo, - dice la signora Lisa, - parliamo sul serio.
Va bene. Sul serio. Due tamburi: uno in do e uno in sol.
So io, - dice la signora Lisa, - quello che ci vuole per Enrica. 
Una bella bambola elettronica a transistor, con la lavatrice incorporata: una di quelle bambole che camminano, parlano,
cantano, controllano le conversazioni telefoniche, captano le trasmissioni in stereofonia e fanno pipi.
D'accordo, - proclama il signor Fulvio, nella sua qualità di capofamiglia.
lo me ne infischio, - questo è il signor Remo, - e .vado a letto a dormire tra due guanciali.
Ed ecco, dopo pochi giorni, il Santo Natale, con tanti bei prosciutti appesi fuori dei negozi e tanti magnifici portacenere a forma di Piccolo Scrivano Fiorentino nelle vetrine e tanti zampognari, veri e falsi, per le strade. 
Neve sull'arco alpino e nebbia in VaI Padana.
La bambola nuova è già li che aspetta Enrica sotto l'albero di Natale. Lo zio Remo (si tratta sempre dello stesso Remo,
il quale per il signor Fulvio è un cognato, per la signora Lisa un fratello, per la portiera un ragioniere, per il giornalaio un
cliente, per il vigile urbano un pedone e per Enrica, giustappunto, uno zio: quante mai cose può essere una sola persona!), dunque, lo zio Remo osserva la bambola con un sogghigno.
Bisogna sapere, di nascosto da tutti, che egli compie severi studi di magia: può spaccare un portacenere di travertino con una semplice occhiata, tanto per fare un esempio. Egli tocca la bambola in due o tre punti, sposta qualche transistor, sogghigna di nuovo e infine se ne va al caffè, mentre arriva di corsa Enrica, lanciando grida di gioia, che i genitori ascoltano con delizia dietro la porta chiusa.
Bella, bella, - dichiara Enrica, al colmo dell'entusiasmo. 
Ti preparo subito colazione.
Rovistando febbrilmente nell'angolo dei giocattoli, essa ne cavatI un ricco apparato di chicchere, piattini, bicchierini,
vasetti, bottigliette, eccetera, che dispone sul tavolinetto delle bambole. Fa camminare la bambola nuova fino al suo posto, la fa chiamare «mamma» e «papà» due o tre volte, le allaccia il tovagliolo al collo e si prepara a imboccarla. 
Ma la bambola, appena lei si volta un momentino, spara un paio di calci che mandano all'aria tutto l'apparecchio. 
Piattini che vanno in pezzi. Chicchere che rotolano sul pavimento del condominio e vanno a sfracellarsi contro il termosifone. Cocci.
Naturalmente accorre la signora Lisa, pensando che Enrica si sia fatta male. Arriva, crede a quello che vede e senza perder tempo sgrida per bene la figlia, chiamandola «brutta cattiva» ed aggiungendo: - Ecco, proprio il giorno di Natale mi devi combinare disastri. Guarda che se non stai attenta ti porto via la bambola e non la vedi più.
Poi va in bagno.

Enrica, rimasta sola, acchiappa la bambola, le dà un paio di sculacciate, la chiama «brutta cattiva» e la rimprovera di combinare disastri proprio il giorno di Natale: - Guarda che se non fai la brava, ti chiudo nell'armadio e non esci più.
 Perché? - domanda la bambola.
Perché hai rotto i piattini.
Non mi piace giocare con quelle cretinate li, - dichiara la bambola. - Fammi giocare con le automobiline.
Te le do io le automobiline! - annuncia Enrica, e le rilascia altri sculaccioni. La bambola non s'impressiona e le tira i 
capelli. 
Ahi! Ma, perché mi picchi?
Legittima difesa, - dice la bambola. - Sei tu che mi hai insegnato a picchiare, picchiandomi per la prima. lo non avrei saputo come fare.
Bè, - dice Enrica, per sviare il discorso, - giocheremo alla scuola. lo ero la maestra e tu la scolara.
Questo era il quaderno. Tu sbagliavi tutto il dettato e io ti mettevo quattro.
Cosa c'entra il numero quattro? .
C'entra, si. È cosi che fa la maestra a scuola. A chi fa bene, dieci; a chi fa male, quattro.
Perché?
Perché  così  impara. 
MI fai rIdere. 
Naturale, - dice la bambola. - Rifletti. Ci sai andare in bicicletta?
Certo!
E quando stavi imparando e cascavi, ti davano un quattro, oppure ti mettevano un cerotto?
Enrica tace, perplessa. La bambola incalza: - Pensaci un momento, su. 
Quando imparavi a camminare e facevi un capitombolo, forse la mamma ti scriveva quattro sul sedere?
No.
Ma a camminare hai imparato, a parlare, a cantare, a mangiare da sola, ad allacciarti i bottoni e le scarpe, a lavarti i denti e le orecchie, ad aprire e chiudere le porte, a usare il telefono, il giradischi e la televisione, a salire e scendere le scale, a lanciare la palla contro il muro e riprenderla, a distinguere uno zio da un cugino, un cane da un gatto, un frigorifero da un portacenere, un fucile da un cacciavite, il parmigiano dal gorgonzola, la verità dalle bugie, l'acqua dal fuoco. Senza voti, né belli né brutti. Giusto?
Enrica lascia cadere il punto interrogativo e propone: - Allora ti lavo la testa.
Sei matta? Il giorno di Natale - Ma io mi ci diverto, a lavarti la testa.
Tu ti ci diverti, ma a me mi va il sapone negli occhi.
Insomma, sei la mia bambola e con te posso fare quello che voglio io. Capito? 
Questo «capito» fa parte del vocabolario del signor Fulvio.
Anche la signora Lisa, qualche volta, conclude i suoi discorsi con un bel «capito»? Adesso tocca a lei, a Enrica, far valere la propria autorità padronale.  Ma la bambola, a quanto pare, se ne infischia. Essa si arrampica in cima all'albero di Natale, facendo scoppiare svariate lampadine di diversi colori. Quando è in cima fa pipi, bagnando altre lampadine a forma di Biancaneve e dei Sette Nani.
Enrica, per non litigare, va alla finestra. In cortile i bambini giocano al pallone. Hanno monopattini, tricicli, archi e frecce.
Anche i birilli. - Perché non vai in cortile a giocare con gli altri bambini? - domanda la bambola, mettendosi le dita nel naso per sottolineare la propria indipendenza.
Sono tutti maschi, - dice Enrica, mortificata. - Fanno giochi da maschi. Le bambine debbono giocare con le bambole.
Debbono imparare a fare le brave mammine e le brave padrone di casa, che sanno mettere a posto i piattini e le chiccherine, fare il bucato e lucidare le scarpe della famiglia.
La mia mamma lucida sempre le scarpe del mio papà. Gliele lucida di sopra e di sotto.
Poveretto!
Chi?
 Il tuo papà. Si vede che è senza braccia e senza mani..
Enrica decide che è il momento di dare due schiaffi alla bambola. 
Per raggiungerla, però, deve arrampicarsi sull'albero! di Natale. L'albero, da quel vero 'incapace che è, ne approfitta
per crollare a terra. Vanno in frantumi le lampadine e gli angeli di vetro: un cataclisma.
La bambola è finita sotto una sedia e pensa bene di mettersi a sghignazzare. 
Però è la prima a tirarsi su e corre a vedere se Enrica si è fatta male.
Ti sei fatta male?
Non dovrei neanche risponderti, - dice Enrica. - È tutta colpa tua. Sei una bambola maleducata. Non ti voglio piu.
Finalmente! - dice la bambola. - Spero che adesso giocherai con le automobiline.
Neanche per sogno, - annuncia Enrica. - Prenderò la mia vecchia bambola di pezza e giocherò con quella.
Davvero!? - dice la bambola nuova. Si guarda intorno, vede la bambola di pezza, l'acchiappa e la butta dalla finestra senza nemmeno aprire i vetri.
Giocherò con il mio orsacchiotto di pelo, - insiste Enrica.
La bambola nuova cerca l'orsacchiotto di pelo, lo trova, lo butta nel bidone delle immondizie. 
Enrica scoppia in pianto.
I genitori odono e accorrono, giusto in tempo per vedere la bambola nuova che si è impadronita delle forbici e sta tagliuzzando tutti i vestiti del guardaroba delle bambole.
Ma questo è puro vandalismo! - esclama il signor Fulvio.
Povera me, - aggiunge la signora Lisa. - Credevo di aver comprato una bambola e invece ho comprato una strega!
Entrambi si gettano sulla piccola Enrica, la prendono in braccio a turno, l'accarezzano e la coccolano, la sbaciucchiano.
Puah! - dice la bambola dall'alto dell'armadio su cui si è rifugiata per tagliarsi i capelli, che per i suoi gusti sono troppo
lunghi.

Ma senti, - inorridisce il signor Fulvio. - Dice anche: Puah!
Questa può avergliela insegnata solo tuo fratello.
Il signor Remo compare sulla porta, come se lo avessero mandato a chiamare. Gli basta un'occhiata per capire la situazione. La bambola gli strizza l'occhio.
Cosa succede? -domanda lo zio, fingendo di cadere da una nuvola rosa. .
Quella li, - singhiozza la povera Enrica, - non vuole fare la bambola! Chi sa cosa si crede di essere.
Voglio andare in cortile a giocare ai birilli, - dichiara la bambola, facendo volare ciocche di capelli da tutte le parti.
Voglio una grancassa, voglio un prato, un bosco, una montagna e il monopattino. Voglio fare la scienziata atomica, il
ferroviere e la pediatra. Anche l'idraulico. E se avrò una figlia, la manderò al campeggio. E quando la sentirò dire:
«Mamma, voglio fare la casalinga come te e lucidare le scarpe di mio marito, di sopra e di sotto», la metterò in castigo in piscina e per penitenza la porterò a teatro.
Ma' è proprio matta! ~ osserva il signor Fulvio. - Forse le si è guastato qualche transistor.
Dài, Remo, - prega la signora Lisa, - dalle un'occhiata, tu che te ne intendi.
Il signor Remo non si fa pregare a lungo. E nemmeno la bambola. Essa gli vola addirittura in testa, dove si mette a fare i salti mortali.
Il signor Remo la' tocca qui e là, in punti diversi e in altri ancora. La bambola diventa un microscopio.
Hai sbagliato, - dice la signora Lisa.
Il signor Remo tocca ancora. La bambola diventa una lanterna magica, un telescopio, un paio di pattini a rotelle, un tavolo da ping-pong.
Ma cosa fai? - chiede il signor Fulvio al cognato. - Adesso la rovini del tutto. S'è mai vista una bambola che sembra un
tavolo?
Il signor Remo sospira. Tocca di nuovo. La bambola ridiventa una bambola. Ha di nuovo i capelli lunghi e la lavatrice incorporata.
Mamma, - dice, ma stavolta con voce da bambola. -Voglio fare il bucato.
Oh, finalmente! - esclama la signora Lisa. - Questo si che si chiama parlare. Su, Enrica, gioca con la tua bambola. 
Sei in tempo a fare un bel bucatino prima di pranzo.
Ma Enrica, che tutto questo è stata a vedere e ascoltare, ora sembra incerta sul da farsi. 
Guarda la bambola, guarda lo zio Remo, guarda i genitori. Finalmente caccia un sospirone e dice: - No, voglio andare in cortile a giocare a birilli con gli altri bambini. E forse farò anche il salto mortale.

domenica 25 novembre 2012

25 Novembre: perché questo sia un mondo per donne




Oggi 25 Novembre, come ogni anno da quando nel 1999 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite designò questa data come la Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne, in tutto il mondo sono state organizzate manifestazioni, fiaccolate, dibattiti, mostre fotografiche ed eventi di ogni sorta per sensibilizzare l’opinione pubblica e dire di NO alla violenza sulla donne, che è e rimane una piaga che ancora la società non è riuscita a sanare. La violenza sulle donne non è una questione che riguarda solo le donne, essa svilisce ognuno di noi e non potremo mai parlare di libertà, uguaglianza, democrazia, rispetto dei diritti umani e pace se tutti insieme non prendiamo posizione contro questa violenza.

Ma perché è stato scelto proprio il 25 Novembre?
Sicuramente non è una data scelta a caso. In pochi sanno che questa data fu scelta da un gruppo di femministe nel 1981 a Bocotà (Colombia) in memoria delle sorelle Mirabal.

Le sorelle Mirabal nacquero a Ojo, nella Repubblica Dominicana, da una famiglia benestante ed erano in quattro: Patria, Maria Teresa, Minerva e Belgica Adele. Queste donne ebbero il coraggio di lottare per la libertà politica del loro Paese opponendosi a una delle tirannie più spietate dell’America Latina, quella di Rafael Leónidas Trujillo Molina. A
causa del loro impegno rivoluzionario, mentre si recavano a far visita ai loro mariti in prigione, furono bloccate sulla strada da agenti del Servizio di informazione militare. Condotte in un luogo nascosto, furono torturate, massacrate e strangolate, per poi essere gettate in un precipizio, a bordo della loro auto, per simulare un incidente.
Nonostante la censura la loro storia si è diffusa in tutto il mondo provocando una forte indignazione popolare.

Tante cose da allora sono cambiate, molte sono anche migliorate, ma altre sono rimaste invariate. Sono troppe infatti le donne che ogni anno sono ancora vittime di violenza sia fisica che psicologica.
Il numero di donne uccise dagli uomini ogni anno in questo paese parla chiaro: per quanto si cerchi ancora di identificarli come semplici casi singoli i femminicidi appaiono sempre più chiaramente come un fenomeno culturale. Utilizziamo diverse espressioni come "delitto passionale" "raptus di follia" non rendendoci conto che invece così minimizziamo il problema. Questi violenze hanno un nome: FEMMINICIDIO.
È necessario che tutte/i noi, compresi i giornalisti, cominciamo ad utilizzare il termine corretto avendo sempre presente la grande responsabilità delle parole. 

“Femminicidio: violenza estrema da parte di un uomo verso una donna, perché é donna” (Diana Russel, sociologa, 1976)

“Ogni riferimento a fatti e persone realmente esistenti non è affatto casuale. Ormai si parla di femminicidio, ovvero un omicidio di massa del genere femminile…  E’ un fenomeno spaventoso che riguarda milioni di donne in tutto il mondo, un fenomeno spesso taciuto, o peggio scambiato per generico fatto di cronaca, ma stiamo parlando solo della punta dell’iceberg di una più̀ diffusa cultura di violenza contro le donne. Queste morti ‘annunciate’, invece, vengono spesso etichettate come i soliti delitti passionali, fattacci di cronaca nera, liti di famiglia.” (Serena Dandini)

Tutto questo costituisce sicuramente il paradigma di una mentalità piuttosto diffusa, che va contro le donne, che le vede inferiori, complementari al massimo, ma non uguali all'uomo. Una cultura che educa l'uomo a dominare, a sentirsi libero di fare delle avances, fare commenti in modo volgare, guardare in modo ossessivo, toccare e nei casi più gravi, stuprare.
Una cultura che abitua la donna a sentirsi davvero donna se prosperosa, corteggiata, eternamente giovane; una società che ci fa essere convinte che l’infinità di donne nude in tv, pubblicità e giornali rappresenti una sessualità femminile liberata finalmente raggiunta, senza renderci conto che mercificare e rappresentare la donna come puro oggetto del piacere maschile, non significa liberare..
Viviamo in una società in cui una donna maltrattata non ha il coraggio di denunciare perché teme che si ritroverà sola e abbandonata.

E' proprio per questo, che in questa giornata così importante voglio ricordare l'iniziativa intrapresa proprio oggi a Roma. E' stata inaugurata in occasione di questa giornata dal Sindaco di Roma Capitale Gianni Alemanno, dalla Delegata alle Pari Opportunità Lavinia Mennuni e dal Presidente del Centro Italiano di Solidarietà (CEIS) di Don Mario Picchi, Roberto Mineo la Casa per la Semi Autonomia “Il giardino dei Ciliegi”. 
La nuova struttura nasce dall'esigenza di creare accoglienza ed ospitalità per donne sole o con figli minori, in dimissione dai Centri Antiviolenza, al fine di consentire il compimento di un percorso orientato al pieno raggiungimento di una loro autonomia. Il servizio, offerto dal Ceis di Don Mario Picchi, è volto a tutelare le donne vittime di violenza fisica e/o psicologica, sole e/o con eventuali minori a carico. Queste ultime, dimesse dai Centri Antiviolenza, dopo aver compiuto la prima fase orientata al recupero psicofisico e alla ricostruzione del “Sé”, necessitano infatti di un ulteriore periodo di reinserimento nella società attuale, mirato alla ricerca di un lavoro e di un’abitazione che permetta loro di acquisire l’autonomia necessaria per riprendere a vivere una “vita normale” per sé e per i propri bambini.
L'obiettivo sarà quello di aiutare le donne a "raggiungere un' autonomia personale intesa come capacità di accettazione ma anche di ricostruzione della propria identità al fine di riformulare un proprio nuovo progetto di vita. La donna verrà accolta e ascoltata dal personale specializzato affinché possa essere sostenuta per affrontare con maggiore forza, la grave situazione in cui si trova a vivere.

Ritengo sia un'iniziativa veramente importante che dovrebbe servire da esempio per tutte le altre città non solo dell'Italia ma del mondo, in quanto è in aumento il numero delle donne che in caso di bisogno chiedono aiuto, sostegno e ospitalità .
E' importante far sapere loro che non sono sole e possono essere aiutate! Questa giornata non deve essere una fiera delle ipocrisie, la violenza contro le donne va combattuta ogni singolo giorno affinché questo mondo possa davvero diventare un mondo anche per donne.


domenica 21 ottobre 2012

Siamo a 101: Fermiamo la strage delle donne!!



Basta con le donne uccise, "basta femminicìdi": la scritta campeggia sullo striscione di un gruppo di donne scese in piazza a Palermo contro la violenza sulle donne. Con la diciassettenne Carmela, assassinata con due coltellate alla gola dall'ex fidanzato della sorella Lucia, 18 anni, a sua volta ferita con venti coltellate, le donne ammazzate in Italia sono salite a quota 101.

La strage delle donne continua, senza mai arrestarsi ma non ce ne accorgiamo!
L'assassinio di Carmela Petrucci, che è morta per difendere la sorella, viene etichettata come "Omicidio passionale", ma siamo certi che sia questa la definizione corretta? 
Quando pensiamo alla passione non pensiamo a qualcosa di negativo al contrario pensiamo a quel sentimento che ci fa sentire vivi e che tutti noi vorremmo provare almeno una volta nella vita.
E' quel sentimento che fa venire voglia di raggiungere un obiettivo, quel sentimento che coinvolge anima e corpo! Non è niente di terribile, non dovrebbe essere qualcosa che nuoce a terzi!

Basta chiamarlo amore. Basta chiamarlo passione. E' un omicidio che non può ammettere ulteriori definizioni!!

E' stato un assassinio compiuto da un ragazzo di 23 anni che non sapeva neanche lontanamente cosa significa amare. Perché amare non è possedere! Solita dinamica: il fidanzamento con Lucia, la decisione della ragazza di lasciarlo, lui che non si rassegna alla fine della storia. Fino al sangue.

E' una storia, purtroppo, sentita e risentita. Basta avere la pazienza di leggere i giornali per renderci conto che  questi numerosissimi omicidi avvengono perché non si sa amare perché, vale la pena ripeterlo, amare non significa possedere! Non si può uccidere qualcuno solo perché non ci ama più o non ci ama abbastanza.
Ma la colpa non è solo di questo ragazzo, la colpa è anche della società, della scuola, della televisione, della famiglia che non sanno dare una buona educazione sentimentale ed emotiva e soprattutto un'educazione volta al rispetto dell'altro . Nella nostra società l'uomo rimane l'essere dominante e la donna invece l'essere accogliente e consenziente. L'omicidio di Carmela e il tentato omicidio di Lucia è un ennesimo femminicidio, perché sempre più spesso le donne diventano vittime sacrificali di un ex compagno che non riesce a capire che la donna non è di sua proprietà.

E' fin troppo frequente ormai vedere relazioni come cerchi chiusi, dove manca il dialogo col proprio partner e anche col resto del mondo, si smette di vedere gli amici e le amiche e viene meno l'evoluzione dei singoli individui. Questo non è un amore sano!
Fa tanta rabbia sapere anche che Lucia aveva denunciato le pressioni del suo ex e di come cominciasse ad aveva paura ma nessuno le ha dato ascolto, comprese le forza dell'ordine che quasi sempre sottovalutano questo tipo di denuncia, finché poi non si arriva alla tragedia. Lo stalking è un reato, dobbiamo cominciare a punirlo come tale.

Basta chiamarlo "amore", basta chiamarlo "delitto passionale" perché le donne "fanno perdere la testa agli uomini e si sa" (come ho letto in un commento di un uomo). Basta cercare attenuanti, la violenza contro le donne è un problema culturale che va prevenuto attraverso una nuova educazione al rispetto assoluto dell'altra/o, all'amore sano e non possessivo!

martedì 2 ottobre 2012

Violenza donne: Basta! L'Italia firma la Convenzione di Istanbul

L’Italia ha compiuto un grande passo in avanti verso l’affermazione dello Stato come Paese civile in tutti i sensi. La ministra Elsa Fornero ha firmato a Strasburgo il 27 Settembre 2012,  la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, conosciuta come Convenzione di Istanbul.



“Si tratta dell'ulteriore segnale di una piena consapevolezza che è di conforto al Governo e gli dà la forza per continuare in questa azione di diffusione di una cultura che rifiuti la violenza e la sanzioni, ma soprattutto che faccia crescere in ciascuno di noi qualcosa di positivo proprio nell'accettazione del prossimo”, afferma la Fornero.

Si tratta di una grande conquista in quanto la Convenzione contiene misure per la prevenzione della violenza, l’eliminazione della discriminazione al fine di una concreta parità tra i sessi, la protezione delle vittime e i procedimenti penali per i colpevoli; definisce e criminalizza le diverse forme di violenza contro le donne tra cui il matrimonio forzato, le mutilazioni dei genitali femminili, lo stalking, le violenze fisiche e psicologiche e la violenza sessuale.

 Anche i mass media dovranno fare la loro parte prevenendo la violenza contro le donne e cercando di rafforzare il rispetto della loro dignità.

Cosa possiamo aggiungere? In un momento in cui non abbiamo molti motivi per essere fieri della nostra Italia dobbiamo festeggiare per una vittoria del genere, nella speranza che ovviamente non siano solo parole!

sabato 22 settembre 2012

Per riflettere...

Da qualche giorno ho finito di leggere "Il corpo delle donne" di Lorella Zanardo, e più andavo avanti nella mia lettura più mi convincevo che questo libro dovrebbe essere letto da tutti gli uomini e le donne di qualsiasi età. Non mi interessa aggiungere altro, voglio semplicemente lasciarvi con le parole della Zanardo riportandovi alcune parti del libro, e sperare che questo susciti la vostra curiosità e magari vi spinga alla lettura integrale di questo libro eccezionale che fa comprendere come in TV troviamo la donna che appare, ma manca la donna che è. Senza contare che ci vengono imposti stereotipi femminili quando nella realtà i tipi di donna sono molteplici e svariati. Non esiste, oserei dire per fortuna, solo il modello di donna proposto dai mass-media.
Buona lettura:

Ho lavorato e sono sfinita, non immaginavo così tanta fatica, così tanta noia. Adesso so che le immagini non sono solo immagini, sono comunicazione, memoria, sapere, educazione...
Di certo non immaginavo che le immagini televisive fossero uno specchio così preciso per alcuni comportamenti. Ho cercato di guardare dentro quello specchio per vedere chi siamo e magari riuscire a modificarci se non ci piacciamo. Ho capito anche che talvolta gli specchi servono a nascondere oltre che a rivelare.

Volti ricondotti a maschere dalla chirurgia estetica. Corpi gonfiati a dismisura come fenomeni da baraccone di un circo perenne che ci rimandano a un'idea di donna contraffatta, irreale. Allora sono sicura che la TV la puoi guardare, la puoi sopportare, ma solo pensando che è un grande circo.

I volti e i corpi delle donne reali sono stati occultati; al loro posto, la proposizione ossessiva, volgare e manipolata di bocche, cosce, seni: una rimozione e sostituzione con maschere e altri materiali.
Dove sono finite le "qualità" del femminile nelle immagini che dominano?
Non riusciamo a scorgere in TV una natura peculiare dell'essere femminile, un'identità nuova, originale, genuina a parte pochissimi casi su reti minori o in orari di bassa audience.

Essere autentici probabilmente costituisce uno dei diritti fondamentali dell'uomo. Ma essere autentici richiede di saper riconoscere i nostri desideri e i nostri bisogni più profondi.
Dal mio punto di vista, credo che il vero problema delle donne sia non essere più in grado di riconoscere i propri bisogni, e di conseguenza come è possibile essere autentiche?

Sono sicura che senza questa pressione continua sul "dovere essere belle" secondo dei canoni che noi non abbiamo scelto, ci accetteremmo di più per quel che siamo.

Diceva la Magnani al truccatore che prima del ciak stava per coprire le rughe del volto: "Lasciamele tutte, non me ne togliere nemmeno una, ci ho messo una vita a farmele".

Ricordo una trasmissione dove Teo Mammuccari fingeva di ipnotizzare una soubrette a cui veniva ordinato di togliersi pantaloni e reggiseno. La donna restava in piedi, in mutande e reggiseno, occhi chiusi, i pantaloni alle ginocchia. La telecamera la inquadrava, piacente e adulta, con i pantaloni calati: l'immagine era oscena e mi pareva che con questa violenza visiva si andasse ben oltre la proposta di modelli in cui gli spettatori a casa potessero immedesimarsi. C'era un compiacimento nel mostrare oltre il lecito e oltre il buongusto, c'era il piacere dello scherno, dell'umiliazione: come se si desse per scontato che a casa godessero nel vedere i loro eroi avviliti.

Pensavo agli italiani di fronte la televisione. Mi chiedevo come si sentissero, sottoposti costantemente com'erano a stimoli erotici: coniugi che si accoppiavano davanti allo schermo stimolati da enormi seni perennemente in primo piano, adolescenti eccitati davanti a provocanti soubrette in trasmissioni pomeridiane...Ma è veramente così?

Le due veline provocanti, ammiccanti, stanno in ginocchio sulla scrivania dei conduttori, occupando i lati dello schermo. Sorridono al pubblico, vezzose e infantili.
Non parlano quasi mai. Ogni tanto si alzano per lo stacchetto, un balletto durante il quale la telecamera sbircia insistentemente sotto le minigonne. Sono "ragazze decorazioni" volti e corpi piacevoli ma non eccessivi nelle forme, sguardi ingenui [...] A queste ragazze non è quasi mai richiesto di parlare e, se lo fanno,  è solo per avvalorare l'affermazione di un uomo.

Iacchetti e Greggio [...] incuranti degli anni che passano, alternano barzellette e battute a doppio senso sulle loro partner in trasmissione, che per età potrebbero essere le loro nipoti.
[..] Emerge che Striscia, con quei due sessantenni adolescenti e quelle due lolite, è davvero uno spaccato dell'Italia d'oggi: perdita di ruoli, mancanza di figure di riferimento. Dove sono gli adulti a cui i ragazzi e le ragazze possono ispirarsi in modo simbolico?

Eravamo partiti con l'idea di dire basta alle donne trattate come oggetti o come eterne bambine; non eravamo pronti allo scherno, alla derisone, alla sopraffazione.

Il danno più grave che emergeva era l'evidente colonizzazione del nostro immaginario. Accade infatti sempre più spesso che tra donne si presti molta più attenzione di prima a seni, bocche e corpi: guardiamo il seno di un'amica, valutiamo la linea della collega, scrutiamo le rughe e gli altri segni di invecchiamento delle altre donne. Dipende, è evidente. dall'aver introiettato il modello maschile: ci guardiamo come riteniamo ci guarderebbe un uomo. Ma come sarebbe il nostro sguardo depurato dalle pressioni dei media?

Quante donne si sottopongono a un intervento di mastoplastica additiva, mi chiedevo, per un personalissimo e rispettabile desiderio di avere un seno più voluminoso e quante invece sotto la spinta dell'insicurezza che deriva dal non sentirsi adeguate, dal non corrispondere a un modello di bellezza imperante?

Perché non è possibile, semplicemente, avere delle trasmissioni, come in qualsiasi altro stato dell'Unione europea, dove l'intrattenimento non significa l'umiliazione delle donne?

Se il "mercato" televisivo dunque propone, tra le altre cose, un'immagine umiliante per le donne, vuol dire che è questo che il pubblico "consumatore" vuole, perfino quello femminile? E' accettabile, per la comunità dei cittadini?

La donna adulta fa riferimento alla dimensione del seno della ragazza prima dell'operazione, definendolo "meno di una coppa di champagne", dimensione non sufficiente ma che comunque "ti ha consentito di aver un fidanzato".  Sembra chiaramente che qui si sta passando il messaggio che un fisico non rispondente ai diktat del mercato può compromettere la possibilità di stabilire una relazione d'amore.

I volti delle donne adulte sono stati banditi dalla televisione. I volti delle donne mature sono scomparsi. Dove sono finiti? Perché in televisione non si vedono quasi più?

Il termine faccia viene dal verbo fare e dunque ci portiamo in giro ciò che abbiamo fatto nella vita: la nostra faccia, appunto.

"Ho delle rughe molto evidenti", ha dichiarato recentemente l'attrice Kate Winslet in un'intervista ad "Harper's Bazaar". "E quando guardo le locandine dei miei film, dico sempre: "Mi avete ritoccato la fronte. Potete farla tornare com'era?". Preferirei che la gente dicesse "Sembra più vecchia anziché sembra paralizzata".

Attraverso la televisione, sento la violenza insita nel proporre un modello così artificiale di femminile adulto. Penso all'enorme insicurezza di noi donne, costrette ad annullarci pur di essere accettate. Ancora una volta, interpretiamo a modo nostro il presunto desiderio maschile.

...le donne offese in TV possono anche essere considerate indecenti e disdicevoli, ma non vengono viste com oggetto di una violenza diretta verso il genere femminile, e quindi come ostacolo alla dignità e all'affermazione individuale di ogni donna. Insomma, che si tratti di una violazione di un diritto costituzionale non è ancora coscienza acquisita. La rappresentazione delle donne in TV ridicolizzate, spogliate, manipolate, a volte umiliate, sul piano istituzionale viene considerata ancora come cattivo gusto e non come limitazione della libertà individuale di milioni di donne.

Non si tratta solo dell'uso e della strumentalizzazione del corpo femminile per vendere qualunque oggetto, ma anche e soprattutto della continua svalutazione della donna intesa come persona, eternamente relegata in ruoli sciocchi e superficiali.

Il modello che detta legge in questo momento è la magrezza estrema corredata però da seni abbondanti, per forza di cosa spesso installati da invasive operazioni chirurgiche.
Tutto questo nudo e i continui richiami sessuali non operano la liberazione dell'erotismo femminile, che l'uomo teme in quanto segno evidente di affermazione della persona, ma, abbinati al continuo reinserimento della figura femminile nei ruoli di madre, sposa e prostituta, servono a congelarne le possibilità di evoluzione nella società, a limitarne la libertà e i diritti.

Si tratta di creare spettatori consapevoli, liberi non in base a quanto viene loro proposto ma in base a ciò che essi sanno riconoscere e valutare; se so cosa sto guardando, se ne decifro il linguaggio. allora posso veramente scegliere cosa guardare, e quindi solo allora veramente libero.

"Di che cosa abbiamo paura?", direi che abbiamo paura di non piacere. Abbiamo paura di non essere accettate così come siamo. E forse, in ultima analisi di rimanere sole.
Non importa. vorrei dire alle ragazze che incontro in giro per l'Italia, non importa se non piacciamo a tutti. Accettiamo di non piacere, almeno per un po'.
Per il tempo necessario per far si che anche in Italia, paese in "resistenza", si cominci a considerare una donna che rivendica i propri diritti, diritti sanciti dalla Costituzione, semplicemente una persona che rivendica i propri diritti.

Sorprendentemente, sul blog scrivevano anche molti uomini:
"Sono un ragazzo di ventitré anni e con infinita ostinazione mi scontro ogni giorno con la mia ragazza per spronarla a cercare se stessa fuori dagli stereotipi formali che il mondo degli uomini le ha cucito addosso."
"Ma nessuno pensa a noi uomini? Davvero credono che siamo una massa di bavosi arrapati che stanno davanti alla TV aspettando che Belen si spogli? Io mi sento offeso nella mia dignità tanto quanto voi.
Considerano voi prosciutti e noi decerebrati. Siamo stufi quanto vuoi e il nostro ideale di donna è lontano anni luce da quello che vediamo in TV. Siete voi che vi lasciate manipolare, così andate dal chirurgo. fate i fanghi per la prova costume, vi vestite per le altre e non certo per noi."

Oggi le manifestazioni sono sempre più rare, probabilmente perché è venuta a mancare la consapevolezza che le nostre azioni possano modificare e migliorare il mondo che ci circonda: Perché manifestare se poi niente cambia?

Ci scagliamo tanto contro le tante ragazze oggetto usate nelle trasmissioni televisive. ma è a chi governa la televisione che dovremmo chiedere dei limiti da far rispettare agli autori.

Perché non reagiamo?
Perché non ci presentiamo nella nostra verità?
Perché accettiamo questa umiliazione continua?
Perché non ci occupiamo dei nostri diritti?
Di che cosa abbiamo paura?





martedì 18 settembre 2012

Parigi, l'asilo che cancella le differenze tra i sessi

"Bambine che giocano" della pittrice impressionista Berthe Morisot"
Parigi, 7 settembre - Maschietti che giocano con le bambole e femminucce che si divertono con lego e macchinine: e' l'esperimento di un asilo francese di Saint-Ouen, alle porte di Parigi, per lottare sin dall'infanzia contro gli stereotipi sessisti. Proprio oggi le ministre delle Pari opportunita', Najat Vallaud-Belkacem, e della Famiglia, Dominique Bertinotti, hanno fatto visita a questa scuola pilota - prima ed unica in Francia - che seguendo l'esempio della Svezia (tra i primi Paesi a mettere in atto programmi a scuola per combattere il sessismo e le diseguaglianze legate al genere), conduce da oltre tre anni un lavoro ''per favorire l'uguaglianza tra i sessi'', gia' dalla tenera eta'.

Niente rosa o blu sulle etichette degli armadietti, ne' poster di principesse e pirati alle pareti, e nemmeno case delle bambole e mini-cucine per future casalinghe: ''La lotta contro gli stereotipi sessuali non e' qualcosa che si vede - spiega la direttrice della scuola materna Bourdarias, Haude Constantin -. Non si vede ma e' un processo lungo e delicato che necessita di riflessioni e piccole trasformazioni. Ma funziona!''. Anche i genitori sono invitati a contribuire alla formazione: vengono educati al significato di 'genere', si spiega loro quali sono le rappresentazioni culturali legate al sesso e il rapporto sociale tra maschi e femmine. .

''All'inizio eravamo sorpresi - spiega un papa', Arnaud, 43 anni -. Non capivamo bene che cosa c'entrasse il sessismo con dei bimbi di meno di tre anni. Poi ci siamo resi conto che noi stessi perpetravamo dei cliche'. Nostro figlio era un ometto, forte e coraggioso. Mai gli avremmo detto: 'Sei carino'''. Anche gli educatori hanno dovuto imparare a non cedere alle diseguaglianze di base: niente complimenti sui vestitini alle femmine e guai a esortare i maschi a non piangere perche' ''i duri non versano lacrime''. Dalla Svezia e' arrivata una studiosa di pedagogia che ha formato il personale che sta conducendo l'esperimento. Tra le regole: fare gli stessi complimenti a tutti e, se non lo fanno spontaneamente, esortare i piccoli a giocare con tutti i giochi. ''Non si tratta di forzarli ma di offrire loro la possibilita' di scegliere - spiega uno degli educatori -. E' sorprendente scoprire che le bambine impazziscono per gli atelier di bricolage mentre i bambini adorano gli atelier sulle emozioni, un gioco per imparare a esprimere gioia, tristezza, rabbia o paura. Perche' se non si sanno verbalizzare le proprie emozioni si usa la forza o si alza la voce''. Lo scopo dell'esperienza? Formare adulti meno violenti e senza stereotipi.


Cosa ne pensate? Secondo me tutte le scuole dovrebbero cominciare a comportarsi esattamente come questo asilo francese. D'altronde non ho dubbi che sia un esperimento che avrà esiti positivi poiché i bambini sono curiosi e amano esplorare tutto, e allora perché ostinarci nel limitare questa loro immensa creatività, queste loro potenzialità. E poi tentare non nuoce.

giovedì 13 settembre 2012

Clara Schumann: una delle prime grandi concertiste europee

Google, oggi, celebra e porta alla ribalta dei più un personaggio molto interessante.
Anche su questo blog non può mancare un piccolo omaggio per Clara Schumann, compositrice e pianista tedesca, ma prima ancora una gran donna.



La musica era nel destino di Clara Josephine Wieck Schumann, sin dalla nascita. Suo padre, infatti, cantore e insegnante di piano, aveva fondato una fabbrica di pianoforti; la madre era cantante e pianista e il nonno un celebre compositore. La famiglia, ben presto, si accorge delle doti di Clara, che viene destinata a corsi privati, con l'intento di renderla una virtuosa del piano.
Alla scuola del padre, la donna conosce Robert Schumann e se ne innamora. Il matrimonio, osteggiato dalla famiglia, avviene al compimento dei suoi 21 anni e nel contempo la carriera della Schumann comincia a prendere il largo, con i primi concerti anche in giro per l'Europa.
All’inizio della sua carriera artistica, Clara Schumann divenne conosciuta principalmente per le esecuzioni di pezzi già popolari e di successo, selezionati dal padre. Successivamente maturò un particolare gusto per i nuovi compositori dell’epoca romantica come Chopin, Mendelssohn e naturalmente Robert Schumann. Iniziò a mettere insieme da sola i programmi, inserendo anche composizioni di Haydn, Mozart, Brahms e Beethoven.
Ben presto, però, Robert comincia a dare segni di squilibrio mentale e Clara è così costretta ad accudirlo, sino al necessario internamento. Ci sono otto figli da crescere e per farlo la musicista decide di moltiplicare gli sforzi lavorativi. Nel 1854 realizza 22 concerti europei in appena due mesi e non si risparmia neanche nei mesi a seguire. Ben presto, però, il suo corpo comincia ad accusare grossi problemi, soprattutto a un braccio sinistro, che non sembra rispondere alle cure.
Spesso non riusciva a dormire, annullò diversi concerti, le cure a base di oppio e l'immobilità non le giovarono, perché dopo poco tempo i dolori ritornavano.
Ma Clara non volle fermarsi e anzi decise di impegnarsi in performance sempre più difficili: nel 1861 suonò l'impervio concerto N°1 in re minore di Brahms, che le richiese uno sforzo fisico immenso. 
«La Wieck-Schumann soffriva di quella che oggi chiamiamo "sindrome da sovraccarico — spiega Rosa Maria Converti, responsabile dell'ambulatorio "Sol Diesis" dedicato ai musicisti, dell'Istituto Don Gnocchi di Milano —. È una delle patologie più frequenti dei pianisti e dipende dal fatto che il musicista suona pezzi che sono al di sopra delle sue possibilità, senza un'adeguata preparazione fisica, oppure suona troppo: c'è chi va avanti anche 15 ore, magari senza pause, senza stretching». Clara, grazie alla forza di volontà, alla ferrea disciplina e alle buone regole di postura apprese fin da piccola non cedette, anche se le capitava di non riuscire a muovere altro che le dita. Poi, fra il 1873 e il 1875, il crollo: annullò tutti i concerti in Inghilterra e negli Stati Uniti per trovare finalmente una soluzione al suo dolore cronico e rischiò di cadere in depressione mentre tentava i curarsi in ogni modo, facendosi visitare da innumerevoli medici.

L’ultimo concerto pubblico di Clara Schumann si tenne nel marzo del 1891. Cinque anni dopo, morì a causa di un infarto quando aveva 76 anni. È sepolta nel cimitero di Bonn insieme con il marito Robert.

Negli ultimi anni di vita Clara Schumann fu costretta su una sedia a rotelle e divenne quasi completamente sorda. La sua storia interessò diversi storici della musica e affascinò scrittori. Nel 1947 l’attrice Katharine Hepburn interpretò il suo ruolo nel film Canto d’amore, ispirato alla storia sentimentale tra Clara e Robert, che contribuì a farla conoscere a un pubblico più ampio e popolare.

Così la ricordiamo:


venerdì 31 agosto 2012

Anche noi la ricordiamo!


Chi era Maria Montessori?
Difficile descriverla in una sola parola: è stata la prima donna a laurearsi in medicina, coerentemente con le sue idee sull'emancipazione femminile, è stata una pedagogista e una scienziata italiana, fondatrice della "Casa dei bambini" a Roma.
Maria Montessori è stata la prima donna a comprendere che il futuro dell'umanità è in mano ai bambini e alle bambine, e che l'educazione deve assumere un ruolo fondamentale nella vita di ogni individuo.
La sua indagine comincia dall'osservazione delle famiglie e da un' importantissima intuizione: spesso gli adulti considerano i figli solo un impaccio, "perché i loro obblighi urgenti li opprimono", così che questi restano confinati nelle loro stanze, affidati ad estranei salariati. Devono stare buoni, in silenzio, perché nulla gli appartiene. Maria Montessori, al contrario, sostiene che è necessaria una nuova educazione che parta dalle famiglie e che abbia come obiettivo la formazione di futuri uomini e donne che abbiano cura della futura società di cui faranno parte.

Maria Montessori è conosciuta in tutto il mondo per il metodo di insegnamento che ideò per i bambini. Il metodo Montessori si basa principalmente su un assunto: l’allievo deve essere libero di sperimentare per conto proprio, perché solamente attraverso la libertà si possono favorire la creatività e altre doti presenti nella natura dei bambini. Attraverso questo processo, il metodo deve far emergere e far comprendere l’importanza della disciplina, dando agli allievi le risorse per imparare a regolarsi da soli e a seguire quando necessario le regole. Montessori puntò principalmente sulla pedagogia scientifica, sostenendo che fosse necessario un nuovo approccio scientifico nel campo dell’educazione. E il metodo, usato ancora oggi in centinaia di scuole in giro per il mondo, ne è la dimostrazione: oggetto dell’osservazione scientifica non deve essere semplicemente il bambino in sé, ma tutte quelle dinamiche che lo portano a compiere scoperte e che si basano sulla sua spontaneità. Per poter scoprire le cose, e imparare, il bambino deve inoltre avere un mondo a portata di mano. Montessori introdusse il concetto di una scuola a misura di bambino, e non di adulto come accadeva nei primi del Novecento. Un ambiente più amichevole e meno ostile divenne l’elemento necessario per mettere a proprio agio i bambini e consentire loro di interagire con più naturalità, primo passo verso l’apprendimento.
Per oltre 40 anni Maria Montessori sarà presente non solo nella diffusione del metodo, ma anche nella ricerca scientifica in vista della liberazione dell'infanzia ("la vera questione sociale del nostro tempo") e della difesa del bambino, l'essere fino ad oggi dimenticato e sostituito dall'adulto.

Il bambino è padre dell'uomo, in lui (e aggiungiamo in lei) è conservata la possibilità del perfezionamento dell'umanità e Maria Montessori lo sapeva ed è per questo che oggi, in occasione dei 142 anni della sua nascita, la ricordiamo!


Inoltre, in questo blog, non può mancare una notizia veramente interessante sulla Montessori di cui sono venuta a conoscenza grazie ad un'amica che ancora ringrazio.
Infatti questa donna straordinaria è l'autrice di un volantino nel quale invitava le donne ad iscriversi nelle liste elettorali, dato che in nessun testo normativo era posto il divieto di farlo. Infatti,all'epoca vigeva lo statuto Albertino, il quale nulla recitava al riguardo, poiché era del tutto ovvio e scontato che la donna non avesse alcun diritto al voto. Maria Montessori, "approfittando" del silenzio della legge (ma consapevole che le donne non potevano votare nè candidarsi) pubblicò il volantino. A seguito di ciò iniziò una trafila di ricorsi e delle varie corti d'appello chiamate a pronunciarsi sulla presenza di donne all'interno delle liste, soltanto la corte d'appello di Ancona decise a favore di tali liste. Il presidente della corte, Lodovico Mortara, ebbe a dire che pur non essendo favorevole all'estensione del diritto al voto alle donne, non si poteva negare loro di iscriversi nelle liste.

"Il bambino è padre dell’umanità e della civilizzazione, è il nostro maestro, anche nei riguardi della sua educazione".

martedì 28 agosto 2012

Eve Ensler: Mister Todd, le spiego lo stupro cos'è

Credo valga la pena riportare la lettera aperta di Eve Ensler, attivista e autrice della ben nota opera teatrale "I monologhi della vagina", al parlamentare repubblicano Todd Akin, convinto anti-abortista che nei giorni scorsi ha motivato il no all'aborto con frasi inaccettabili: «Rara una gravidanza da stupro. Se si tratta di stupro legittimo, il corpo femminile può chiudere tutto».
[fonte]

Todd Akin

 Onorevole Todd Akin,

le scrivo riguardo allo stupro. Sono le due di notte e non riesco a dormire qui nella Repubblica Democratica del Congo. Mi trovo a Bukavu nella City of Joy per servire e sostenere e lavorare con centinaia, migliaia di donne che sono state stuprate e violate e torturate in questa incessante guerra per i minerali combattuta sui loro corpi.
Mi trovo in Congo ma le potrei scrivere da una qualsiasi località degli Stati Uniti, Sud Africa, Regno Unito, Egitto, India, Filippine o da uno dei tanti campus dei college statunitensi. Le potrei scrivere da una qualsiasi città o villaggio dove mezzo miliardo di donne del pianeta viene stuprato nel corso della sua vita.
Mr. Akin, le sue parole mi hanno tenuta sveglia. 

In quanto sopravvissuta allo stupro, mi sto riprendendo dalla sua recente affermazione di essersi espresso male quando ha detto che le donne non restano incinte dopo uno stupro legittimo e che stava parlando "a braccio". Intendiamoci. Lei non ha fatto una semplice osservazione superficiale buttata lì. Lei ha fatto una dichiarazione molto specifica dettata da ignoranza che indica chiaramente che non ha alcuna consapevolezza di che cosa significa essere stuprati. E non una dichiarazione casuale, ma una fatta con l'intenzione di regolamentare per legge l'esperienza di donne che sono state stuprate. Forse ancora più terribile: era una finestra nella psiche del Gop (Grand Old Party, ovvero il Partito Repubblicano, n.d.t.).

Lei ha usato l'espressione stupro "legittimo" come se esistesse anche lo stupro "illegittimo".
Cercherò di spiegarle l'effetto che ha sulle menti, cuori e anime dei milioni di donne che vengono stuprate su questo pianeta. È una forma di stupro reiterato. Il presupposto alla base della sua affermazione è che non ci si deve fidare delle donne e delle loro esperienze. Che la loro comprensione di cosa è lo stupro deve essere stabilita da un'autorità superiore, più qualificata. Così facendo vengono delegittimati, minati e sminuiti l'orrore, l'invasività, la profanazione che hanno sperimentato. Questo le fa sentire sole e impotenti tanto quando si sentivano al momento dello stupro.
Quando lei, Paul Ryan e 225 dei vostri cofinanziatori giocate con le parole sullo stupro insinuando che solo lo stupro "forzato" debba essere trattato seriamente come se tutti gli stupri non fossero forzati, fate riaffiorare una marea di ricordi sul modo in cui gli stupratori si sono divertiti con noi mentre venivamo violentate - intimidendoci, minacciandoci, riducendoci al silenzio. Il vostro giocare con parole come "forzato" e "legittimo" è giocare con le nostre anime che sono state spezzate da peni non voluti che ci entravano dentro, strappando la nostra carne, le nostre vagine, la nostra coscienza, la nostra fiducia in noi stesse, il nostro orgoglio, il nostro futuro.

Ora lei dice di essersi espresso male quando ha detto che uno stupro legittimo non può causare una gravidanza.
Credeva forse che lo sperma di uno stupratore sia diverso dallo sperma di un amante, che si verifichi un qualche misterioso processo religioso e che lo sperma dello stupratore si autodistrugga per via del suo contenuto malefico? O stava forse insinuando che le donne e i loro corpi sono in qualche modo responsabili di rifiutare lo sperma di uno stupro legittimo, mettendo ancora una volta l'onere su di noi?
Ciò che ha detto sembrerebbe implicare che restare incinta dopo uno stupro indica che non era uno stupro "legittimo".

Ecco cosa le chiedo di fare.
Voglio che chiuda gli occhi e immagini di essere nel suo letto o contro un muro o rinchiuso in un piccolo spazio soffocante. Immagini di essere legato lì e immagini che un estraneo amico o parente aggressivo, indifferente, invasato le strappi i vestiti di dosso e penetri il suo corpo - la parte più personale, sacra, privata del suo corpo - e che si faccia strada dentro di lei con tale violenza e odio da lacerarla. Poi immagini lo sperma di questo estraneo schizzare dentro di lei e riempirla senza potersene liberare. Sta piantando qualcosa dentro di lei. Immagini di non avere alcuna idea di che cosa consista quella vita, spiritualmente concepita nell'odio, senza conoscere lo stato mentale o fisico dello stupratore.
Poi immagini che arrivi una persona, una persona che non ha mai sperimentato lo stupro, e che quella persona le dica che non ha altra scelta se non tenere il prodotto di quello stupro che le cresce dentro contro la sua volontà e che quando sarà nato avrà il volto del suo stupratore, il volto della persona che ha sostanzialmente distrutto il suo essere e lei dovrà guardare quel volto ogni giorno della sua vita e verrà giudicato severamente se non riuscirà ad amare quel volto.

Non so se riesce a immaginare niente di tutto questo (una posizione di comando richiederebbe questo tipo di empatia), ma se è disposto a scendere nel cuore di queste tenebre, capirà presto che non c'è nessuno che possa fare la scelta di avere o non avere quel bambino se non la persona che lo porta dentro.
Ho passato molto tempo con le madri che hanno dato alla luce bambini che sono il prodotto di uno stupro. Ho visto come si torturano lottando contro il loro odio e la loro rabbia, cercando di non proiettarli sui propri figli.
Chiedo a lei e al Gop di uscire dal mio corpo, uscire dalla mia vagina, dal mio utero, di uscire da tutti i nostri corpi. Queste non sono decisioni che sta a voi prendere. Queste non sono parole che sta a voi definire.
Perché non usate il vostro tempo per porre fine allo stupro invece di ridefinirlo? Usate le vostre energie per perseguire i criminali che distruggono le donne con tanta facilità invece di fare distinguo linguistici usando un linguaggio manipolativo che minimizza la loro distruzione.
E a proposito, ha appena dato a milioni di donne un'ottima ragione per fare in modo che non venga eletto mai più, e un'ottima folle ragione per insorgere.

Eve Ensler

lunedì 6 agosto 2012

Donna di strada

Donne di strada, "Femme de la rue" è il titolo del documentario che Sophie Peeters ha realizzato come tesi di laurea e che testimonia il comportamento tenuto quotidianamente dai “maschi” nei suoi confronti, usando una videocamera nascosta per filmare gli insulti quotidiani. Il documentario è stato proiettato in un cinema della capitale nordeuropea e in seguito è stato ripreso dai principali media belgi. L'opera ha avuto un successo incredibile: l'amministrazione locale ha annunciato che nelle prossime settimane sarà approvata una legge che sanzionerà salatamente chiunque molesti verbalmente le donne in strada.

Sofia Peeters è una studentessa all’ultimo anno della scuola di cinema Rits di Bruxelles. Due anni fa ha lasciato la città natale di Lovanio per trasferirsi nella capitale belga, nel quartiere Anneessens vicino all’istituto, ed è rimasta «stupita perché venivo continuamente apostrofata dagli uomini per strada, anche 10 volte al giorno: dai fischi alle volgarità del genere “quanto vuoi?”».

Il pubblico femminile che leggerà queste righe non rimarrà particolarmente sorpreso, poiché nessuna di noi potrà negare che oramai passeggiare da sole in strada è diventato un'autentica tortura. Siamo vittime di insulti sessisti e proposte volgari, addirittura da parte di uomini che a volte hanno il doppio della nostra età.
Gli insulti ricevuti e le proposte indecenti raccontate nel documentario sono le più varie. Si va dal giovane che chiede a Sofie «se vuole andare in hotel con lui» all'uomo di mezz'età che la invita in casa per fare sesso. Altri riescono a far di peggio e la apostrofano: «Cagna», «Prostituta», «sgualdrina». «La prima domanda che mi sono posta è se fosse colpa mia - ha confessato all'emittente belga Rtbf. Forse erano i miei vestiti troppo succinti per quell'ambiente». Presto però la giovane si è dovuta ricredere. Anche indossando vestiti poco appariscenti, i commenti sessisti non sono diminuiti. Nel filmato seguono le testimonianze di altre ragazze che vivono nello stesso quartiere e sono state più volte vittime di apprezzamenti disgustosi: «Una volta un ragazzo ha sputato per terra dopo avermi chiamato cagna - dichiara nel documentario Laura - Eppure non avevo fatto nulla, indossavo dei normali pantaloni». 

Come tutte le scelte coraggiose la studentessa ha pagato la sua tesi con reazioni molto discutibili. Ma ha anche suscitato l’emulazione di altre ragazze che, forti della sua denuncia, hanno trovato la forza di raccontare la propria esperienza.

Ma quali sono le origini di questo comportamento?
Di certo la colpa non può e non deve essere attribuita alla donna in quanto il suo modo di vestire o truccare il viso non può mai giustificare una molestia o violenza.
Della serie: se ti poni in una certa maniera in fondo te le vai a cercare.
Ossia una donna che si veste, si trucca, in maniera provocante, in fondo legittima in qualche modo un certo tipo di comportamento maschile?
L’abbigliamento è una comoda scusa per sentirsi leggitimati ad infastidire una donna alla fermata del bus?
In estate personalmente indosso solo gonne molto corte in quanto sono particolarmente intollerante al caldo e quindi sento l'esigenza di essere il più scollata possibile, questo significa che gradisco fischi o battutine rozze e offensive?
A ciascuno di voi la risposta!

sabato 23 giugno 2012

Di che colore sono i bambini?



Il rosa è il colore delle bambine. L’azzurro quello dei maschietti. Queste due relazioni tra genere e colore sono diffuse in tutto il mondo. Il fotografo sud coreano Yoon Jeong Mee ha realizzato degli scatti per dimostrare quanto siano radicate.















Ho trovato il lavoro del fotografo Yoon Jeong Mee sulla pagina web di "Giornalettismo".
Credo che le foto parlino da sole: i maschietti sono celesti, le femminucce rosa; gli uomini lavorano e le donne si dedicano alla cura; ai maschietti il camion, alle femminucce la barbie, ai maschietti le costruzioni, alle femminucce i peluche, come dimostrano le immagini.
Sin dalla culla iniziamo ad affibbiare dei ruoli decisi da una società ignorante che vuole escludere un genere piuttosto che un'altro da alcune mansioni, creando un mondo attorno ad essi che non si limita solo ai giocattoli ma si estende alla scelta del colore della camera, dei vestiti per i neonati, dei confetti nel momento del battesimo, per poi prolungarsi nel tempo con la scelta nel periodo scolastco di zaini e astucci fino ad arrivare a loro volta nell’imporre tali colori ai loro figli; rimanendo scandalizzati e rimproverando il bambino o bambina che per istinto voglia prendere un oggetto che appartiene all’altro sesso semplicemente perché gli aggrada il colore.
Insomma se assegniamo i ruoli ai neonati, con i fiocchi nascita e tutine, come possiamo pretendere di educare i nostri figli e le nostre figlie ad essere ciò che più desiderano, ad essere spontanei e non fissati dentro categorie arbitrarie?
Quanti saranno i genitori che continueranno a riempire le loro figlie di giocattoli e abitini rosa senza nemmeno accorgersi che ciò significa privare le bambine delle loro future aspirazioni e portarle ad accettare e subire discriminazioni?
 E se a un maschietto piacesse un pupazzetto rosa? Dobbiamo portarlo dallo psicologo?
Quanto ancora dobbiamo sopportare una tv che propone alle bambine ruoli stereotipati e donne-oggetto semi-nude e spogliate affianco a uomini col doppio della loro età?

Genitori di tutto il mondo, cominciamo a combattere il sessismo e le gerarchie sociali partendo dalla gravidanza!

"Il problema non è con che cosa giochino, ma il fatto che se se si confina una bambina ai soli giochi di cura e di immaginazione, se la si incentiva a essere principessa passiva, circondata di bambole o di aspirapolvere in miniatura; e si indirizza il maschio unicamente verso giochi “sociali”, di squadra, o legati alla forza o alle abilità fisiche, si privano l’uno e l’altra di esperienze fondamentali.
Benissimo che la bambina finga di preparare i pasti per la famiglia. Male che non possa farlo anche il coetaneo maschio. Bisogna insomma creare uno spazio dove ciascuno possa essere guerriero e principessa."

Elisabetta Camussi