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martedì 25 novembre 2014

Diamo un senso al 25 Novembre

Oggi, 25 novembre si celebra la giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Ovunque sono state organizzate diverse iniziative a ricordo dei soprusi e delle violenze che le donne subiscono in ogni parte del mondo. 179 sono state le donne uccise nel corso dello scorso anno in Italia, e molti di questi delitti sono stati, e continuano ad essere, compiuti in un contesto familiare.

Questa giornata è stata istituita nel 1999 dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite per ricordare l'omicidio delle tre sorelle Mirabal, uccise il 25 novembre del 1960 per essersi opposte al regime di Rafael Leónidas Trujillo dittatore dell’odierna Repubblica Dominicana, e ha come obiettivo quello di ricordare e sensibilizzare la popolazione e gli organi competenti su quello che ancora c'è da fare per la salvaguardia dei diritti delle donne. Ma serve davvero a qualcosa questa giornata? Sono utili tutte gli eventi che sono stati organizzati? No, No e ancora una volta NO!

Non serve a nulla se la donna, innanzitutto, non si rende conto del valore che possiede e non comprende che la subordinazione che da sempre l'ha caratterizzata non è un aspetto imprescindibile della vita, che il dominio maschile di cui è vittima non fa parte della sua natura. Noi donne dobbiamo partire da noi stesse, se non facciamo questo aumentare ogni anno gli eventi in occasione del 25 novembre contro il femminicidio non serve a niente.
Per combattere la violenza servono tante cose, ma la più importante è che noi donne, a tutte le età, sappiamo di non essere insignificanti, deboli, oggetti. Dobbiamo essere convinte del nostro valore , convinte che le nostre lotte servono, che non sono tempo sprecato, parole al vento. La nostra storia è ricca di donne che hanno cambiato le cose, donne da cui prendere esempio e coraggio, figure femminili a cui aggrapparci per credere ancora in qualcosa. Ma per raggiungere questo importante obiettivo è da lì che dobbiamo ripartire, dalle scuole, dall'educazione. Come afferma la vicepresidente del Senato Valeria Fedeli "La battaglia contro la violenza alle donne comincia sui banchi di scuola, con un insegnamento che la smetta di tramandare luoghi comuni che inchiodano maschi e femmine a stereotipi, che ignora quanto l'altra metà del cielo ha fatto in tutti campi, dalla storia alle letteratura passando per l'astronomia".
Se l'impegno contro la violenza sulle donne si riduce alla conta delle uccise, a selfie auto-celebrativi per dire basta, ma intanto l’educazione di genere nelle scuole continua a mancare, non cambierà assolutamente nulla, la donna continuerà a sentirsi indifesa e inferiore e l'uomo potente e proprietario delle loro donne. Dobbiamo educare le ragazze ad avere fiducia in se stesse e avere il coraggio di dire NO ad una relazione che potrebbe metterle in pericolo, fare capire loro che se rimaniamo con un uomo che ci picchia e che ci tormenta psicologicamente siamo colpevoli quanto lui, diveniamo complici del nostro stesso dolore, e che il nostro corpo, per quanto attraente possa essere, non è uno strumento per avere successo. Allo stesso modo dobbiamo educare i ragazzi a non essere arroganti e viziati, che la donna non è un loro possesso, non è un buco per la loro soddisfazione, e che non è la quantità di donne possedute che li renderà VERI UOMINI. La violenza sulle donne di tutto il mondo si può prevenire e combattere solo insegnando ai bambini il rispetto. 

Ed è per questo che voglio, per non rendere questa giornata del tutto insignificante, aiutare a diffondere la campagna di sensibilizzazione e raccolta fondi di sms solidale a sostegno dei percorsi di educazione alle differenze di genere e lotta a ogni forma di discriminazione, bullismo nelle scuole lanciata da FARE X BENE ONLUS. Testimonial della campagna è Valentina Pitzalis (qui la sua storia), giovane donna, che a ventisette anni, il 17 aprile 2011, è stata cosparsa di cherosene da suo marito che le ha dato fuoco, morendo lui stesso tra le fiamme. 
Lo spot tv sarà presente nelle reti Mediaset dal 23 al 30 novembre, mentre la campagna di sms solidale, al numero 45594, sarà attiva dal 17 al 30 novembre e si potrà, quindi, inviare un sms solidale del valore di 2 euro da cellulari personali e 2 o 5 euro con chiamata da rete fissa. 



sabato 22 giugno 2013

L'importanza del Gay Pride


Anche a Palermo il grande giorno del Pride è arrivato. Ancora poche ore ed il centro della nostra meravigliosa città sarà "invaso" da circa 100.000 persone che insieme rivendicheranno l'orgoglio LGBT e l'importanza dei diritti di tutti gli uomini e le donne. L'appuntamento che darà il via alla parata sarà l'incontro delle ore 16, quando le madrine della manifestazione incontreranno la stampa prima di salire sul carro principale per la sfilata del Pride più a sud d'Europa. Il concentramento è previsto per ore 16 al Foro Umberto I, di fronte all'hotel Jolly. La parata sarà aperta dal carro del Coordinamento Palermo Pride, allestito con un'ironica citazione dei tipici carretti siciliani.“ Il Gay Pride è, nel mondo, la principale manifestazione delle istanze civili e della cultura omosessuali. Ogni anno vi partecipano non solo le associazione per i diritti LGBT ma singole persone che vogliono esprimere le proprie idee di emancipazione, di rispetto verso tutti a prescindere dall'orientamento sessuale. 
Da molti questo evento viene considerato come "anormale", esattamente com' è considerato anormale e offensivo permettere a uomini e donne omosessuali di sposarsi. Normale è per noi tutto ciò che è tradizionalmente accettato e trasmesso in maniera a-critica; viviamo in una società fondata sul senso comune, che tende inconsapevolmente a diffondere pregiudizi che hanno come conseguenza l’esclusione sociale di alcuni, ritenuti anormali poiché si allontanano dalla cosiddetta norma. Il problema è che le convenzioni che si stabiliscono tra gli esseri umani si fondano sull'aspettativa che gli altri individui si comportino nel modo che tra noi è normale. Questo è normale? Secondo me, e per fortuna secondo tanti altri, è proprio questo un atteggiamento sbagliato e del tutto pericoloso in quanto, consapevolmente o no, non fa altro che alimentare una cultura omofoba e discriminante. 

A tutti coloro che affermano che non è corretto che gli omosessuali si sposino io ricordo che il matrimonio è un'istituzione e in quanto tale, in una civiltà paritaria, deve essere consentito a tutti gli esseri umani. Ovviamente il Gay pride non vuole imporre il proprio pensiero a tutti, ognuno può avere le proprie convinzioni e le proprie credenze ma non si potrà mai parlare di rispetto dei diritti umani fondamentali, se continuiamo ad impedire a tutti gli uomini e le donne il diritto d'accesso ad un'istituzione. Tutti dobbiamo avere la possibilità di essere ciò che vogliamo, senza avere paura di non essere accettati dal mondo intero. Non dobbiamo respingere il cambiamento solo per paura che questo sconvolga il nostro "equilibrio"; dobbiamo renderci conto che anche, e soprattutto, le legislazioni sono frutto del loro tempo e che quindi arriva un momento di essere modificate e migliorate. Anche la famiglia composta da madre e padre è solo una categoria, un organizzazione che ci siamo imposti e che è del tutto arbitraria.
Basti pensare al mondo greco, il mondo dei filosofi per eccellenza, che amavano la persona in quanto tale, la loro anima, poco importava se uomini o donne. La cosa che si dovrebbe sperare per ogni bambino/a che viene al mondo è di nascere in una famiglia vera, dove per vera non intendo eterosessuale o omosessuale ma intendo una famiglia che sappia dare amore, poiché questa è l’unica cosa che conta. Non ci sono elementi di carattere scientifico che possano dimostrare che due persone dello stesso sesso non possono essere dei bravi genitori responsabili.
L’amore è l’unica cosa naturale, tutto il resto sono solo convenzioni.
Ecco perché credo nell'importanza del Gay Pride in quanto principale azione civile per ottenere il rispetto dei diritti LGBT.


venerdì 8 marzo 2013

Cosa dobbiamo festeggiare?


Lasciate le mimose sull'albero, perché noi donne non le vogliamo, non abbiamo nulla da festeggiare, nulla di cui essere felici.
Oggi è la “Giornata Internazionale della Donna” comunemente definita “Festa della Donna”.
Questa giornata, vale la pena di ricordare, non nasce così a caso. Non è una giornata stabilita per dare alle donne la possibilità di emanciparsi per un solo giorno facendo quello che durante gli altri 364 giorni l'anno non l'è concesso. Tuttavia, ormai è proprio questo il senso di questa giornata, poiché è stato perso il suo vero significato.
L’8 Marzo è un giorno della memoria, è una data che vuole ricordare 129 operaie dell’industria tessile Cotton di New York morte, nel 1908, a causa di un incendio scoppiato nella fabbrica presso la quale lavoravano in condizioni pessime, condizioni che le avevano portate a protestare e scioperare. Fu in ricordo di questa tragedia che Rosa Luxemburg propose di istituire questa data come giornata di lotta internazionale a favore delle donne.
Facendo una ricerca su Wikipedia scopriamo che l’otto marzo nel tempo è sempre stata una data per scendere in piazza e ricordare i diritti che molto spesso qualcuno, comprese noi donne, dimentichiamo che ci appartengono, ad esempio:

  • L’8 marzo 1972 la manifestazione della festa della donna si tenne a Roma in piazza Campo de’ Fiori: vi partecipò anche l’attrice americana Jane Fonda, che pronunciò un breve discorso di adesione, mentre un folto reparto di polizia era schierato intorno alla piazza nella quale poche decine di manifestanti inalberavano cartelli con scritte dove chiedevano la legalizzazione dell’aborto, la liberazione omosessuale e che fosse la donna ad avere il diritto di amministrare l’intero processo della maternità. Ma chissà perché quelle scritte non furono ben viste dalla polizia che caricò, manganellò e disperse le manifestanti.
  • Il 1975 fu designato come “Anno Internazionale delle Donne” dalle Nazioni Unite e l’8 marzo le organizzazioni femminili celebrarono in tutto il mondo proprio la giornata internazionale della donna, con manifestazioni che onoravano gli avanzamenti della donna e ricordavano la necessità di una continua vigilanza per assicurare che la loro uguaglianza fosse ottenuta e mantenuta in tutti gli aspetti della vita civile. A partire da quell'anno anche le Nazioni Unite riconobbero nell’8 marzo la giornata dedicata alla donna.
  • Due anni dopo, nel dicembre 1977, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite adottò una risoluzione proclamando una «giornata delle Nazioni Unite per i diritti della donna e la pace internazionale» da osservare dagli stati membri in un qualsiasi giorno dell’anno, in accordo con le tradizioni storiche e nazionali di ogni stato. Adottando questa risoluzione, l’Assemblea riconobbe il ruolo della donna negli sforzi di pace e riconobbe l’urgenza di porre fine a ogni discriminazione e di aumentare gli appoggi a una piena e paritaria partecipazione delle donne alla vita civile e sociale del loro paese.
  • A San Pietroburgo, l’8 marzo 1917, le donne hanno manifestato per chiedere la fine della guerra. In seguito, durante la Seconda conferenza internazionale delle donne comuniste, che si è svolta a Mosca il 14 giugno 1921, è stato scelto l’8 marzo come Giornata internazionale dell’operaia.
La festa delle donne nasce con l'obiettivo di ricordare quanto la donna abbia lottato per raggiungere l'uguaglianza dei diritti tra uomo e donna, e quanto ancora oggi questa lotta non ha fine e quanto ancora tanta strada si deve percorrere.
Perché festeggiare quando è difficilissimo in questo mondo essere donna?
Nel lavoro siamo sotto pagate o disoccupate, licenziate perché incinte e oggetto di violenza. Non è la libertà di una sera che ci renderà veramente libere, o le attenzioni del nostro uomo che ci porterà la mimosa che ci renderà rispettate.

Eppure io oggi voglio fare un augurio a tutte le donne del mondo, da quelle che lottano fino alla morte a quelle che impassibili e passive accettano semplicemente questa situazione. 
Voglio augurarmi che questa giornata diventi un momento di profonda riflessione, che sia un giorno di rivalsa per le donne che nella vita hanno conosciuto solo la violenza, che sia una giornata dove gli uomini decidano di rispettare noi donne, smettendola di alimentare il sessismo con gesti discriminatori o pregiudizi squallidi, che sia un giorno di gioia, di passione e di consapevolezza che essere donne non è una disgrazia, ma una fortuna immensa.
Che sia una giornata in cui facciamo sentire la nostra voce ancora, ancora e ancora.
Questo è l'unico 8 Marzo che noi donne vogliamo!



domenica 23 dicembre 2012

La bambola a transistor: Un augurio di Natale e di felice anno nuovo, speciale

Anche quest'anno è giunto al termine e non possiamo di certo affermare che per noi donne sia stato un anno felice o ricco di soddisfazioni. Più di 100 donne uccise per mano di mariti o ex. Vale la pena continuare a sperare in anni migliori o in qualche cambiamento? Nonostante la triste la realtà la risposta deve essere si e la speranza deve tramutarsi in un impegno costante e quotidiano sia di uomini che di donne.
Ecco perché sento di fare gli auguri a tutti: uomini, bambini/e, credenti e non credenti, ma soprattutto il mio augurio di buon Natale e in particolar modo di buon anno è rivolto a tutte le donne.
A tutte le donne tenaci, che continuano a lottare per far diventar il mondo un mondo anche per donne.
A tutte le donne che continuano a guardare lontano e con i loro gesti quotidiani cercano di realizzare una maggiore libertà e pienezza femminile;
Auguri alle donne che stanno per diventare mamme;
Auguri a tutte le donne lavoratrici che sgomitano in un mondo di maschi;
Auguri alle donne che non si sottomettono al sistema ma continuano ad essere sia lavoratrici che madri;
Auguri alle donne che non vogliono essere un oggetto appagante per i sensi maschili, ma che riconoscono la propria dignità e competenze;
Auguri alle donne che si impegnano per cambiare la nostra società;
Auguri a tutte le donne vittime di violenza in Italia e nel mondo, per far sapere loro che non sono sole.
Auguri a tutte le donne che ancora non hanno aperto gli occhi e continuano a trattare se stesse come oggetto, credendo che il loro apparire sia l'unica cosa che conta.

Un augurio speciale va alle lettrici e lettori di questo blog e per farlo mi è venuta in mente una divertente novella di Rodari nella quale si parla di una bambola modernissima (con lavatrice incorporata) che viene regalata a Natale ad una bimba di nome Enrica. Questa bambola, manomessa da uno zio mago e burlone, impazzisce: manda all'aria il servizio da tè della sua padroncina, si taglia i capelli, si arrampica sull'albero di Natale distruggendolo e facendo persino sopra la pipi. Poi fa una dichiarazione “femminista”, una sorta di “testamento”, prima di essere disattivata dai preoccupati genitori della bimba e di ritornare ad essere una brava ed educata bambola che fa il bucato. Lo spunto a questa novella Rodari lo ebbe pensando a quei giocattoli che contribuiscono a condizionare i bambini per adattarli, fin da piccoli, ai loro ruoli sessuali. La bambola è un giocattolo antichissimo e meraviglioso, ricco di significati e di simboli. Sarebbe veramente bello se tutte le mamme o future mamme traessero spunto da questa novella per comprendere come i bambini e le bambine devono essere liberi/e di sfogare la propria fantasia come meglio credono e che non ci suono ruoli stereotipati nei quali essere inseriti.

Buona lettura:



Allora, - domanda il signor Fulvio alla signora Lisa, sua moglie e al signor Remo, suo cognato, - che cosa regaliamo a Enrica per Natale?
Un bel tamburo, - risponde prontamente il cognato Remo.
Cosa?!
Ma si, una bella grancassa. Con la mazza per picchiarci sopra. Bum! Bum!
Dai, Remo! - dice la signora Lisa (per la quale però il signor Remo non è un cognato, ma un fratello). - Una grancassa tiene troppo posto. E poi, chi sa cosa direbbe la moglie del macellaio. .
Sono sicuro, - continua il signor Remo, - che a Enrica piacerebbe moltissimo un portacenere di ceramica colorata a
forma di cavallo, con intorno tanti portacenerini piccini piccini, anche loro di ceramica colorata, ma a forma di caciocavallo
Enrica non fuma, - osserva severamente il signor Fulvio. 
Ha appena sette anni.
Un teschio d'argento, - propone allora il signor Remo, - un portalucertole d'ottone, un apritartarughe a forma di angioletto, uno spruzzatore di fagioli a forma d'ombrello.
Dai, Remo, - dice la signora Lisa, - parliamo sul serio.
Va bene. Sul serio. Due tamburi: uno in do e uno in sol.
So io, - dice la signora Lisa, - quello che ci vuole per Enrica. 
Una bella bambola elettronica a transistor, con la lavatrice incorporata: una di quelle bambole che camminano, parlano,
cantano, controllano le conversazioni telefoniche, captano le trasmissioni in stereofonia e fanno pipi.
D'accordo, - proclama il signor Fulvio, nella sua qualità di capofamiglia.
lo me ne infischio, - questo è il signor Remo, - e .vado a letto a dormire tra due guanciali.
Ed ecco, dopo pochi giorni, il Santo Natale, con tanti bei prosciutti appesi fuori dei negozi e tanti magnifici portacenere a forma di Piccolo Scrivano Fiorentino nelle vetrine e tanti zampognari, veri e falsi, per le strade. 
Neve sull'arco alpino e nebbia in VaI Padana.
La bambola nuova è già li che aspetta Enrica sotto l'albero di Natale. Lo zio Remo (si tratta sempre dello stesso Remo,
il quale per il signor Fulvio è un cognato, per la signora Lisa un fratello, per la portiera un ragioniere, per il giornalaio un
cliente, per il vigile urbano un pedone e per Enrica, giustappunto, uno zio: quante mai cose può essere una sola persona!), dunque, lo zio Remo osserva la bambola con un sogghigno.
Bisogna sapere, di nascosto da tutti, che egli compie severi studi di magia: può spaccare un portacenere di travertino con una semplice occhiata, tanto per fare un esempio. Egli tocca la bambola in due o tre punti, sposta qualche transistor, sogghigna di nuovo e infine se ne va al caffè, mentre arriva di corsa Enrica, lanciando grida di gioia, che i genitori ascoltano con delizia dietro la porta chiusa.
Bella, bella, - dichiara Enrica, al colmo dell'entusiasmo. 
Ti preparo subito colazione.
Rovistando febbrilmente nell'angolo dei giocattoli, essa ne cavatI un ricco apparato di chicchere, piattini, bicchierini,
vasetti, bottigliette, eccetera, che dispone sul tavolinetto delle bambole. Fa camminare la bambola nuova fino al suo posto, la fa chiamare «mamma» e «papà» due o tre volte, le allaccia il tovagliolo al collo e si prepara a imboccarla. 
Ma la bambola, appena lei si volta un momentino, spara un paio di calci che mandano all'aria tutto l'apparecchio. 
Piattini che vanno in pezzi. Chicchere che rotolano sul pavimento del condominio e vanno a sfracellarsi contro il termosifone. Cocci.
Naturalmente accorre la signora Lisa, pensando che Enrica si sia fatta male. Arriva, crede a quello che vede e senza perder tempo sgrida per bene la figlia, chiamandola «brutta cattiva» ed aggiungendo: - Ecco, proprio il giorno di Natale mi devi combinare disastri. Guarda che se non stai attenta ti porto via la bambola e non la vedi più.
Poi va in bagno.

Enrica, rimasta sola, acchiappa la bambola, le dà un paio di sculacciate, la chiama «brutta cattiva» e la rimprovera di combinare disastri proprio il giorno di Natale: - Guarda che se non fai la brava, ti chiudo nell'armadio e non esci più.
 Perché? - domanda la bambola.
Perché hai rotto i piattini.
Non mi piace giocare con quelle cretinate li, - dichiara la bambola. - Fammi giocare con le automobiline.
Te le do io le automobiline! - annuncia Enrica, e le rilascia altri sculaccioni. La bambola non s'impressiona e le tira i 
capelli. 
Ahi! Ma, perché mi picchi?
Legittima difesa, - dice la bambola. - Sei tu che mi hai insegnato a picchiare, picchiandomi per la prima. lo non avrei saputo come fare.
Bè, - dice Enrica, per sviare il discorso, - giocheremo alla scuola. lo ero la maestra e tu la scolara.
Questo era il quaderno. Tu sbagliavi tutto il dettato e io ti mettevo quattro.
Cosa c'entra il numero quattro? .
C'entra, si. È cosi che fa la maestra a scuola. A chi fa bene, dieci; a chi fa male, quattro.
Perché?
Perché  così  impara. 
MI fai rIdere. 
Naturale, - dice la bambola. - Rifletti. Ci sai andare in bicicletta?
Certo!
E quando stavi imparando e cascavi, ti davano un quattro, oppure ti mettevano un cerotto?
Enrica tace, perplessa. La bambola incalza: - Pensaci un momento, su. 
Quando imparavi a camminare e facevi un capitombolo, forse la mamma ti scriveva quattro sul sedere?
No.
Ma a camminare hai imparato, a parlare, a cantare, a mangiare da sola, ad allacciarti i bottoni e le scarpe, a lavarti i denti e le orecchie, ad aprire e chiudere le porte, a usare il telefono, il giradischi e la televisione, a salire e scendere le scale, a lanciare la palla contro il muro e riprenderla, a distinguere uno zio da un cugino, un cane da un gatto, un frigorifero da un portacenere, un fucile da un cacciavite, il parmigiano dal gorgonzola, la verità dalle bugie, l'acqua dal fuoco. Senza voti, né belli né brutti. Giusto?
Enrica lascia cadere il punto interrogativo e propone: - Allora ti lavo la testa.
Sei matta? Il giorno di Natale - Ma io mi ci diverto, a lavarti la testa.
Tu ti ci diverti, ma a me mi va il sapone negli occhi.
Insomma, sei la mia bambola e con te posso fare quello che voglio io. Capito? 
Questo «capito» fa parte del vocabolario del signor Fulvio.
Anche la signora Lisa, qualche volta, conclude i suoi discorsi con un bel «capito»? Adesso tocca a lei, a Enrica, far valere la propria autorità padronale.  Ma la bambola, a quanto pare, se ne infischia. Essa si arrampica in cima all'albero di Natale, facendo scoppiare svariate lampadine di diversi colori. Quando è in cima fa pipi, bagnando altre lampadine a forma di Biancaneve e dei Sette Nani.
Enrica, per non litigare, va alla finestra. In cortile i bambini giocano al pallone. Hanno monopattini, tricicli, archi e frecce.
Anche i birilli. - Perché non vai in cortile a giocare con gli altri bambini? - domanda la bambola, mettendosi le dita nel naso per sottolineare la propria indipendenza.
Sono tutti maschi, - dice Enrica, mortificata. - Fanno giochi da maschi. Le bambine debbono giocare con le bambole.
Debbono imparare a fare le brave mammine e le brave padrone di casa, che sanno mettere a posto i piattini e le chiccherine, fare il bucato e lucidare le scarpe della famiglia.
La mia mamma lucida sempre le scarpe del mio papà. Gliele lucida di sopra e di sotto.
Poveretto!
Chi?
 Il tuo papà. Si vede che è senza braccia e senza mani..
Enrica decide che è il momento di dare due schiaffi alla bambola. 
Per raggiungerla, però, deve arrampicarsi sull'albero! di Natale. L'albero, da quel vero 'incapace che è, ne approfitta
per crollare a terra. Vanno in frantumi le lampadine e gli angeli di vetro: un cataclisma.
La bambola è finita sotto una sedia e pensa bene di mettersi a sghignazzare. 
Però è la prima a tirarsi su e corre a vedere se Enrica si è fatta male.
Ti sei fatta male?
Non dovrei neanche risponderti, - dice Enrica. - È tutta colpa tua. Sei una bambola maleducata. Non ti voglio piu.
Finalmente! - dice la bambola. - Spero che adesso giocherai con le automobiline.
Neanche per sogno, - annuncia Enrica. - Prenderò la mia vecchia bambola di pezza e giocherò con quella.
Davvero!? - dice la bambola nuova. Si guarda intorno, vede la bambola di pezza, l'acchiappa e la butta dalla finestra senza nemmeno aprire i vetri.
Giocherò con il mio orsacchiotto di pelo, - insiste Enrica.
La bambola nuova cerca l'orsacchiotto di pelo, lo trova, lo butta nel bidone delle immondizie. 
Enrica scoppia in pianto.
I genitori odono e accorrono, giusto in tempo per vedere la bambola nuova che si è impadronita delle forbici e sta tagliuzzando tutti i vestiti del guardaroba delle bambole.
Ma questo è puro vandalismo! - esclama il signor Fulvio.
Povera me, - aggiunge la signora Lisa. - Credevo di aver comprato una bambola e invece ho comprato una strega!
Entrambi si gettano sulla piccola Enrica, la prendono in braccio a turno, l'accarezzano e la coccolano, la sbaciucchiano.
Puah! - dice la bambola dall'alto dell'armadio su cui si è rifugiata per tagliarsi i capelli, che per i suoi gusti sono troppo
lunghi.

Ma senti, - inorridisce il signor Fulvio. - Dice anche: Puah!
Questa può avergliela insegnata solo tuo fratello.
Il signor Remo compare sulla porta, come se lo avessero mandato a chiamare. Gli basta un'occhiata per capire la situazione. La bambola gli strizza l'occhio.
Cosa succede? -domanda lo zio, fingendo di cadere da una nuvola rosa. .
Quella li, - singhiozza la povera Enrica, - non vuole fare la bambola! Chi sa cosa si crede di essere.
Voglio andare in cortile a giocare ai birilli, - dichiara la bambola, facendo volare ciocche di capelli da tutte le parti.
Voglio una grancassa, voglio un prato, un bosco, una montagna e il monopattino. Voglio fare la scienziata atomica, il
ferroviere e la pediatra. Anche l'idraulico. E se avrò una figlia, la manderò al campeggio. E quando la sentirò dire:
«Mamma, voglio fare la casalinga come te e lucidare le scarpe di mio marito, di sopra e di sotto», la metterò in castigo in piscina e per penitenza la porterò a teatro.
Ma' è proprio matta! ~ osserva il signor Fulvio. - Forse le si è guastato qualche transistor.
Dài, Remo, - prega la signora Lisa, - dalle un'occhiata, tu che te ne intendi.
Il signor Remo non si fa pregare a lungo. E nemmeno la bambola. Essa gli vola addirittura in testa, dove si mette a fare i salti mortali.
Il signor Remo la' tocca qui e là, in punti diversi e in altri ancora. La bambola diventa un microscopio.
Hai sbagliato, - dice la signora Lisa.
Il signor Remo tocca ancora. La bambola diventa una lanterna magica, un telescopio, un paio di pattini a rotelle, un tavolo da ping-pong.
Ma cosa fai? - chiede il signor Fulvio al cognato. - Adesso la rovini del tutto. S'è mai vista una bambola che sembra un
tavolo?
Il signor Remo sospira. Tocca di nuovo. La bambola ridiventa una bambola. Ha di nuovo i capelli lunghi e la lavatrice incorporata.
Mamma, - dice, ma stavolta con voce da bambola. -Voglio fare il bucato.
Oh, finalmente! - esclama la signora Lisa. - Questo si che si chiama parlare. Su, Enrica, gioca con la tua bambola. 
Sei in tempo a fare un bel bucatino prima di pranzo.
Ma Enrica, che tutto questo è stata a vedere e ascoltare, ora sembra incerta sul da farsi. 
Guarda la bambola, guarda lo zio Remo, guarda i genitori. Finalmente caccia un sospirone e dice: - No, voglio andare in cortile a giocare a birilli con gli altri bambini. E forse farò anche il salto mortale.

domenica 11 novembre 2012

Perché il 25 Novembre non sia solo una ricorrenza!


In questi anni mi sono resa conto di quanto sia importante il lavoro dei blog, delle pagine di Facebook, di Twitter e di tantissime associazioni che lavorano per difendere la dignità delle donne. E' vero che non molto è cambiato, in quanto numerosissime donne continuano ad essere uccise, perseguitate e continuano a non avere gli stessi diritti degli uomini, tuttavia si sta innalzando il livello di consapevolezza. Il lavoro da fare purtroppo è ancora troppo, ma è un DOVERE di tutte le donne e di tutti gli UOMINI continuare a crederci! Bisogna puntare all'abolizione della donna oggetto, abolire la figura della perfetta casalinga, bisogna far capire che la donna non è necessariamente una santa o una puttana. Bisogna soprattutto partire dall'educazione dei bambini e delle bambine. Purtroppo molto spesso dimentichiamo l'importanza che l'educazione svolge nella crescita di una persona e di come questa possa davvero cambiare le sorti di un intero mondo. Bisogna rivolgersi ai genitori e agli insegnanti: lasciate che i bambini e le bambine possano essere liberi di comportarsi e giocare come e con quello che vogliono, non ingabbiamoli in ruoli e stereotipi, diamo la stessa educazione sia a maschi che a femmine, insegniamo alle bambine l'importanza dell'indipendenza e del rispetto per se stesse e allontaniamo i nostri bambini dal concetto di machismo, insegniamo loro il rispetto per le donne, per i gay, per le lesbiche, per i trans. Non sgridiamo i nostri bambini se piangono, perché non è qualcosa di degno dei (veri?) maschi.

In vista del 25 Novembre "Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne" continuiamo ad indignarci, a parlare e a lottare nel nostro piccolo, quotidianamente, per quei diritti e quel rispetto che meritiamo. Lottiamo per difendere la nostra libertà e la nostra dignità!
Affinché il 25 Novembre non sia solo una ricorrenza!



sabato 29 settembre 2012

Francia, il femminismo “pro-sesso, pro-porno, pro-puttane” di Morgane Merteuil

Sono rimasta piacevolmente colpita dalla testimonianza, riportata in un articolo su "Il Fatto Quotidiano", della giovane francese Morgane Merteuil, 25 anni, sex worker. Morgane Merteuil è segretario di Strass (il sindacato francese del lavoro sessuale, Syndicat du travail sexuel) e vive con gioia la scelta della propria professione. Afferma che “prostituirsi può essere un modo di riappropriarsi del proprio corpo e della propria sessualità”. La donna è autrice del libro “Libérez le féminisme!“ nel quale confessa di sentirsi discriminata dalle femministe le quali propongono un modello di emancipazione univoco e dogmatico. 
Ammetto di non essere d'accordo su tutto ciò che dice, in quanto ritengo che ci si siano altre modalità per riappropriarsi del proprio corpo e della propria sessualità senza necessariamente metterli in vendita. Finché è una sua SCELTA è giusto rispettarla, tuttavia non dobbiamo MAI dimenticare che la prostituzione per la stra-grande maggioranza dei casi è solo ed esclusivamente sfruttamento e questo non deve essere messo in dubbio.
Nonostante ciò è un pensiero affascinante in quanto diverso, una nota stonata che porta a riflettere: per cosa combattiamo realmente? cosa intendiamo per emancipazione? quali sono i nostri limiti? 
Riporto qui di seguito l'articolo integrale. A voi le dovute riflessioni!



"Di cognome fa Merteuil, in onore alla Marchesa delle “Relazioni pericolose”, libertina e abile manovratrice dei suoi amanti. Di nome Morgane. La professione, scrive sul suo account Twitter, è quella di puttana, attivista, femminista, segretario del sindacato del lavoro sessuale, lo Strass fondato in Francia nel 2009. 25 anni, Morgane ha cominciato a lavorare come prostituta a 22. La sua è stata una scelta, lo ripete più volte nel corso dell’intervista: ha abbandonato il lavoro da cameriera –pagato male – e ha deciso di mettersi in proprio prostituendosi su Internet. Ora si dedica completamente al lavoro dello Strass e ha scritto un pamphlet “Libérez le féminisme!” uscito in Francia la settimana scorsa. La Merteuil prende di mira le associazioni femministe francesi, in particolar modo una, la storica “Ni putes ne soumises” (né puttane né sottomesse) la cui colpa – spiega – è quella di imporre da decenni “un’unica e sola immagine della donne, mainstream e borghese”.

Partiamo dal libro. Perché il femminismo deve essere liberato? E da cosa?
Il femminismo istituzionale non si preoccupa di affrontare e risolvere molti problemi come quello dell’egemonia della classe bianca, borghese e eterosessuale. E’ vero le organizzazioni femministe difendono la parità dei diritti ma – come ho scritto nel mio libro – si limitano a combattere affinché le donne possano accedere a privilegi di classe senza mettere in discussione l’esistenza stessa di questi privilegi. Sono spesso troppo morbide nei riguardi del potere ma è proprio questo potere che crea le discriminazioni verso le donne.

Lei propone un modello di “femminismo plurale”. In cosa consiste?
Sono molto critica nei confronti delle associazioni come “Ni putes ni soumises” e “Osez le féminisme”perché impongono un unico modello di emancipazione della donna. La loro propaganda, costruita fondamentalmente attorno al principio di dignità della donna, erige un solo modello di emancipazione di cui tutte noi dovremmo, secondo loro, far parte. Dunque, le persone che si vogliono emancipare in un altro modo – ad esempio attraverso il sesso o decidendo di indossare il velo – vengono totalmente disprezzate da questo tipo di femminismo. Io vorrei un femminismo plurale che ammetta, riconosca e difenda anche altri modi di emanciparsi. Non tutte le donne aspirano necessariamente alle stesse cose, alcune, ad esempio, possono amare il sesso. E sì, prostituirsi può essere un modo di riappropriarsi della propria sessualità e del proprio corpo.

Sta dicendo che prostituirsi è una forma di emancipazione?
Non è una forma assoluta di emancipazione ma relativa. Relativa alle condizioni in cui si esercita e si è scelto di farlo. Voglio dire, la prostituzione non è la via attraverso la quale una donna si deve emancipare. E’ un modo di sopravvivere come un altro, non dico sia meglio o peggio di un altro lavoro. Il concetto è che ognuno deve poter scegliere il modo di liberarsi. E questo può avvenire anche attraverso il lavoro sessuale.

Ma la maggioranza delle prostitute – come lei saprà – non ha scelto di farlo. Nel suo libro si parla poco di sfruttamento della prostituzione.
Il nostro sindacato combatte da anni questo problema, lotta contro l’obbrobrio morale, la schiavitù, il traffico di essere umani, lo sfruttamento sessuale dei bambini. Lo Strass è un luogo di riflessione e elaborazione di un modello di lavoro sessuale autogestito e scelto. Nel mio pamphlet mi sono voluta concentrare su come il femminismo istituzionale affronta il concetto di prostituzione e di prostituta. Come ho scritto, noi siamo pro-sesso, pro-porno, pro-puttane e per la libertà di portare il velo. Tutte le femministe dovrebbero lottare affinché ciascuna donna possa essere rispettata a prescindere dalla scelta che decide di fare.

Voi chiedete le dimissioni di Najat Vallaud-Belkacem, ministro dei Diritti delle donne, che sta lavorando a una legge che punisce i clienti.
L’abolizionismo è una posizione paternalista e non ha alcun senso. Non farà altro che rendere il lavoro delle prostitute ancora più pericoloso. Al ministro Belkacem chiediamo di ritirare questo progetto di legge. Ai ministri del lavoro, della giustizia e dell’interno chiediamo l’abrogazione del reato di adescamento passivo, che tra l’altro il Partito socialista promette di fare da mesi.

Lei perché ha cominciato a prostituirsi?
Ero all’università, lavoravo in un bar ma guadagnavo veramente poco. Un giorno, avevo 22 anni, ho scoperto che facendo la escort a domicilio potevo diventare totalmente indipendente e lavorare quando volevo. Così ho iniziato. Ora mi dedico unicamente al Sindacato e alla militanza."

sabato 22 settembre 2012

Per riflettere...

Da qualche giorno ho finito di leggere "Il corpo delle donne" di Lorella Zanardo, e più andavo avanti nella mia lettura più mi convincevo che questo libro dovrebbe essere letto da tutti gli uomini e le donne di qualsiasi età. Non mi interessa aggiungere altro, voglio semplicemente lasciarvi con le parole della Zanardo riportandovi alcune parti del libro, e sperare che questo susciti la vostra curiosità e magari vi spinga alla lettura integrale di questo libro eccezionale che fa comprendere come in TV troviamo la donna che appare, ma manca la donna che è. Senza contare che ci vengono imposti stereotipi femminili quando nella realtà i tipi di donna sono molteplici e svariati. Non esiste, oserei dire per fortuna, solo il modello di donna proposto dai mass-media.
Buona lettura:

Ho lavorato e sono sfinita, non immaginavo così tanta fatica, così tanta noia. Adesso so che le immagini non sono solo immagini, sono comunicazione, memoria, sapere, educazione...
Di certo non immaginavo che le immagini televisive fossero uno specchio così preciso per alcuni comportamenti. Ho cercato di guardare dentro quello specchio per vedere chi siamo e magari riuscire a modificarci se non ci piacciamo. Ho capito anche che talvolta gli specchi servono a nascondere oltre che a rivelare.

Volti ricondotti a maschere dalla chirurgia estetica. Corpi gonfiati a dismisura come fenomeni da baraccone di un circo perenne che ci rimandano a un'idea di donna contraffatta, irreale. Allora sono sicura che la TV la puoi guardare, la puoi sopportare, ma solo pensando che è un grande circo.

I volti e i corpi delle donne reali sono stati occultati; al loro posto, la proposizione ossessiva, volgare e manipolata di bocche, cosce, seni: una rimozione e sostituzione con maschere e altri materiali.
Dove sono finite le "qualità" del femminile nelle immagini che dominano?
Non riusciamo a scorgere in TV una natura peculiare dell'essere femminile, un'identità nuova, originale, genuina a parte pochissimi casi su reti minori o in orari di bassa audience.

Essere autentici probabilmente costituisce uno dei diritti fondamentali dell'uomo. Ma essere autentici richiede di saper riconoscere i nostri desideri e i nostri bisogni più profondi.
Dal mio punto di vista, credo che il vero problema delle donne sia non essere più in grado di riconoscere i propri bisogni, e di conseguenza come è possibile essere autentiche?

Sono sicura che senza questa pressione continua sul "dovere essere belle" secondo dei canoni che noi non abbiamo scelto, ci accetteremmo di più per quel che siamo.

Diceva la Magnani al truccatore che prima del ciak stava per coprire le rughe del volto: "Lasciamele tutte, non me ne togliere nemmeno una, ci ho messo una vita a farmele".

Ricordo una trasmissione dove Teo Mammuccari fingeva di ipnotizzare una soubrette a cui veniva ordinato di togliersi pantaloni e reggiseno. La donna restava in piedi, in mutande e reggiseno, occhi chiusi, i pantaloni alle ginocchia. La telecamera la inquadrava, piacente e adulta, con i pantaloni calati: l'immagine era oscena e mi pareva che con questa violenza visiva si andasse ben oltre la proposta di modelli in cui gli spettatori a casa potessero immedesimarsi. C'era un compiacimento nel mostrare oltre il lecito e oltre il buongusto, c'era il piacere dello scherno, dell'umiliazione: come se si desse per scontato che a casa godessero nel vedere i loro eroi avviliti.

Pensavo agli italiani di fronte la televisione. Mi chiedevo come si sentissero, sottoposti costantemente com'erano a stimoli erotici: coniugi che si accoppiavano davanti allo schermo stimolati da enormi seni perennemente in primo piano, adolescenti eccitati davanti a provocanti soubrette in trasmissioni pomeridiane...Ma è veramente così?

Le due veline provocanti, ammiccanti, stanno in ginocchio sulla scrivania dei conduttori, occupando i lati dello schermo. Sorridono al pubblico, vezzose e infantili.
Non parlano quasi mai. Ogni tanto si alzano per lo stacchetto, un balletto durante il quale la telecamera sbircia insistentemente sotto le minigonne. Sono "ragazze decorazioni" volti e corpi piacevoli ma non eccessivi nelle forme, sguardi ingenui [...] A queste ragazze non è quasi mai richiesto di parlare e, se lo fanno,  è solo per avvalorare l'affermazione di un uomo.

Iacchetti e Greggio [...] incuranti degli anni che passano, alternano barzellette e battute a doppio senso sulle loro partner in trasmissione, che per età potrebbero essere le loro nipoti.
[..] Emerge che Striscia, con quei due sessantenni adolescenti e quelle due lolite, è davvero uno spaccato dell'Italia d'oggi: perdita di ruoli, mancanza di figure di riferimento. Dove sono gli adulti a cui i ragazzi e le ragazze possono ispirarsi in modo simbolico?

Eravamo partiti con l'idea di dire basta alle donne trattate come oggetti o come eterne bambine; non eravamo pronti allo scherno, alla derisone, alla sopraffazione.

Il danno più grave che emergeva era l'evidente colonizzazione del nostro immaginario. Accade infatti sempre più spesso che tra donne si presti molta più attenzione di prima a seni, bocche e corpi: guardiamo il seno di un'amica, valutiamo la linea della collega, scrutiamo le rughe e gli altri segni di invecchiamento delle altre donne. Dipende, è evidente. dall'aver introiettato il modello maschile: ci guardiamo come riteniamo ci guarderebbe un uomo. Ma come sarebbe il nostro sguardo depurato dalle pressioni dei media?

Quante donne si sottopongono a un intervento di mastoplastica additiva, mi chiedevo, per un personalissimo e rispettabile desiderio di avere un seno più voluminoso e quante invece sotto la spinta dell'insicurezza che deriva dal non sentirsi adeguate, dal non corrispondere a un modello di bellezza imperante?

Perché non è possibile, semplicemente, avere delle trasmissioni, come in qualsiasi altro stato dell'Unione europea, dove l'intrattenimento non significa l'umiliazione delle donne?

Se il "mercato" televisivo dunque propone, tra le altre cose, un'immagine umiliante per le donne, vuol dire che è questo che il pubblico "consumatore" vuole, perfino quello femminile? E' accettabile, per la comunità dei cittadini?

La donna adulta fa riferimento alla dimensione del seno della ragazza prima dell'operazione, definendolo "meno di una coppa di champagne", dimensione non sufficiente ma che comunque "ti ha consentito di aver un fidanzato".  Sembra chiaramente che qui si sta passando il messaggio che un fisico non rispondente ai diktat del mercato può compromettere la possibilità di stabilire una relazione d'amore.

I volti delle donne adulte sono stati banditi dalla televisione. I volti delle donne mature sono scomparsi. Dove sono finiti? Perché in televisione non si vedono quasi più?

Il termine faccia viene dal verbo fare e dunque ci portiamo in giro ciò che abbiamo fatto nella vita: la nostra faccia, appunto.

"Ho delle rughe molto evidenti", ha dichiarato recentemente l'attrice Kate Winslet in un'intervista ad "Harper's Bazaar". "E quando guardo le locandine dei miei film, dico sempre: "Mi avete ritoccato la fronte. Potete farla tornare com'era?". Preferirei che la gente dicesse "Sembra più vecchia anziché sembra paralizzata".

Attraverso la televisione, sento la violenza insita nel proporre un modello così artificiale di femminile adulto. Penso all'enorme insicurezza di noi donne, costrette ad annullarci pur di essere accettate. Ancora una volta, interpretiamo a modo nostro il presunto desiderio maschile.

...le donne offese in TV possono anche essere considerate indecenti e disdicevoli, ma non vengono viste com oggetto di una violenza diretta verso il genere femminile, e quindi come ostacolo alla dignità e all'affermazione individuale di ogni donna. Insomma, che si tratti di una violazione di un diritto costituzionale non è ancora coscienza acquisita. La rappresentazione delle donne in TV ridicolizzate, spogliate, manipolate, a volte umiliate, sul piano istituzionale viene considerata ancora come cattivo gusto e non come limitazione della libertà individuale di milioni di donne.

Non si tratta solo dell'uso e della strumentalizzazione del corpo femminile per vendere qualunque oggetto, ma anche e soprattutto della continua svalutazione della donna intesa come persona, eternamente relegata in ruoli sciocchi e superficiali.

Il modello che detta legge in questo momento è la magrezza estrema corredata però da seni abbondanti, per forza di cosa spesso installati da invasive operazioni chirurgiche.
Tutto questo nudo e i continui richiami sessuali non operano la liberazione dell'erotismo femminile, che l'uomo teme in quanto segno evidente di affermazione della persona, ma, abbinati al continuo reinserimento della figura femminile nei ruoli di madre, sposa e prostituta, servono a congelarne le possibilità di evoluzione nella società, a limitarne la libertà e i diritti.

Si tratta di creare spettatori consapevoli, liberi non in base a quanto viene loro proposto ma in base a ciò che essi sanno riconoscere e valutare; se so cosa sto guardando, se ne decifro il linguaggio. allora posso veramente scegliere cosa guardare, e quindi solo allora veramente libero.

"Di che cosa abbiamo paura?", direi che abbiamo paura di non piacere. Abbiamo paura di non essere accettate così come siamo. E forse, in ultima analisi di rimanere sole.
Non importa. vorrei dire alle ragazze che incontro in giro per l'Italia, non importa se non piacciamo a tutti. Accettiamo di non piacere, almeno per un po'.
Per il tempo necessario per far si che anche in Italia, paese in "resistenza", si cominci a considerare una donna che rivendica i propri diritti, diritti sanciti dalla Costituzione, semplicemente una persona che rivendica i propri diritti.

Sorprendentemente, sul blog scrivevano anche molti uomini:
"Sono un ragazzo di ventitré anni e con infinita ostinazione mi scontro ogni giorno con la mia ragazza per spronarla a cercare se stessa fuori dagli stereotipi formali che il mondo degli uomini le ha cucito addosso."
"Ma nessuno pensa a noi uomini? Davvero credono che siamo una massa di bavosi arrapati che stanno davanti alla TV aspettando che Belen si spogli? Io mi sento offeso nella mia dignità tanto quanto voi.
Considerano voi prosciutti e noi decerebrati. Siamo stufi quanto vuoi e il nostro ideale di donna è lontano anni luce da quello che vediamo in TV. Siete voi che vi lasciate manipolare, così andate dal chirurgo. fate i fanghi per la prova costume, vi vestite per le altre e non certo per noi."

Oggi le manifestazioni sono sempre più rare, probabilmente perché è venuta a mancare la consapevolezza che le nostre azioni possano modificare e migliorare il mondo che ci circonda: Perché manifestare se poi niente cambia?

Ci scagliamo tanto contro le tante ragazze oggetto usate nelle trasmissioni televisive. ma è a chi governa la televisione che dovremmo chiedere dei limiti da far rispettare agli autori.

Perché non reagiamo?
Perché non ci presentiamo nella nostra verità?
Perché accettiamo questa umiliazione continua?
Perché non ci occupiamo dei nostri diritti?
Di che cosa abbiamo paura?





martedì 28 agosto 2012

Eve Ensler: Mister Todd, le spiego lo stupro cos'è

Credo valga la pena riportare la lettera aperta di Eve Ensler, attivista e autrice della ben nota opera teatrale "I monologhi della vagina", al parlamentare repubblicano Todd Akin, convinto anti-abortista che nei giorni scorsi ha motivato il no all'aborto con frasi inaccettabili: «Rara una gravidanza da stupro. Se si tratta di stupro legittimo, il corpo femminile può chiudere tutto».
[fonte]

Todd Akin

 Onorevole Todd Akin,

le scrivo riguardo allo stupro. Sono le due di notte e non riesco a dormire qui nella Repubblica Democratica del Congo. Mi trovo a Bukavu nella City of Joy per servire e sostenere e lavorare con centinaia, migliaia di donne che sono state stuprate e violate e torturate in questa incessante guerra per i minerali combattuta sui loro corpi.
Mi trovo in Congo ma le potrei scrivere da una qualsiasi località degli Stati Uniti, Sud Africa, Regno Unito, Egitto, India, Filippine o da uno dei tanti campus dei college statunitensi. Le potrei scrivere da una qualsiasi città o villaggio dove mezzo miliardo di donne del pianeta viene stuprato nel corso della sua vita.
Mr. Akin, le sue parole mi hanno tenuta sveglia. 

In quanto sopravvissuta allo stupro, mi sto riprendendo dalla sua recente affermazione di essersi espresso male quando ha detto che le donne non restano incinte dopo uno stupro legittimo e che stava parlando "a braccio". Intendiamoci. Lei non ha fatto una semplice osservazione superficiale buttata lì. Lei ha fatto una dichiarazione molto specifica dettata da ignoranza che indica chiaramente che non ha alcuna consapevolezza di che cosa significa essere stuprati. E non una dichiarazione casuale, ma una fatta con l'intenzione di regolamentare per legge l'esperienza di donne che sono state stuprate. Forse ancora più terribile: era una finestra nella psiche del Gop (Grand Old Party, ovvero il Partito Repubblicano, n.d.t.).

Lei ha usato l'espressione stupro "legittimo" come se esistesse anche lo stupro "illegittimo".
Cercherò di spiegarle l'effetto che ha sulle menti, cuori e anime dei milioni di donne che vengono stuprate su questo pianeta. È una forma di stupro reiterato. Il presupposto alla base della sua affermazione è che non ci si deve fidare delle donne e delle loro esperienze. Che la loro comprensione di cosa è lo stupro deve essere stabilita da un'autorità superiore, più qualificata. Così facendo vengono delegittimati, minati e sminuiti l'orrore, l'invasività, la profanazione che hanno sperimentato. Questo le fa sentire sole e impotenti tanto quando si sentivano al momento dello stupro.
Quando lei, Paul Ryan e 225 dei vostri cofinanziatori giocate con le parole sullo stupro insinuando che solo lo stupro "forzato" debba essere trattato seriamente come se tutti gli stupri non fossero forzati, fate riaffiorare una marea di ricordi sul modo in cui gli stupratori si sono divertiti con noi mentre venivamo violentate - intimidendoci, minacciandoci, riducendoci al silenzio. Il vostro giocare con parole come "forzato" e "legittimo" è giocare con le nostre anime che sono state spezzate da peni non voluti che ci entravano dentro, strappando la nostra carne, le nostre vagine, la nostra coscienza, la nostra fiducia in noi stesse, il nostro orgoglio, il nostro futuro.

Ora lei dice di essersi espresso male quando ha detto che uno stupro legittimo non può causare una gravidanza.
Credeva forse che lo sperma di uno stupratore sia diverso dallo sperma di un amante, che si verifichi un qualche misterioso processo religioso e che lo sperma dello stupratore si autodistrugga per via del suo contenuto malefico? O stava forse insinuando che le donne e i loro corpi sono in qualche modo responsabili di rifiutare lo sperma di uno stupro legittimo, mettendo ancora una volta l'onere su di noi?
Ciò che ha detto sembrerebbe implicare che restare incinta dopo uno stupro indica che non era uno stupro "legittimo".

Ecco cosa le chiedo di fare.
Voglio che chiuda gli occhi e immagini di essere nel suo letto o contro un muro o rinchiuso in un piccolo spazio soffocante. Immagini di essere legato lì e immagini che un estraneo amico o parente aggressivo, indifferente, invasato le strappi i vestiti di dosso e penetri il suo corpo - la parte più personale, sacra, privata del suo corpo - e che si faccia strada dentro di lei con tale violenza e odio da lacerarla. Poi immagini lo sperma di questo estraneo schizzare dentro di lei e riempirla senza potersene liberare. Sta piantando qualcosa dentro di lei. Immagini di non avere alcuna idea di che cosa consista quella vita, spiritualmente concepita nell'odio, senza conoscere lo stato mentale o fisico dello stupratore.
Poi immagini che arrivi una persona, una persona che non ha mai sperimentato lo stupro, e che quella persona le dica che non ha altra scelta se non tenere il prodotto di quello stupro che le cresce dentro contro la sua volontà e che quando sarà nato avrà il volto del suo stupratore, il volto della persona che ha sostanzialmente distrutto il suo essere e lei dovrà guardare quel volto ogni giorno della sua vita e verrà giudicato severamente se non riuscirà ad amare quel volto.

Non so se riesce a immaginare niente di tutto questo (una posizione di comando richiederebbe questo tipo di empatia), ma se è disposto a scendere nel cuore di queste tenebre, capirà presto che non c'è nessuno che possa fare la scelta di avere o non avere quel bambino se non la persona che lo porta dentro.
Ho passato molto tempo con le madri che hanno dato alla luce bambini che sono il prodotto di uno stupro. Ho visto come si torturano lottando contro il loro odio e la loro rabbia, cercando di non proiettarli sui propri figli.
Chiedo a lei e al Gop di uscire dal mio corpo, uscire dalla mia vagina, dal mio utero, di uscire da tutti i nostri corpi. Queste non sono decisioni che sta a voi prendere. Queste non sono parole che sta a voi definire.
Perché non usate il vostro tempo per porre fine allo stupro invece di ridefinirlo? Usate le vostre energie per perseguire i criminali che distruggono le donne con tanta facilità invece di fare distinguo linguistici usando un linguaggio manipolativo che minimizza la loro distruzione.
E a proposito, ha appena dato a milioni di donne un'ottima ragione per fare in modo che non venga eletto mai più, e un'ottima folle ragione per insorgere.

Eve Ensler

lunedì 6 agosto 2012

Donna di strada

Donne di strada, "Femme de la rue" è il titolo del documentario che Sophie Peeters ha realizzato come tesi di laurea e che testimonia il comportamento tenuto quotidianamente dai “maschi” nei suoi confronti, usando una videocamera nascosta per filmare gli insulti quotidiani. Il documentario è stato proiettato in un cinema della capitale nordeuropea e in seguito è stato ripreso dai principali media belgi. L'opera ha avuto un successo incredibile: l'amministrazione locale ha annunciato che nelle prossime settimane sarà approvata una legge che sanzionerà salatamente chiunque molesti verbalmente le donne in strada.

Sofia Peeters è una studentessa all’ultimo anno della scuola di cinema Rits di Bruxelles. Due anni fa ha lasciato la città natale di Lovanio per trasferirsi nella capitale belga, nel quartiere Anneessens vicino all’istituto, ed è rimasta «stupita perché venivo continuamente apostrofata dagli uomini per strada, anche 10 volte al giorno: dai fischi alle volgarità del genere “quanto vuoi?”».

Il pubblico femminile che leggerà queste righe non rimarrà particolarmente sorpreso, poiché nessuna di noi potrà negare che oramai passeggiare da sole in strada è diventato un'autentica tortura. Siamo vittime di insulti sessisti e proposte volgari, addirittura da parte di uomini che a volte hanno il doppio della nostra età.
Gli insulti ricevuti e le proposte indecenti raccontate nel documentario sono le più varie. Si va dal giovane che chiede a Sofie «se vuole andare in hotel con lui» all'uomo di mezz'età che la invita in casa per fare sesso. Altri riescono a far di peggio e la apostrofano: «Cagna», «Prostituta», «sgualdrina». «La prima domanda che mi sono posta è se fosse colpa mia - ha confessato all'emittente belga Rtbf. Forse erano i miei vestiti troppo succinti per quell'ambiente». Presto però la giovane si è dovuta ricredere. Anche indossando vestiti poco appariscenti, i commenti sessisti non sono diminuiti. Nel filmato seguono le testimonianze di altre ragazze che vivono nello stesso quartiere e sono state più volte vittime di apprezzamenti disgustosi: «Una volta un ragazzo ha sputato per terra dopo avermi chiamato cagna - dichiara nel documentario Laura - Eppure non avevo fatto nulla, indossavo dei normali pantaloni». 

Come tutte le scelte coraggiose la studentessa ha pagato la sua tesi con reazioni molto discutibili. Ma ha anche suscitato l’emulazione di altre ragazze che, forti della sua denuncia, hanno trovato la forza di raccontare la propria esperienza.

Ma quali sono le origini di questo comportamento?
Di certo la colpa non può e non deve essere attribuita alla donna in quanto il suo modo di vestire o truccare il viso non può mai giustificare una molestia o violenza.
Della serie: se ti poni in una certa maniera in fondo te le vai a cercare.
Ossia una donna che si veste, si trucca, in maniera provocante, in fondo legittima in qualche modo un certo tipo di comportamento maschile?
L’abbigliamento è una comoda scusa per sentirsi leggitimati ad infastidire una donna alla fermata del bus?
In estate personalmente indosso solo gonne molto corte in quanto sono particolarmente intollerante al caldo e quindi sento l'esigenza di essere il più scollata possibile, questo significa che gradisco fischi o battutine rozze e offensive?
A ciascuno di voi la risposta!

sabato 23 giugno 2012

Di che colore sono i bambini?



Il rosa è il colore delle bambine. L’azzurro quello dei maschietti. Queste due relazioni tra genere e colore sono diffuse in tutto il mondo. Il fotografo sud coreano Yoon Jeong Mee ha realizzato degli scatti per dimostrare quanto siano radicate.















Ho trovato il lavoro del fotografo Yoon Jeong Mee sulla pagina web di "Giornalettismo".
Credo che le foto parlino da sole: i maschietti sono celesti, le femminucce rosa; gli uomini lavorano e le donne si dedicano alla cura; ai maschietti il camion, alle femminucce la barbie, ai maschietti le costruzioni, alle femminucce i peluche, come dimostrano le immagini.
Sin dalla culla iniziamo ad affibbiare dei ruoli decisi da una società ignorante che vuole escludere un genere piuttosto che un'altro da alcune mansioni, creando un mondo attorno ad essi che non si limita solo ai giocattoli ma si estende alla scelta del colore della camera, dei vestiti per i neonati, dei confetti nel momento del battesimo, per poi prolungarsi nel tempo con la scelta nel periodo scolastco di zaini e astucci fino ad arrivare a loro volta nell’imporre tali colori ai loro figli; rimanendo scandalizzati e rimproverando il bambino o bambina che per istinto voglia prendere un oggetto che appartiene all’altro sesso semplicemente perché gli aggrada il colore.
Insomma se assegniamo i ruoli ai neonati, con i fiocchi nascita e tutine, come possiamo pretendere di educare i nostri figli e le nostre figlie ad essere ciò che più desiderano, ad essere spontanei e non fissati dentro categorie arbitrarie?
Quanti saranno i genitori che continueranno a riempire le loro figlie di giocattoli e abitini rosa senza nemmeno accorgersi che ciò significa privare le bambine delle loro future aspirazioni e portarle ad accettare e subire discriminazioni?
 E se a un maschietto piacesse un pupazzetto rosa? Dobbiamo portarlo dallo psicologo?
Quanto ancora dobbiamo sopportare una tv che propone alle bambine ruoli stereotipati e donne-oggetto semi-nude e spogliate affianco a uomini col doppio della loro età?

Genitori di tutto il mondo, cominciamo a combattere il sessismo e le gerarchie sociali partendo dalla gravidanza!

"Il problema non è con che cosa giochino, ma il fatto che se se si confina una bambina ai soli giochi di cura e di immaginazione, se la si incentiva a essere principessa passiva, circondata di bambole o di aspirapolvere in miniatura; e si indirizza il maschio unicamente verso giochi “sociali”, di squadra, o legati alla forza o alle abilità fisiche, si privano l’uno e l’altra di esperienze fondamentali.
Benissimo che la bambina finga di preparare i pasti per la famiglia. Male che non possa farlo anche il coetaneo maschio. Bisogna insomma creare uno spazio dove ciascuno possa essere guerriero e principessa."

Elisabetta Camussi

sabato 26 maggio 2012

La storia di Valentina Pitzalis

Valentina Pitzalis il 17 Aprile 2011 è sopravvissuta a un tentativo di omicidio da parte del marito, che l'ha cosparsa di cherosene e le ha dato fuoco, dal quale era separata da oltre un anno.
Lui è morto, lei ha lottato contro le gravi ustioni ed è sopravvissuta. Valentina ha subito più di 20 interventi per asportare le parti ustionate e poi per salvare i tessuti profondi. Al Centro Grandi Ustioni sono riusciti a salvarle le cornee e a farle recuperare perfettamente la vista.
Giovedì 24 Maggio dagli studi di Rai Uno de “La vita in diretta”, la storia di Valentina Pitzalis ha raggiunto i milioni di telespettatori che seguono la trasmissione condotta con Mara Venier. Il tema della puntata era quello delle donne vittime di violenza e le ospiti che hanno affiancato la giovane di Carbonia erano Michelle Hunziker e Giulia Bongiorno. La showgirl e l'avvocato, infatti, sono le fondatrici di Doppia difesa, la fondazione nata proprio per difendere le donne vittime di ogni tipo di violenza: «Donne che tengono il dolore dentro le mura domestiche - ha detto Giulia Bongiorno - e che noi vogliamo aiutare a uscire allo scoperto».



Ciò che sorprende più della giovane Valentina, Patricia Lefranc, Fakhra Younas  e tante altre ancora, è la loro capacità di perdonare e non provare rancore verso il loro aggressore.
La storia di Valentina deve essere un esempio per tutte le donne che rinunziano alla propria vita, ai propri diritti e ai propri spazi, solo per andare "incontro all'altro", non bisogna accondiscendere o volere a tutti i costi aiutare la persona che amiamo ma che è in grado di vivere solo un "amore" malato, al contrario dobbiamo renderci conto che noi non possiamo fare nulla, ma che invece è necessario l'intervento di persone competenti e del mestiere. Questo è l'unico aiuto che possiamo dare a chi non sa cosa significa Amare, e renderci conto che la colpa non è nostra.
«Lui mi ha fatto una cosa mostruosa ma non era un mostro - ha detto più volte la giovane - siamo stati entrambi vittime di un amore malato che non abbiamo saputo riconoscere. Vorrei essere un esempio per le donne, vorrei che capissero che certi problemi vanno affrontati il prima possibile. Io non l'ho fatto e il mio viso e il mio corpo oggi raccontano quanto mi è costato. Ma non mi piango addosso e non provo odio per alcuno, ora voglio ricominciare a sorridere, rivoglio la mia vita».
Ricominciare significa curare un corpo offeso dal fuoco. Per chi volesse aiutare Valentina ad affrontare senza problemi economici il suo percorso terapeutico, o per chi volesse soltanto sostenerla psicologicamente, segnalo la sua pagina di Facebook: https://www.facebook.com/UnSorrisoPerVale e anche il sito di "Doppia difesa":http://www.doppiadifesa.it/?p=2387

Credo non ci sia bisogno di aggiungere altro ma vi invito a guardare il video tratto dal programma "La Vita in diretta":


venerdì 20 aprile 2012

NoViolenza


Anche io sento di volere dare un mio piccolo contributo al blogging day organizzato per venerdì 20 aprile da Aied. L'obiettivo dell'iniziativa è quello di creare un dibattito e un confronto su un argomento delicato qual'è la violenza sulle donne, con la speranza di riuscire a trovare anche delle azioni concrete per potere affrontare questo delicato problema. La violenza sulle donne è un'umiliazione da combattere, ma come? 
Sicuramente rispetto al passato gli atti di violenza perpetrati ai danni delle donne, sono oggetto di dibattiti pubblici e campagne sensibilizzatici dell'opinione pubblica, tuttavia questo sembra non bastare. Giornalmente siamo costrette a leggere sui giornali storie di donne stuprate, vittime di violenza domestica, di stalking e discriminazioni sul posto di lavoro. Ogni giorno che passa mi convinco sempre di più che tutte noi donne siamo vittime di una qualche violenza quando, per esempio, accendo la TV e vedo l'immagine umiliante che propone di noi donne ridotte ad oggetti usate per l'avvenenza fisica piuttosto che per delle reali competenze; o quando cammino per strada e sono costretta a sentire i commenti sgradevoli di uomini frustrati che non hanno ricevuto alcun tipo di educazione; o ancora quando devo guardarmi le spalle per assicurarmi che non ci sia nessuno a seguirmi lungo la strada. Chiaramente le forme di violenza sono tante, alcune più gravi di altre, ma pur sempre di violenza si parla. La violenza contro le donne può assumere diversi volti ma che hanno pur sempre un comune denominatore che è la violazione dei nostri diritti fondamentali. Come potere, dunque, reagire? Sicuramente continuando a farci sentire. Bisogna parlare, parlare e ancora parlare e se necessario anche urlare. Iniziative come quelle organizzate da Aied sono fondamentali perché ci danno la possibilità di essere attive, di farci sentire soprattutto da quelle donne che si trovano in difficoltà, affinché sappiano di non essere sole. Molte, troppe donne non denunciano i loro aggressori per paura, e si ha paura quando si è isolate dal resto del mondo.
La lotta deve partire da noi donne, ma non prese singolarmente, ma unite! Basta isolarci a vicenda, basta provare invidie, dobbiamo essere insieme in questa lotta per ciò che ci spetta di diritto. D'altronde non si potrà mai parlare di libertà, uguaglianza, democrazia, rispetto dei diritti umani e pace se tutti insieme non prendiamo posizione contro questa violenza.
Dobbiamo trovare il coraggio di combattere la mercificazione del corpo femminile. Tutte le donne devono sapere che il loro corpo non è merce di scambio.
Dobbiamo smettere di annullarci, rispettando i canoni imposti dalla società, pur di essere accettate. Dobbiamo smettere di guardarci, come afferma Lorella Zanardo, con occhi maschili.
Dobbiamo combattere i linguaggi e gli atteggiamenti sessisti proprio a partire da quelli che saranno le/i nostre/i bambine/i, cominciando dalla cosa più semplice, ma non per questo poco importante quali i giochi. Non è necessario che la bambina giochi con la lavatrice e il bambino con i robot, perché entrambi hanno abbastanza fantasia e curiosità per potere esplorare tutto, non limitiamo questa loro libertà.
Ci sono tante, tantissime cose che si potrebbero fare, come per esempio trovare forme di autodifesa, ma se vogliamo che le cose cambino davvero è necessario cominciare dall'educazione a partire dalla famiglia e dalla scuola.
Bisogna insegnare a bambini e bambine il rispetto assoluto per l'altro, che gode dei nostri stessi diritti. Cominciamo con le femmine ma non dimentichiamo i maschi. La società va cambiata, ma affinché questo avvenga è necessario che gli uomini stessi attuino un cambiamento nel loro modo di agire, di pensare e di trattare la donna.
Noi donne, per cominciare, impariamo ad avere rispetto per noi stesse e per le altre donne.



Rispettiamoci e cambiamo.
Oggi e tutti gli altri 364 giorni dell'anno #NoViolenza.

sabato 18 febbraio 2012

Nike e Loveth

Giovedì 16 Febbraio, tornando a casa mi sono imbattuta in una manifestazione da parte di alcune donne straniere che urlavano "Giustizia!!". Allora incuriosita mi sono fermata a parlare con un ragazzo il quale mi ha spiegato che la manifestazione era stata organizzata per chiedere la verità sulla morte di due prostitute nigeriane, uccise a Palermo.
Favor Nike Adekunle e Loveth Eward avevano poco più di vent'anni ed entrambe sono morte misteriosamente. Loweth Eward è stata trovata morta vicino ad un cassonetto della spazzatura, tra sacchetti di spazzatura, in via Filippo Juvara, vicino al Palazzo di Giustizia. Nike era scomparsa a dicembre, poi trovata carbonizzata nelle campagne di Misilmeri, alle porte di Palermo. 
Le ragazze nigeriane affrontano viaggi pericolosi e difficili per arrivare in Italia a causa di leggi razziste che costringono gli immigrati alla clandestinità. Partono con tanta speranza nel cuore per poi essere buttate in mezzo alla strada, date in pasto a palermitani abbrutiti.
A Palermo si vedono alla Favorita, in via Lincoln, al Foro Italico, e ormai nessuno ci fa caso, continuiamo la nostra vita come se loro non esistessero, e poco ci importa della loro storia, se vengono maltrattate o magari uccise. Ma come si può sopportare che due donne muoiano così?
La loro morte non deve essere vana, deve servire per svegliare le nostre coscienze, dobbiamo smettere di essere distaccati dalla realtà e fermarci anche un solo secondo a chiederci cosa c'è dietro la prostituzione di queste donne immigrate. Mi fa veramente schifo vedere spesso poliziotti che dialogano con le prostitute, facendosi quattro risate piuttosto che intervenire per aiutarle.
Ma insomma le istituzioni, la polizia dovrebbero occuparsi di questo male che affligge la società e che trasforma la donna in strumento per raggiungere più facilmente denaro, come? Appagando gli istinti più bassi del genere umano, nella fattispecie, del genere maschile.
Eppure se ci riflettiamo la prostituzione obbedisce semplicemente al mercato e alla sua legge fondamentale che si chiama della domanda e dell'offerta, di conseguenza se tutti cominciassimo ad avere rispetto per noi stessi e per gli altri, se possedessimo la giusta empatia nei confronti di ogni donna o uomo, specialmente per chi vive in condizioni di estremo disagio, forse allora troveremmo vergognoso e raccapricciante abusare dei loro corpi e dunque la domanda cesserebbe e così forse anche l'offerta.
Tuttavia questa, mi duole dirlo, è solo un' utopia.
"Chiediamo maggiore sicurezza, controlli, vigilanza. Siamo esseri umani. Quello che è accaduto a Loveth e Nike - dice una prostituta col maglione viola - poteva accadere a ciascuna di noi".
"Chiediamo un po' di collaborazione per far luce sulla morte delle nostre amiche e un po' di solidarietà... può aiutare chi tra noi vuole uscire da questo giro di merda...".
L'Italia, fra i paesi europei, ha il triste primato del turismo sessuale. Ogni anno circa 80.000 uomini italiani vanno all'estero per avere rapporti sessuali con ragazzine più giovani delle loro figlie. Questi uomini esprimono tutto il loro disprezzo verso il femminile facendo sesso con bambine che ricevono in cambio pochi spiccioli.
Tocca a ciascuno di noi contrastare la violenza e la schiavitù, bisogna distruggere il dominio, le leggi razziste, lo sfruttamento della prostituzione. Bisogna ricostruire la società su basi nuove, attraverso l'educazione delle prossime generazioni, prima che sia troppo tardi.




venerdì 3 febbraio 2012

Per lo stupro di gruppo il carcere non è obbligatorio

Tante cose mi stupiscono e mi lasciano sbigottita, perché sono una donna e non riesco a spiegarmi come mai nel 2012 molte cose siano peggiorate per noi. Non capisco che fine abbiano fatto quelle donne che lottavano per i loro diritti e che con tanta pazienza hanno raggiunto risultati inimmaginabili per quei tempi.
Ma tutto quel progresso che fine ha fatto?
Viviamo in un periodo nero, di totale regresso. Ancora oggi mentre camminiamo per strada dobbiamo guardarci le spalle per accertarci che non ci siano pericoli. Potrei sembrare esagerata, ma per quanto tentiamo di essere autonome, senza dovere dipendere da qualcuno, quella strana sensazione di non essere mai al sicuro per strada, soprattutto in determinate ore, c'è sempre.
Quando ho appreso la notizia che la Corte di Cassazione ha stabilito che il giudice non è più obbligato a disporre la custodia cautelare in carcere per chi è accusato di violenza sessuale di gruppo, ma può optare per misure alternative, la prima cosa che mi è venuta in mente è stata come questa sentenza rappresenterà un'ulteriore spinta al silenzio per le donne che subiscono violenza.
Tutto questo non può e non deve lasciarci indifferenti, poiché è un ulteriore prova di come in Italia lo stupro non è considerato un reato grave. Come ha detto l'avvocatessa Giulia Buongiorno "molti considerano più grave un furto o uno scippo che uno stupro".
Ma perché rimanere sorprese? Cosa potevamo aspettarci da un paese dove le donne non sono considerate o valorizzate per le loro potenzialità? Dove la donna viene vista come un oggetto succulento su cui porre sguardi maliziosi? In un paese in cui la stessa donna, per esempio in televisione, veste sexy-sadomaso per eccitare i telespettatori?
Amo il mio paese, ma da donna non posso che rimanere sconcertata, risentita e quasi vergognata di essere italiana. Da noi deve partire il cambiamento, solo noi possiamo fare qualcosa!


sabato 21 gennaio 2012

Dall’angelo del focolare alla mistica della seduzione. Tutti i messaggi passano attraverso il corpo.


"II femminismo non ha liberato le donne" è il titolo di un articolo di Susanna Tamaro, l'autrice del famoso libro "Va dove ti porta il cuore", pubblicato sul Corriere.it
E' un articolo davvero molto interessante soprattutto perché a parlare è una donna che ha vissuto gli anni delle vere battaglie delle femministe. La famosa scrittrice racconta il femminismo vissuto dalle sue amiche, la gioia nel vedere davanti a loro un nuovo orizzonte, per poi giungere ad oggi. La donna oggetto era ed oggetto è rimasta: "Siamo passati così dalla falsa immagine della donna come angelo del focolare, che si realizza soltanto nella maternità, alla mistica della promiscuità, che spinge le ragazze a credere che la seduzione e l’offerta del proprio corpo siano l’unica via per la realizzazione"
Ogni giorno sento di ringraziare le donne che in quegli anni hanno lottato e ci hanno liberato da moltissime catene, riuscendo ad ottenere oggi ciò che un tempo era inimmaginabile, però a questo si accompagna un senso di sconforto e la consapevolezza che queste donne sarebbero profondamente deluse nel vedere come la situazione sotto molti aspetti sia peggiorata. Tutte noi donne dovremmo sentirci in colpa anche nei loro confronti. Il maschilismo continua a dilagare non solo tra gli uomini, ma soprattutto tra le donne, di questo dovremmo seriamente preoccuparci. Di seguito l'articolo integrale.



"Appartengo alla generazione che ha combattuto, negli anni della prima giovinezza, la battaglia per la libertà sessuale e per la legalizzazione dell’aborto. La generazione che nei tè pomeridiani, tra un effluvio di patchouli e una canna, imparava il metodo Karman, cioè come procurarsi un aborto domestico con la complicità di un gruppo di amiche.
Quella generazione che organizzava dei voli collettivi a Londra per accompagnare ad abortire donne in uno stato così avanzato di gravidanza da sfiorare il parto prematuro. È difficile, per chi non li ha vissuti, capire l’eccitazione, l’esaltazione, la frenesia di quegli anni. La sensazione era quella di trovarsi sulla prua di una nave e guardare un orizzonte nuovo, aperto, illuminato dal sole di un progresso foriero di ogni felicità.
Alle spalle avevamo l’oscurità, i tempi bui della repressione, della donna oggetto manipolata dai maschi e dai loro desideri, oppressa dal potere della Chiesa che, secondo gli slogan dell’epoca, vedeva in lei soltanto un docile strumento di riproduzione. Erano gli anni Settanta.
Personalmente, non sono mai stata un’attivista, ma lo erano le mie amiche più care e, per quanto capissi le loro ragioni, non posso negare di essere stata sempre profondamente turbata da questa pratica che, in quegli anni, si era trasformata in una sorta di moderno contraccettivo.
Mi colpiva, in qualche modo, la leggerezza con cui tutto ciò avveniva, non perché fossi credente — allora non lo ero — né per qualche forma di moralismo imposto dall’alto, ma semplicemente perché mi sembrava che il manifestarsi della vita fosse un fatto così straordinariamente complesso e misterioso da meritare, come minimo, un po’ di timore e di rispetto. Come sono cambiate le cose in questi quarant’anni? Ho l’impressione che anche adesso il discorso sulla vita sia rimasto confinato tra due barriere ideologiche contrapposte.
La difesa della vita sembra essere appannaggio, oggi come allora, solo della Chiesa, dei vescovi, di quella parte considerata più reazionaria e retriva della società, che continua a pretendere di influenzare la libera scelta dei cittadini. Chi è per il progresso, invece, pur riconoscendo la drammaticità dell’evento, non può che agire in contrapposizione a queste continue ingerenze oscurantiste.
Naturalmente, un Paese civile deve avere una legge sull'aborto, ma questa necessaria tutela delle donne in un momento di fragilità non è mai una vittoria per nessuno. I dati sull'interruzione volontaria di gravidanza ci dicono che le principali categorie che si rivolgono agli ospedali sono le donne straniere, le adolescenti e le giovani. Le ragioni delle donne straniere sono purtroppo semplici da capire, si tratta di precarietà, di paura, di incertezza ragioni che spingono spesso ormai anche madri di famiglia italiane a rinunciare a un figlio, ragioni a cui una buona politica in difesa della vita potrebbe naturalmente ovviare.
Ma le ragazze italiane? Queste figlie, e anche nipoti delle femministe, come mai si trovano in queste condizioni? Sono ragazze nate negli anni 90, ragazze cresciute in un mondo permissivo, a cui certo non sono mancate le possibilità di informarsi. Possibile che non sappiano come nascono i bambini? Possibile che non si siano accorte che i profilattici sono in vendita ovunque, perfino nei distributori automatici notturni? Per quale ragione accettano rapporti non protetti? Si rendono conto della straordinaria ferita cui vanno incontro o forse pensano che, in fondo, l’aborto non sia che un mezzo anticoncezionale come un altro? Se hai fortuna, ti va tutto bene, se hai sfortuna, te ne sbarazzi, pazienza. Non sarà che una seccatura in più. Qualcuno ha spiegato loro che cos'è la vita, il rispetto per il loro corpo? Qualcuno ha mai detto loro che si può anche dire di no, che la felicità non passa necessariamente attraverso tutti i rapporti sessuali possibili? Chi conosce il mondo degli adolescenti di oggi sa che la promiscuità è una realtà piuttosto diffusa. Ci si piace, si passa la notte insieme, tra una settimana forse ci piacerà qualcun altro. I corpi sono interscambiabili, così come i piaceri. Come da bambine hanno accumulato sempre nuovi modelli di Barbie, così accumulano, spinte dal vuoto che le circonda, partner sempre diversi. Naturalmente non tutte le ragazze sono così, per fortuna, ma non si può negare che questo sia un fenomeno in costante crescita.
Sono più felici, mi chiedo, sono più libere le ragazze di adesso rispetto a quarant’anni fa? Non mi pare. Le grandi battaglie per la liberazione femminile sembrano purtroppo aver portato le donne ad essere soltanto oggetti in modo diverso. Non occorre essere sociologi né fini pensatori per accorgersi che ai giorni nostri tutti i messaggi rivolti alle bambine si concentrano esclusivamente sul loro corpo, sul modo di offrirsi agli altri.
Si vedono bambine di cinque anni vestite come cocotte e già a otto anni le ragazzine vivono in uno stato di semi anoressia, terrorizzate di mangiare qualsiasi cosa in grado di attentare alla loro linea. Bisogna essere magre, coscienti che la cosa che abbiamo da offrire, quella che ci renderà felici o infelici, è solo il nostro corpo. Il fiorire della chirurgia plastica non è che una tristissima conferma di questa realtà.
Pare che molte ragazze, per i loro diciotto anni, chiedano dei ritocchi estetici in regalo. Un seno un po’ più voluminoso, un naso meno prominente, labbra più sensuali, orecchie meno a vela. Il risultato di questa chirurgia di massa è già sotto ai nostri occhi: siamo circondate da Barbie perfette, tutte uguali, tutte felicemente soddisfatte di questa uguaglianza, tutte apparentemente disponibili ai desideri maschili.
Sembra che nessuno abbia mai detto a queste adolescenti che la cosa più importante non è visibile agli occhi e che l’amore non nasce dalle misure del corpo ma da qualcosa di inesprimibile che appartiene soprattutto allo sguardo. Siamo passati così dalla falsa immagine della donna come angelo del focolare, che si realizza soltanto nella maternità, alla mistica della promiscuità, che spinge le ragazze a credere che la seduzione e l’offerta del proprio corpo siano l’unica via per la realizzazione. Più fai sesso, più sei in gamba, più sei ammirata dal gruppo. Nella latitanza della famiglia, della chiesa, della scuola, la realtà educativa è dominata dai media e i media hanno una sola legge. Omologare. Ma questo lato apparentemente così comprensibile, così frivolo — voler essere carine o anche voler mitigare i segni del tempo — che cosa nasconde? Il corpo è l’espressione della nostra unicità ed è la storia delle generazioni che ci hanno preceduti. Quel naso così importante, quei denti storti vengono da un bisnonno, da una trisavola, persone che avevano un’origine, una storia e che, con la loro origine e la loro storia, hanno contribuito a costruire la nostra. Rendere anonimo il volto vuol dire cancellare l’idea che l’essere umano è una creatura che si esprime nel tempo e che il senso della vita è essere consapevoli di questo. La persona è l’unicità del volto. L’omologazione imposta dalla società consumista—e purtroppo sempre più volgarmente maschilista — ha cancellato il patto tra le generazioni, quel legame che da sempre ha permesso alla società umana di definirsi tale.
Noi siamo la somma di tutti i nostri antenati ma siamo, al tempo stesso, qualcosa di straordinariamente nuovo e irripetibile. Cancellare il volto vuol dire cancellare la memoria, e cancellare la memoria, vuol dire cancellare la complessità dell’essere umano. Consumare i corpi, umiliare la forza creativa della vita per superficialità e inesperienza, vuol dire essere estranei dall'idea dell’esistenza come percorso, vuol dire vivere in un eterno presente, costantemente intrattenuti, in balia dei propri capricci e degli altrui desideri.
Senza il senso del tempo non abbiamo né passato né futuro, l’unico orizzonte che si pone davanti ai nostri occhi è quello di una specchio in cui ci riflettiamo infinite volte, come nei labirinti dei luna park. Procediamo senza senso da una parte, dall’altra, vedendo sempre e soltanto noi stessi, più magri, più grassi, più alti, più bassi. All’inizio quel girare in tondo ci fa ridere, poi col tempo, nasce l’angoscia.
Dove sarà l’uscita, a chi chiedere aiuto? Battiamo su uno specchio e nessuno ci risponde. Siamo in mille, ma siamo sole."

Susanna Tamaro